Codice appalti e concessioni: "manca attenzione alle specificità dell'Ict"

Per Assintel "bene l'impianto generale, ma garanzie spropositate e tempi lunghi sono i bachi di un sistema che penalizza le pmi fornitrici e favorisce l'obsolescenza e la poca qualità dei servizi digitali"-

Il nuovo Codice appalti ha avuto il primo via libera da parte del Governo e concluderà l'iter di valutazione parlamentare entro il 18 aprile. Si tratta di una grande occasione per semplificare e digitalizzare i processi d'acquisto della PA, dando una sferzata di innovazione e trasparenza ad un meccanismo spesso farraginoso e dispendioso. Assintel, l'associazione nazionale delle imprese ICT, insieme a Confcommercio–Imprese per l'Italia ha seguito l'iter di approvazione, proponendo una serie di emendamenti per valorizzare anche le micro e piccole imprese e le specificità del settore ICct Alcuni di questi sono stati recepiti nel nuovo Codice, mentre altri non sono stati inseriti: un peccato, perché spesso buone idee sfumano per la mancanza di coraggio nell'adottare visioni pienamente innovative. Il bilancio su questo nuovo codice è dunque positivo con riserva. Positivo per gli aspetti legati alla semplificazione normativa (217 articoli invece che i 660 del vecchio codice), al rafforzamento del ruolo di Governance dell'Anac, all'istituzione della Cabina di regia presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Positivo, almeno sulla carta, anche per il maggior peso attribuito alla qualità del progetto oggetto dell'appalto, che coniuga l'aspetto economico con quello della qualità tecnica e dei tempi certi. Ed infine positivo per il graduale passaggio a procedure interamente gestite in maniera digitale, con conseguente riduzione degli oneri amministrativi e aumento della trasparenza. E veniamo alle critiche, illustrate dal presidente di Assintel, Giorgio Rapari: "l'Ict non viene valorizzato come settore con peculiarità specifiche, assimilato invece agli altri settori economici tradizionali. Vengono chieste garanzie spropositate per la natura del servizio e del rischio connesso, come se digitalizzare una banca dati per esempio fosse simile a costruire una galleria. Chiediamo che vengano rese proporzionali, in modo da permettere l'accesso alle gare anche alle pmi, che ora de facto ne sono escluse a vantaggio di poche multinazionali, che poi sono costrette a subappaltare alle stesse PMI innescando il meccanismo perverso del downpricing delle tariffe. Anche le tempistiche di assegnazione sono un fattore critico che va sistemato: i servizi ICT sono per definizione a rischio obsolescenza, tanto che spesso si rischia di implementare un servizio ormai vecchio acquistato mesi o addirittura anni prima al prezzo di un servizio all'avanguardia. Infine penalizza le pmi anche l'obbligo di esplicitare nelle proprie offerte i costi connessi alla sicurezza, che non considera il fatto che le pmi digitali hanno spesso attività meramente intellettuali, in cui parlare di investimenti in sicurezza del lavoro non ha senso rispetto ad un'industria manifatturiera. Per Rapari, inoltre, "il ruolo dell'Agenzia per l'Italia digitale, pur essendo l‘Istituzione di riferimento per l'Ict nella PA, è in questo Codice quasi unicamente consultativo. Inoltre vedo forti criticità legate alle tempistiche di attuazione: è previsto ben un anno dalla data di entrata in vigore del codice per la definizione delle modalità di digitalizzazione delle procedure di tutti i contratti pubblici. E più in generale, su molti aspetti il nuovo codice tende a rinviare da 6 mesi ad 1 anno tutta una serie di decisioni (es. la definizione dei requisiti di qualificazione dei direttori tecnici e degli esecutori dei lavori, i decreti attuativi vari, ecc.), con conseguente congelamento di molte delle attività previste nel contesto dei bandi di gara".

24 marzo 2016