Dopo anni felici, il turismo
congressuale è entrato, da un triennio, in un tunnel che sembra senza uscita.
Pochi incentivi al sistema, mancata richiesta di nuove professionalità, una
immagine complessivamente scarsa dovuta ad una promozione non strutturata:
questi i mali individuati dal presidente dell’Aimp, l’Associazione Italiana
Meeting Planners, Carlo Gaeta, nella relazione con la quale ha
aperto i lavori del seminario “turismo congressuale: quale politica europea per
una nuova competizione globale”, nella sede della Confcommercio, a Roma. “Dopo
decenni di imperdonabile silenzio - ha detto Gaeta - avvertiamo una generale
presa di coscienza e incoraggianti segnali positivi nei confronti del settore
se è vero che, a partire dal 2001, si sono finalmente scritte importanti
normative, prima fra tutte la legge quadro sul turismo”. Gaeta si è soffermato
anche sulle legislazioni regionali per il settore, tra le quali, in
particolare, quelle adottate in Friuli Venezia Giulia, in Toscana e in
Lombardia. Il presidente dell’Aimp ha poi reso noti una serie di dati
estrapolati dall’ultima indagine dall’osservatorio congressuale italiano dai
quali emerge che in Italia gli eventi con oltre 50 partecipanti nel 2003 sono
sensibilmente calati: è stata registrata, infatti, una flessione di circa il
5%, passando dagli oltre 98 mila eventi del 2002 ai poco più dei 94 mila dello
scorso anno. E’ diminuito anche il numero totale dei partecipanti per una
percentuale pari al 3,7% così com’è stato registrato un calo delle giornate di
presenza congressuali pari a -5,44%, dei pernottamenti pari a -8,50% e
soprattutto dei fatturati passati da oltre 5 milioni di euro a 4 milioni e 315
mila euro, con un segno negativo pari al 16,5%. “Eppure per ogni euro speso per
un convegno - ha osservato Gaeta - almeno altri 4 ricadono sulla località
ospitante”. Della necessità sempre più urgente di una politica europea sul
settore ha parlato anche Giorgio Lisi, membro del Parlamento europeo. “Il
turismo in Europa - ha detto Lisi – è un grande paradosso: pur essendo un
settore virtuoso non ha una politica unitaria ma è delegato alle sovranità
nazionali. Vi sono resistenze anche perché i paesi europei sono in competizione
tra loro in questo settore. Tuttavia la competizione esterna è così forte che
bisogna metterci in sinergia per dare vita ad una linea d’azione comune”. “Vi è
una platea di nuovo competitori - ha concluso Lisi - che non riusciremo a
fronteggiare da soli: bisogna quindi iniziare a creare una politica comune, una
sorta di “marchio europeo”. Anche altri operatori del settore hanno richiesto
un processo di armonizzazione delle politiche fiscali, a partire dalle aliquote
iva.