Le previsioni si sono avverate. Era lui, Joseph Ratzinger, il più accreditato successore di Giovanni Paolo II “il grande", di cui è chiamato a raccogliere la preziosa e pesante eredità. Novità e sorprese non mancano. A cominciare dal nome assunto come duecentosessantaquattresimo successore di Pietro e Vescovo di Roma: Benedetto XVI. Un nome che richiama a San Benedetto, Patrono d’Europa, e alle radici cristiane del vecchio continente. Sorprendente è apparsa la rapidità dell’elezione, appena al quarto scrutinio. Nuovo il saluto in cinque lingue del cardinale protodiacono, il cileno Jorge
Medina Estevez, prima di
annunziare il “gaudium magnum”. Grande gioia che nella
folla accorsa in Piazza San
Pietro si è trasformata in grande festa. Con qualche delusione, per chi si
aspettava un papa italiano o magari latinoamericano. Il Papa nel suo discorso
iniziale si è presentato al mondo come “un semplice, umile lavoratore nella
vigna del Signore”. “Mi consola – ha aggiunto - il fatto che il Signore sa
lavorare e agire anche con strumenti insufficienti”. Benedetto XVI non è
certamente uno “sconosciuto”: per tanti anni ha lavorato con Giovanni Paolo II
come prefetto del dicastero per la dottrina della fede. Una personalità forte,
con una chiara identità, uomo di elevata cultura e autore di innumerevoli
pubblicazioni di carattere teologico e spirituale. Indicative le sue forti
riflessioni nella Via Crucis al Colosseo, quando ha descritto la
Chiesa come “una barca che fa
acqua da tutte le parti”, ha stigmatizzato le “pompose menzogne” dei grandi di
questo mondo, ma ha anche invocato in preghiera “il
coraggio di un’umile bontà”.
Poi, alla Messa per l’elezione del nuovo Papa, il monito che “la misericordia
di Cristo non è una grazia a buon mercato, non suppone la banalizzazione del
male”, la denuncia di quella “dittatura del relativismo che non riconosce nulla
come definitivo e che lascia cole ultima misura solo il proprio io e le sue
voglie”.