Siniscalco: “Pil rivisto al ribasso nel 2005”
Il ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, parlando davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato ha
sottolineato che alla luce dell’ultimo dato negativo sul Pil, “il Governo
dovrà con molta probabilità rivedere al ribasso la stima di crescita del Pil
dell’1,2% nel 2005 fatta con la Trimestrale di Cassa”. “La previsione- ha detto
Siniscalco - non tiene conto della contrazione mensile dello 0,5% registrata
nel primo trimestre dell’anno in corso. Il dato annuale richiederà, dunque, con
ogni probabilità, una revisione al ribasso delle stime di crescita e dei saldi
di finanza pubblica per il 2005”. Il ministro dell’Economia ha precisato poi
che il governo “intende sostituire l’Irap sottraendo il lavoro dalla base
imponibile ma in un quadro di compatibilità finanziaria complessiva”. E a
proposito di “finanziaria”, Siniscalco ha detto che nell’attuale situazione di
difficoltà
“una manovra restrittiva potrebbe addirittura essere
controproducente. Proprio per queste ragioni la gestione della finanza
nell’anno deve essere particolarmente attenta e
rigorosa”. Il ministro ha poi invitato a non cadere nella
“sindrome” da breve termine: “i motivi della lenta crescita vengono da lontano
e non sono eliminabili nel breve tempo. Occorre agire su di essi in modo
sistematico e coerente per rimettere il Paese su un trend di sviluppo
accettabile e sostenuto”. Il titolare del dicastero dell’Economia ha ricordato
i punti centrali sui quali s’incentrerà l’azione del governo fino alla fine
della legislatura: l’investimento pubblico e privato, il cuneo fiscale, il
Mezzogiorno sono i temi su cui si concentra il programma di Governo, a fianco
della tutela delle famiglie più deboli. “Da giovedì - ha ricordato - il Governo
apre il confronto con le parti sociali su questi temi”. “Chiudere la stagione dei rinnovi contrattuali –ha detto Siniscalco
- di grande importanza per il reddito disponibile e la fiducia ma ciò va fatto
all’interno di compatibilità economiche più ancora che finanziarie, perché è
proprio la dinamica del costo del lavoro per unità di
prodotto a essere fuori linea rispetto ai partner UE”.