Gli orafi
italiani per la certezza della pena
Sconcerto
e amarezza sono state espresse dal presidente della Confedorafi, Vincenzo
Giannotti, nell’apprendere dalla stampa dell’arresto di un rapinatore, già
condannato all’ergastolo per l’omicidio di un giovane gioielliere, che ha
potuto riprendere la propria attività criminale ai danni di alcune banche
mentre beneficiava di un permesso premio.
“E’
davvero difficile accettare – ha dichiarato Giannotti – che chi ha
spietatamente ucciso un nostro collega possa usufruire di permessi, tanto più
se poi, come in questo caso, torna a delinquere”.
“In
linea di principio non siamo contrari – ha aggiunto – alla concessione di
licenze premio ai detenuti meritevoli, ma riteniamo che occorra maggiore
attenzione nel concedere tali benefici a chi si è macchiato di reati di
particolare gravità sociale”.
In una
lettera inviata al presidente del Consiglio Berlusconi, al vice premier Fini e
al ministro della Giustizia Castelli, la Confedorafi ha evidenziato la
preoccupazione degli orafi italiani (una categoria troppo spesso vittima di
episodi criminosi) per la mancanza di “certezza della pena”, dovuta
all’applicazione della legislazione premiale e, spesso, anche alla decorrenza
dei termini sulla custodia cautelare, con la conseguenza che le sanzioni
comminate non vengono effettivamente espiate.
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