La guerra in
Iraq spinge il petrolio al nuovo record storico di 41,85 dollari al barile. Ma
dopo una corsa inarrestabile durata sei giorni consecutivi, la spinta dà i
primi segni di cedimento. La notizia dell’attentato di Baghdad, in cui è
rimasto ucciso il capo del consiglio di governo iracheno, Ezzedine Salim, ha
fatto schizzare in alto i listini internazionali su cui ha pesato anche la fuga
dei capitali dall’India che sta dietro al tonfo della Borsa di Bombay
(-11,13%). I timori per un inasprimento della crisi irachena in vista del
passaggio dei poteri dall’Autorità provvisoria della Coalizione al nuovo
governo ad interim gravano da settimane sul mercato. Se il greggio sale, il
dollaro scende ed i capitali si riversano sui beni rifugio come l’oro, il
franco svizzero e i titoli di Stato.
Per quanto
riguarda il petrolio l’attenzione si concentra sull’Opec, che nell’incontro
informale del 22-24 maggio ad Amsterdam, in occasione del Forum Internazionale
dell’Aie, potrebbe assumere una decisione sulla politica produttiva in grado di
consentire
la discesa dei prezzi.
Preoccupato
per l’andamento del mercato è il ministro delle Attività Produttive, Antonio
Marzano, secondo il quale “il prezzo di equilibrio si aggira sui 25 dollari al
barile”. La corsa dell’oro nero rischia di compromettere la ripresa mondiale ed
in particolare quella europea, come hanno denunciato la Bundesbank e il
presidente della Commissione di Bruxelles, Romano Prodi. Ed inoltre deprime le
Borse che hanno cominciato la settimana in caduta libera. A Milano il Mibtel,
pur in recupero nelle ultime battute, ha ceduto l’1,25%. Le altre piazze
europee, dopo una mattinata di cali generalizzati, hanno recuperato nel finale
chiudendo però sempre in territorio negativo: Parigi (-1,32%), Francoforte
(-1,28%), Zurigo (-1,25%), Londra (-0,87%). Complessivamente
sono andati
in fumo 80 miliardi di euro di capitalizzazione nel Vecchio Continente.