Istat: “l’Italia cammina a passo lento”
Una crescita modesta che si avvicina più alla stagnazione che allo sviluppo. Nel 2004 l’economia italiana ha camminato a passo lento, soprattutto nell’ultima parte dell’anno. L’andatura del paese, con un Pil cresciuto dell’1,2%, è migliorata rispetto al 2002 e al 2003 (+0,4% e +0,3%), ma è stata decisamente inferiore rispetto all’insieme dei Paesi dell’Ue a 12 (+2,1%). Il ritmo di sviluppo è stato quindi “molto modesto”, “deludente” per molti aspetti e tale da caratterizzare l’ultimo triennio “come uno dei più lunghi
periodi di bassa crescita della storia italiana”. A scattare la fotografia dell’economia del Paese è l’Istat nel consueto rapporto annuale. Il quadro che ne emerge non è incoraggiante, soprattutto per le piccole imprese italiane, ferme al palo e incapaci di agganciare la ripresa internazionale. D'altra parte, però, le tendenze non sono del tutto
negative: l’Italia non è infatti agli ultimi posti in Europa, ma riesce a mantenersi più o meno nella media. Pur non essendo tra le prime del continente, le imprese italiane “sono
mediamente efficienti”. Il grande neo rimane però il capitolo ricerca e sviluppo: il nostro Paese spende troppo poco, molto meno dei partner europei, sprecando così una carta decisiva per il futuro delle imprese e dell’intero sistema produttivo.
PIL: l’1,2% si confronta con ben altri risultati a livello europeo: l’1,6% tedesco, il 2,5% francese, il 2,7% della Spagna. La forbice si accentua soprattutto nel quarto trimestre. Il
differenziale negativo di crescita dell’Italia rispetto all’Unione monetaria si è ampliato nella media del 2004 a 0,9 punti percentuali dagli 0,2 del 2003. A fare la differenza è
stata soprattutto la domanda interna, cresciuta del 2% in Europa e dell’1% in Italia.
I CONSUMI LANGUONO: la spesa per i consumi finali è aumentata in complesso dello 0,9%, quasi la metà rispetto all’1,6% del 2003. In particolare i consumi delle famiglie hanno mostrato un netto rallentamento passando dal +1,4% del 2003 all’1% dell’anno scorso. Nonostante l’aumento del reddito disponibile (+1,8%), gli italiani hanno insomma stretto la cinghia, quasi immobilizzati dall’incertezza sulle prospettive future. Non per niente, sottolinea il rapporto, il 2004 è stato l’anno in cui la fiducia dei consumatori ha toccato i valori minimi dal '93.
BILANCIA IN ROSSO: import ed export ricominciano a tirare, ma l’Italia è appesantita da un consistente disavanzo energetico che pesa sul saldo commerciale. Per la prima volta
dal 1992 la bilancia torna quindi in deficit per 1,5 miliardi.
INDUSTRIA AL PALO: nonostante il moderato ritorno al dinamismo dell’attività produttiva, l’industria in senso stretto è in stallo. L’incremento è stato dello 0,3%
Nell’anno, un risultato determinato esclusivamente dal rimbalzo del settore energetico. Il comparto manifatturiero invece non si muove. L’andamento peggiora nell’ultima parte dell’anno, al punto che il livello di attività dell’industria arriva a toccare “uno dei valori più bassi delle prolungata fase di ristagno iniziata nel 2001”. E le prospettive non sembrano affatto migliorare per l’anno in corso.
TRADIZIONE E MICROIMPRESE PESANO SU PRODUTTIVITA': una vastissima popolazione di piccole e piccolissime imprese, una produzione orientata soprattutto alla tradizione e a basso contenuto tecnologico. Sono i primi ostacoli alla crescita della produttività italiana, ma anche all’aumento delle esportazioni e alla competitività sui mercati esteri (la quota italiana sull’export mondiale è scesa al 3,7% perdendo dal 1996 un terzo del suo valore). Il risultato è che a differenza delle medie e grandi imprese in grado di agganciare la ripresa internazionale, le piccole imprese soffrono sulla propria pelle i loro stessi ritardi.
LAVORO, ANCORA LONTANI DA UE: troppi sottoccupati, troppi inattivi, troppa concentrazione nei settori a bassa produttività. Sono le caratteristiche fondamentali del mercato del lavoro italiano tali da compromettere, nonostante il calo della disoccupazione, la raggiungibilità degli obiettivi di Lisbona. Tra Nord e Sud, rileva l’Istat, permane un’ampia differenziazione: nel Mezzogiorno risiedono infatti quasi 6
occupati su 10, con un tasso di disoccupazione triplo rispetto al resto del Paese. Il 62% delle persone in cerca di lavoro è giovane, ha cioè tra i 15 e i 34 anni. E il tasso di
disoccupazione tra le giovani donne del Mezzogiorno arriva fino al 30%.