Fazio: “la perdità di competitività affossa la nostra economia”
Crescita zero per il Prodotto interno nel 2005 con un
rapporto deficit/pil al 4%, assolutamente al di sopra dei parametri di
Maastricht. Non solo. Le esportazioni italiane sono ferme e la produzione
industriale continua a essere caratterizzata da segno meno, registrando nei
primi quattro mesi dell'anno una flessione del 2,7%. Insomma la “fotografia”
del Governatore della Banca d’Italia è quella di un’Italia che non cresce e con
i conti pubblici a rischio con una crisi che è senza dubbio di natura “strutturale”. Nelle sue
Considerazioni finali, in occasione dell’Assemblea annuale, Antonio Fazio ha
lanciato un appello alla politica, agli imprenditori e alle parti sociali per
uno sforzo corale per ridare slancio all’economia e per “ritrovare la
fiducia”. La ricetta del Governatore
poggia su
quattro pilastri: correggere “la tendenza della spesa
corrente, il riordino dell’imposizione fiscale sulle imprese e sul lavoro, una
decisa lotta all’evasione, una riduzione significativa del peso del debito
costituiscono la premessa per innalzare il tasso di sviluppo potenziale della
nostra economia”. Secondo Fazio è “la
perdita di competitività è il “punto di maggiore debolezza” dell’economia
italiana”. E a conforto
della sua tesi ecco una serie di dati e numeri che partono da lontano: un
indice di produttività che, tra il 1995 e il 2000, è stato pressoché nullo
(circa 1% l’anno), contro il 3,2% della Germania, il 4,3% della Francia, il
3,9% degli Stati Uniti. E il gap produttivo si è andato intensificando più di
recente: “tra il 2000 e il 2004 - ha ricordato Fazio - la produzione
industriale è aumentata in Francia dell’1,2%, in Germania del 2,6%; in Italia è
diminuita del 3,8%”. Viceversa, i costo del lavoro “è aumentato nella nostra
industria manifatturiera del 12,6%; nello stesso arco di tempo è sceso del 2,8%
in Germania, è cresciuto del 2,6% in Francia”. Senza parlare di un tessuto
produttivo sempre più affetto da “nanismo'” e costituito in Italia per il 99%
da imprese con meno di 50 addetti. Secondo Fazio, “la crisi viene
da lontano. Il Paese ha cominciato a perdere i colpi già a metà degli anni
Novanta per imboccare poi una pericolosa china segnata da una flessione della
produzione industriale e da un incremento del costo del lavoro per unità di
prodotto, dovuto al mancato sviluppo della produttività”. “Una strada che – ha
detto Fazio - ha allontanato sempre di più l’Italia dagli altri Paesi europei
come Francia e Germania. Le nostre vendite all’estero nel 2004 sono risultate
inferiori a quelle dell’anno 2000; la quota sul mercato mondiale, pari al 4,6%
nel 1995, è scesa, calcolata a prezzi costanti, al 3,5% nel 2000 e al 2,9% nel 2004”. Un quadro pieno di ombre quello
dipinto dal governatore che impone ora una vera e propria netta inversione di
rotta “innalzando la qualità della produzione e il suo contenuto di
creatività”. E secondo Fazio vanno nella giusta direzione “le forme di
incentivazione fiscale e le altre provvidenze dirette ad accrescere la competitività,
già introdotte, e la programmata riduzione dell’Irap”. Un’altra ricetta
convincente, secondo Fazio, è la delocalizzazione: secondo le indagini di Bankitalia,
infatti, “le imprese con attività all’estero producono un valore aggiunto per
addetto più alto del 9% rispetto a quello medio delle altre imprese italiane.
Anche gli investimenti per addetto sono più elevati”. In sintesi, “la
delocalizzazione non sembra influenzare l’occupazione in Italia o lo fa in modo
positivo. Nei settori tradizionali, lo spostamento all’estero di una parte
della produzione ha carattere difensivo; riduce l’occupazione, ma permette di
sostenere il confronto competitivo sul mercato internazionale”. Un’altra spinta
potrebbe venire dalla ricerca, oggi vero tallone d’Achille dell’industria: se
la spesa per ricerca sostenuta dallo Stato è più o meno in linea con l’estero
(0,6% del Pil contro lo 0,8% di Francia e Germania), quella alimentata dagli
imprenditori privati in Italia segna il passo: appena lo 0,5% contro l’1,7% dei
tedeschi e l’1,4% dei francesi. Nel complesso, la spesa per ricerca in Italia
raggiunge l’1,1%, contro il 2,5% in Germania, il 2,2% in Francia, il 2,7% negli
Usa e il 3,1% in Giappone. Fazio ha poi sottolineato come pesi sull’economia,
limitandone la capacità di sviluppo, “la frammentazione dell’attività
produttiva”. “La ridotta dimensione ostacola l’investimento in ricerca; sono
più difficili strategie di espansione dell’attività a livello globale e di
conquista di posizioni rilevanti sul mercato internazionale”. La proposta del
governatore per il rilancio si condensa in pochi punti: “vanno rafforzate le
politiche volte a favorire le imprese a forte contenuto tecnologico; in
particolare, attraverso la contribuzione del settore pubblico al capitale
iniziale, la creazione di attività consortili, l’incentivazione del
trasferimento di tecnologie dai centri di ricerca pubblica alle attività
produttive”. Infine, secondo Fazio “va rinnovato l’invito al sistema creditizio
a sostenere le aziende più dinamiche, a promuovere processi di aggregazione e
di consolidamento delle imprese. E’ essenziale al riguardo l’iniziativa delle
stesse imprese. Occorre un più ampio ricorso a forme di venture capital”.