Un record
dopo l’altro. Ieri il prezzo del petrolio ha più volte ritoccato i suoi massimi
storici: il
“crude”, ossia il greggio trattato a New York, ha raggiunto i 45,75 dollari al
barile, mentre il “brent”, trattato a Londra, è cresciuto fino a 42,42 dollari.
Livelli massimi anche per le rilevazioni Opec: il prezzo medio del petrolio
dell’organizzazione è salito a 40,08 dollari, il massimo da quando il primo
gennaio 1987 fu introdotto l’attuale
“paniere”.
A spingere
al rialzo i prezzi le preoccupazioni sull’approvvigionamento sono le ripetute
minacce agli oleodotti iracheni, le incertezze sull’esito del referendum
presidenziale
in Venezuela
e le difficoltà finanziarie della Yukos che fanno temere una riduzione della
produzione e, di conseguenza, una penuria di greggio sul mercato. La buona
volontà dell’Opec, in particolare dell'Arabia Saudita, hanno avuto così, come
previsto dagli operatori, un effetto limitato.
Nonostante
le quotazioni record, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (Aie) sostiene che
i prezzi non possono essere riportati sotto controllo utilizzando le riserve
strategiche dei
paesi
occidentali. I barili che l’Aie ha in riserva potranno infatti essere usati
“solo in caso di una interruzione grave degli approvvigionamenti”, ha detto il
vicedirettore William
Ramsay.