Nessuno prevedeva che il
problema Iraq potesse essere risolto nel breve periodo, ma nessuno aveva
nemmeno immaginato che, al contrario, si potesse avere , conclusa la guerra,
una simile escalation del conflitto non solo tra le diverse etnie che operano all’interno del paese ma anche fra tutte o gran parte di esse e le forze di occupazione.
“E’ come una miccia a combustione lenta che, non essendo stata spenta in
tempo, ha finito con l’esplodere”
ha scritto il New York Times. Ed è evidente che questo secondo conflitto sta
creando nuovi e più seri problemi all’amministrazione americana la quale ,
scrive sempre il giornale di New York,evidentemente aveva fatto i conti senza l’oste cioè senza il popolo
sciita. Così l’opinione pubblica americana ricomincia ad essere scossa da un
atroce dilemma: chiuderla, in qualche modo, qui rinculando da una campagna
nella quale sono stati compiuti troppi errori di strategia oppure usare le
maniere forti con il rischio di trasformare l’Iraq in una specie di altro
Vietnam? Ed è un dilemma che, sulla sponda politica, non appare di facile
soluzione perché è chiaro che su questo conflitto tornerà ad acuirsi, in vista
delle elezioni presidenziali, lo scontro tra il presidente Bush e il suoi
outsider, il democratico Kerry. L’uno e l’altro, del resto, in difficoltà
perché l’ipotesi di un eventuale ritiro anzi tempo delle forze di occupazione ,
come appunto già accaduto per il Vietnam, scontenterebbe sia l’elettorato
repubblicano che gran parte di quello democratico. Una soluzione che potrebbe
risultare indolore sarebbe quella di un avvicendamento, prima del tempo, di
marines, berretti verdi, carabinieri, ecc. con le forze azzurre dell’Onu ma non sembra che chi tiene
oggi le redini del Palazzo di vetro abbia di queste intenzioni. Così il
problema resta aperto e rischia di provocare, al di là e al di qua dell’Oceano,
sempre nuovi problemi.