… con la puntualità di un orologio svizzero, ma non dovrebbe preoccuparci più di tanto. Primo, perché, per quanto riguarda questo tipo di ammonizioni, l’Italia si trova in buona compagnia dato che non c’è paese di grosso o medio calibro in Europa- Francia e Germania in primo luogo- che non abbiano vissuto e non stiano tuttora vivendo questo genere di problemi. Secondo, perché l’uso certosino del pallottoliere ideato con i Trattati di Maastricht, prima che si verificassero gli sconquassi dell’11 settembre del 2001, ha fatto davvero il suo tempo. E questo problema, nelle ultime riunioni del FMI e del G 7 (“ è il momento di considerare primari i programmi dello sviluppo rispetto a quelli della stabilità”) è stato sostanzialmente chiarito. Il che ovviamente, per quanto riguarda l’Italia, non vuol assolutamente dire mettere d’ora in poi allegramente mano al portafoglio dimenticandosi che abbiamo sulle spalle il debito pubblico più alto d’Europa. Ed è appunto questo il rebus che ha oggi di fronte soprattutto il nostro ministro dell’economia, Giulio Tremonti. Per risolverlo deve, da un lato, contemperare esigenze di carattere economico (reperire nuove risorse) con esigenze di carattere politico-elettorale (scade dopodomani, 30 aprile, il termine ultimo fissato dal premier Berlusconi per la presentazione di un piano di riduzione delle tasse) che, rispetto alle altre, non sono meno pressanti. E il primo problema per Tremonti è quello di esaminare gli effettivi e non solo apparenti risultati conseguiti con la trimestrale di cassa, unico riferimento affidabile per gli analisti della Tesoreria di Stato. In estrema sintesi, vi sono tre ordini di problemi. Il primo è quello di arginare il nuovo buco di bilancio creato dall’aumento della spesa pubblica corrente. Non arginarlo potrebbe voler dire sforare il deficit in misura assai più rilevante di quello zero virgola due indicato oggi dalla commissione europea. E “come” arginarlo, senza ricorrere a “manovre aggiuntive”, è davvero un bel rebus. Il secondo è quello di fissare target che siano davvero realizzabili, nel breve periodo, per quanto riguarda il taglio delle spese. E deve trattarsi di tagli “strutturali” perché, in caso contrario, alla fine dell’anno saremmo da capo a dodici. Il terzo è quello di creare strumenti che, pur tenendo conto delle altre due premesse, consentano, da un lato, il rilancio dei consumi e, dall’altro, il rilancio del sistema delle imprese. Ed è su quest’ultimo punto che famiglie ed imprese attendono ansiosi soluzioni che siano davvero convincenti. Il ministro Tremonti, a differenza del gran parlare che fanno certi suoi colleghi di maggioranza, ha preferito non fare alcun tipo di anticipazione su quello che potrà essere il suo piano. Ed è bene che sia così perché di polveroni sterili e spesso controproducenti se ne sollevano fin troppi. Ma alla fine qualcosa dovrà dire. Imprese e famiglie sono tutti orecchi.