Non è un bel
quadro quello che la Banca d’Italia ha “dipinto” nel suo bollettino economico
sulla situazione economica italiana. La ripresa è incerta e i conti pubblici
sono in difficoltà. Nell’anno in corso il Pil crescerà di appena l’1%, circa la
metà dell’1,9% previsto dal governo nello scorso settembre. Il tasso
d’incremento è più basso non solo rispetto a quello di Stati Uniti e paesi
asiatici, ma anche nei confronti dei partner europei. L’area dell’euro dovrebbe
mettere a segno, infatti, un aumento del Pil superiore di circa mezzo punto
percentuale rispetto all’Italia: le ultime previsioni indicano un incremento
annuo medio dell’'1,7% che potrebbe essere leggermente rivisto al ribasso nel
corso dell’anno. L’istituto di via Nazionale sottolinea anche il calo
nell’ultimo triennio della produzione industriale, la costante perdita di quote
di mercato del made in Italy, la debolezza del sistema imprenditoriale malato
di “nanismo” e di scarsa innovazione tecnologica, un’inflazione più alta di
quella dell’area euro, lo squilibrio dei conti pubblici. Notizie positive
giungono dall’occupazione, che ha continuato a crescere nel 2003 malgrado la
difficile congiuntura: ma il ritmo con cui si creano nuovi posti di lavoro
appare più lento e tornano ad aumentare i contratti a termine rispetto a quelli
a tempo indeterminato.
Tornando al Pil, la Banca d’Italia stima che tra gennaio e marzo non salirà più dello 0,1%-0,2%. “Nello stesso periodo - prosegue il Bollettino - la fiducia delle famiglie è ulteriormente caduta, mentre quella delle imprese ha oscillato intorno a livelli modesti. E il graduale miglioramento dell’indicatore che anticipa di cinque-sei mesi l’evoluzione economica complessiva, avviatosi la scorsa estate, si è arrestato”. Senza dimenticare gli attentati di Madrid, il cui effetto economico si chiarirà soltanto con il tempo. Il Bollettino si sofferma quindi sui risultati di finanza pubblica conseguiti nel 2003. E anche in questo caso non mancano alcuni cenni critici. Preoccupano la riduzione dello 0,6% al 2,9% dell’avanzo primario e l’aumento dello 0,5% al 3,5% del fabbisogno al netto delle regolazioni e delle dismissioni.