E’ stata la competitività il motivo conduttore della relazione con la quale il presidente di Confcommercio, Sergio Billè, ha aperto a Roma i lavori della XVII Assemblea Generale della Confederazione. Nelle venti cartelle del suo intervento, Billè ha indicato tre priorità per allontanare il rischio di un declino per il nostro Paese: una vigorosa accelerazione del programma di investimenti nel settore delle infrastrutture; una lotta serrata contro la parte più improduttiva, costosa e perditempo della nostra burocrazia; una riforma fiscale che “ricarichi” di energie e di aspettative famiglie ed imprese. Tutti devono farsi carico di questo “programma”: istituzioni, politica, corpi sociali. Ma soprattutto il Governo con un immediato cambio di passo, di strategie e di tipo di approccio ai problemi.
La relazione ha affrontato per
primo il problema delle infrastrutture. “C’è un’Italia – ha detto Billè - che è
davvero stanca di stare in coda, chiusa dentro le sue minuscole scatole di
latta, in attesa che i cantieri finiscano i loro interminabili lavori”. E’
un’Italia, tuttavia, che pur “indispettita” ha ancora voglia di partecipare. Ma
occorrono istituzioni forti e una politica che sappia produrre risultati.
Quando, come oggi “entrambe si incartano, rischia di incartarsi tutto il Paese.
Ne soffre anche l’economia. E parecchio”. A tale proposito, il presidente di
Confcommercio ha sottolineato che dopo il passaggio dal proporzionale al
maggioritario c’è stato un “fermo” del cantiere istituzionale, che “continua a
produrre danni”. A preoccupare, ad esempio, è il nostro bicameralismo
elefantiaco, che non permette la celere approvazione di leggi come quella sulla
tutela del risparmio che, in un sistema di moderna ed efficiente democrazia,
“avrebbero dovuto essere approvate all’istante: poveri risparmiatori!”.
Billè ha poi affrontato la
delicata questione del rapporto tra banche e imprese. Le prime
devono dimostrare “la capacità
del modello di banca universale ad operare tanto sul terreno della consulenza
ai risparmiatori, quanto su quello di una selezione del merito di credito che
sappia accompagnare i processi di crescita delle imprese. In particolare, di
quell’impresa diffusa per la quale l’impatto degli accordi di Basilea si
traduce in una preoccupante prospettiva di deterioramento di questo merito”. E’
poi necessario che
banca e
impresa “operino sulla stessa lunghezza d’onda, condividendo una cultura del
finanziamento che privilegi gli strumenti partecipativi finalizzati alla
crescita del capitale d’impresa”.
Passando
poi a parlare della burocrazia, Billè ha denunciato che “cittadini e imprese
continuano ad essere prigionieri di un potere amministrativo che impone loro
regole vessatorie e mortificanti anticamere”. E’ un problema sottaciuto,
questo. “Perché – si è chiesto il presidente di Confcommercio – mai un cenno o
una parola, in tv, su tutte quelle imprese che, ogni giorno nei settori della
distribuzione, del turismo, dei servizi e dei trasporti sono ostaggi su ogni
tipo di problema che sia tassa, imposta, licenza, pratica amministrativa o
altro?”. Bisogna fare attenzione, “perché la pentola dello scontento sta
superando il punto di ebollizione”. Intanto, la produttività e il grado di
efficienza della Pubblica Amministrazione sono sotto gli occhi di tutti…
Altro
capitolo dolente è quello degli oneri che gravano sulle imprese e che riducono
il loro livello di competitività. Le nostre aziende pagano in media l’energia
elettrica il 25% in più degli altri Paesi europei, mentre anche il costo del
gas è, in Italia, superiore del 30% alla media europea. “Non era compito di
tutte le Authorities create in questi anni – ha provocatoriamente domandato
Billè - stimolare il processo di liberalizzazione del mercato?”. Per non
parlare della carenza in molte aree del nostro territorio (meno 30% rispetto a
Francia e Germania) delle infrastrutture e dei servizi di base o degli oneri
che dai Comuni vengono “scaricati” sulle imprese per la raccolta dei rifiuti e
che sono, per l’utenza, dell’80% più pesanti che negli altri Paesi. “La verità
– per il presidente di Confcommercio - è che il nostro sistema corre oggi con
una gamba sola. Fino a quando il sistema dei servizi non potrà far leva su
un’adeguata rete di infrastrutture non potrà puntare allo sviluppo. Occorre
davvero un colpo di reni”. Lo dimostrano poche cifre: la logistica, nel suo
complesso, ha un costo, mediamente superiore del 30-40 per cento a quello dei
nostri principali concorrenti e i ritardi dovuti al semplice congestionamento
dei trasporti incidono oggi per cifre che variano dai 20 ai 35 miliardi di
euro, cioè dall’1,5 al 2% del nostro Pil: per tacere della privatizzazione
delle grandi reti, fatta senza preoccuparsi della liberalizzazione del mercato,
e degli investimenti infrastrutturali fino ad ora realizzati che non
consentono, per quanto riguarda i servizi su rotaia e l’integrazione via mare,
alternative competitive al trasporto dei prodotti. “La somma di questi motivi –
ha rimarcato Billè - rende praticamente impossibile, se non a costo di
pesantissimi sacrifici, l’esercizio delle attività di servizio delle imprese
del terziario e tutto ciò produce effetti distorsivi anche sul sistema dei
prezzi. Ma queste patologiche carenze, al momento di pagare le tasse allo Stato
e ai Comuni - Irpef, Irap e tanto, troppo d’altro - non sono tenute in alcuna
considerazione”. Intanto, le grandi opere pubbliche continuano ad essere
eseguite con esasperante lentezza: il tempo medio necessario, in Italia, per
realizzare un nuovo asse infrastrutturale è di 14 anni e mezzo contro i 4 e
mezzo della Spagna, i 5 della Germania e i 6 e mezzo della Francia. E
continua
a fare scandalo “l’inadeguatezza - abissale al Sud - di reti metropolitane, di
trasporti pubblici di superficie, di acquedotti, di fognature, di sistemi
elettrici, di impianti per lo smaltimento e la trasformazione dei rifiuti, di
infrastrutture per lo sviluppo del turismo e dell’intrattenimento”.
Ma
l’agenda per il Mezzogiorno continua ad annoverare una fitta serie di questioni
aperte: lotta alla criminalità e impegno per la tutela della legalità;
fiscalità di vantaggio; valorizzazione dei “giacimenti” dei beni culturali ed
ambientali: “che noia, si dirà, ripetere sempre le stesse cose. Che scandalo,
dico io, trovarseli sempre di fronte e dover continuare a convivere con essi!”.
Affrontando
poi il tema dei prezzi, Billè ha “bocciato” la proposta di “importare” in
Italia l’idea del ministro francese Sarkozy per una riduzione da parte della
distribuzione. “Prima – ha detto - si importi in Italia anche l’efficienza
delle infrastrutture e della pubblica amministrazione della Francia e, poi, si
potrà discutere anche di questo.
Prima si
cancellino tutti i costi aggiuntivi che le imprese della distribuzione sono
costrette a sopportare ogni giorno per l’inefficienza del sistema e, poi,
parleremo volentieri anche del resto. Noi siamo disponibili insomma ad
affrontare il problema dei prezzi sempre che, su di essi, ci sia finalmente un
approccio serio che parta da logiche strutturali e che riconosca il valore del
pluralismo distributivo italiano”.
Dopo
aver denunciato che “poco o nulla è stato fatto da parte dello Stato per fare
investimenti nei settori della ricerca, delle tecnologie e della formazione”,
il presidente di Confcommercio è poi passato a parlare del sitema degli
incentivi, che vanno “rimeditati e rimodulati”. “Nessuno di noi è così
scriteriato da pensare che questo Paese possa risolvere i suoi problemi
penalizzando, in qualche modo, il comparto industriale. Ma la benzina va messa
nei serbatoi per far correre le macchine e non per continuare a far girare il
loro motore in folle. Si attui, per gli incentivi, una produttiva correzione di
tiro e a beneficiarne sarà, in primo luogo, l’impresa manifatturiera”. E una
correzione di rotta è necessaria anche nel confronto fra tutte le parti
sociali, ricominciando a parlare davvero di imprese, di occupazione, di riforme
e di mercato cercando, per ciascuno di questi grandi temi, vere soluzioni. “E’
importante – ha detto Billè - che siedano a questo tavolo i sindacati dei
lavoratori perché, senza un loro sostanziale e costruttivo apporto, questo
Paese rischia di di non andare da nessuna parte. Ma, se vogliamo fare
finalmente centro, in questa stagione di confronto dobbiamo mettere tutti sul
piatto qualcosa di nuovo e di diverso e anche dai sindacati ci attendiamo
qualche sì in più e qualche no in meno. Anche quando si negoziano i contratti,
anche quando si parla di flessibilità del mercato del lavoro. E noi puntiamo –
sia ben chiaro – ad un tipo di flessibilità che sia contrattata tra le parti e
che, anche per questo, non diventi mai precarietà”.
Quanto
alla situazione generale della nostra economia, Billè ha sottolineato che
l’Italia, “deve approntare una politica economica rigorosa, ma anche
lungimirante, attraverso misure - sia di tipo congiunturale sia di carattere
strutturale - focalizzate sul rilancio del mercato interno”. A preoccupare,
oltre a una crescita del Pil che nel 2004 e nel 2005 dovrebbe restare al di
sotto della media europea, è la debole crescita dei consumi delle famiglie e lo
scarso recupero degli investimenti, mentre sull’inflazione continuano a gravare
molte incognite. Una situazione che, sulla carta, appare difficilmente
coniugabile con gli obiettivi di riduzione della pressione fiscale, a meno di
drastici interventi per il contenimento della spesa pubblica corrente. Ma “per
noi questa situazione deve poter essere coniugabile anche con l’attuazione
della riforma fiscale. Sono mesi che chiediamo che venga dato al sistema questo
tipo di scossa”. Per il Governo, insomma,
è
arrivato il momento “della politica del fare”, mantenendo le promesse che sono
state fatte. “Di cose il Governo, in questi tre anni – ha detto il presidente
di Confcommercio - ne ha sicuramente fatte e nessuno di noi intende
sottovalutarne il peso e il significato”. Ma, rivolgendosi direttamente al
presidente del Consiglio seduto in platea, Billè ha ricordato che, pur con
tutte le difficoltà del momento (politiche ed economiche) “quando un contratto
viene stipulato, esso va rispettato. E’ un fatto di “credibilità”. D’altra
parte, “come potranno crescere i consumi se non si metteranno più soldi in
tasca alle famiglie?
Come
potranno crescere ed investire le imprese del terziario di mercato, se lo Stato
e gli Enti locali continueranno a prelevare gran parte dei loro redditi? E come
faranno le imprese italiane del turismo, che risentono della sperequazione
delle aliquote Iva rispetto ad importanti competitori europei, ad intercettare
i milioni di cinesi che presto voleranno, anche come turisti, verso il Vecchio
Continente?” La riforma fiscale, insomma, “ è la prima leva strutturale che
oggi possa fare massa critica per la ripartenza dell’economia”. “Milioni di
formiche e di api operaie – ha sottolineato Billè - sono davvero stanche di
lavorare, giorno e notte, per restituire poi allo Stato gran parte dei frutti
del loro lavoro”.
Alla
questione della riforma fiscale è legata a filo doppio quella - auspicabile -
del federalismo, a proposito della quale il presidente di Confcommercio ha
espresso il timore che “possa comportare qualche altro guaio per il
contribuente” e che porti ad un “raddoppio” del totale degli addetti della
pubblica amministrazione. Così come “un intervento che fosse mirato al
superamento dell’Irap soltanto per la ricerca ci convince assai poco, anzi per
nulla”. L’imposta, insomma, va semplicemente soppressa.
“Bisogna
fare di più e di meglio – ha concluso Billè - per evitare che questo Paese vada
alla deriva. Il Paese potrà continuare ad essere competitivo solo se tutti
sapranno fare sistema: lo Stato, la finanza, l’industria e i servizi. Vogliamo
cominciare ad affrontare, con diverso spirito e con maggiore senso della
concretezza, tutti questi problemi o preferiamo, invece, continuare a crogiolarci
nell’idea, anzi nell’illusione, che il bambino della ripresa lo possa portare
la cicogna? Purtroppo non è così. E sarebbe ora che ce ne rendessimo tutti
conto”.