Petrolio da record, la Fed alza
i tassi
Continua
lenta ma inarrestabile la scalata delle quotazioni del petrolio. Ieri, sulla
scia di
tensioni
internazionali sparse nei quattro angoli del pianeta, il prezzo del greggio ha
sfondato a New York la soglia dei 45 dollari a barile, mentre il brent a Londra
è stato quotato sopra i 41. Picchi che nella serata europea si sono leggermente
ammorbiditi, alla notizia di una ripresa di attività di una serie di pozzi nel
sud dell’Iraq, bloccati nei giorni scorsi da azioni di sabotaggio. Il Wti
americano ha ripiegato intorno ai 44,50 dollari, mentre il brent è sceso a
41,33. La situazione resta comunque pesante e molti analisti
americani
sono pronti a scommettere su un greggio a 50 dollari entro l’autunno.
In questo
quadro di nervosismo sui mercati è arrivata anche l’attesa notizia del rialzo
dei tassi da parte della Fed, la Banca centrale americana, che ha portato i
tassi di riferimento, quelli relativi ai fondi federali, all’1,50% dal
precedente 1,25%. Si tratta del secondo incremento consecutivo, dopo quello
deciso lo scorso 30 giugno. La Fed, in ogni caso, ha confermato il suo
atteggiamento recente, sostenendo che la politica di innalzamento del costo del
denaro sarà “misurata”. Un modo per tranquillizzare i mercati sul fatto che lo
scenario di riferimento considerato più probabile, ossia un’economia americana
ormai incamminata su un sentiero di crescita sostenibile, è immutato..
Quanto alle
preoccupazioni generali derivanti dal caro petrolio, secondo la Fed i
suoi effetti
si stanno facendo sentire sul’economia più che sui prezzi. In altre parole, i
ripetuti record del greggio fungono per ora più da freno alla crescita che da
fattore inflazionistico.