Mi pare necessaria una premessa:
se ho chiesto ospitalità al Riformista e non ad altri per porre oggi, sui temi della politica
economica, alcune stringenti domande all’Unione di Romano Prodi, è perché non
vorrei che esse si arenassero sugli scogli degli equivoci e delle solite
strumentalizzazioni. E’ mia intenzione,
difatti, fare un discorso schietto e il più possibile fuori dal coro. Vengo al
nocciolo. Per far uscire questo Paese
dai guai in cui purtroppo si trova l’Unione propone di cambiare musica e
suonatori sostituendo il tango argentino della Casa delle Libertà con un tipo
di danza che magari sia meno fantasioso e figurato ma possa meglio andare dritto allo scopo. E’, del resto, quel che
un’opposizione, in un sistema democratico fondato sull’alternanza, deve
appunto sempre cercare di fare. Il
punto però è che ancora non si è capito di quale nuova danza si tratti e quale
sia lo spartito che verrà dato da
suonare all’orchestra. Facendo pure degli straordinari ho provato a scaricare
da Internet e a leggere tutto quel che, in tema di proposte alternative,
l’Unione ha fino ad oggi partorito, ma
il risultato è che, nella testa, mi è rimasta
una gran confusione. Apprezzo le premesse come quella che “è arrivato il momento di dire la verità
al Paese anche se, purtroppo, si tratta di verità spiacevoli”. E poi i richiami
ai valori, alla trasparenza e all’ormai impellente necessità di “dare un ordine
di priorità e di gerarchia agli obbiettivi da raggiungere”. Figuriamoci se non si può essere d’accordo,
ma il seguito, cioè il dettaglio del menù che si intende mettere in cottura per
risanare davvero il nostro dissestato sistema, dov’è? Sono almeno tre, fra i
tanti, gli interrogativi che, nei programmi dell’Unione, non hanno ancora
trovato, a mio giudizio, un’adeguata risposta. Il primo è quello delle terapie
da usare per rimettere in piedi il nostro sconquassato comparto industriale. Si
intende di nuovo ricorrere alle
costose, anzi costosissime “flebo” dei
sussidi statali in modo da assicurare almeno il rientro in fabbrica, ancora per
qualche tempo, dei cassa integrati o si pensa a soluzioni nuove che siano
compatibili con le nuove regole drasticamente imposte dal mercato
globale? Tante altre piccole, medie e grandi Alitalia tenute su con gli spilli
dell’assistenzialismo oppure, come è ormai indispensabile per la salute della
nostra economia, qualcosa di diverso
e innovativo? 2- Figuriamoci se non
possiamo essere d’accordo con l’idea di una liberalizzazione , nel segno della
trasparenza e di una maggiore e più strutturale produttività, di tutto il
settore dei servizi. Il problema resta però quello del “come” realizzare questo giusto ma per ora ancora
assai astratto progetto. Ma è cosciente la sinistra del fatto che, ad esempio,
la liberalizzazione delle licenze commerciali pervicacemente voluta
dall’allora Ministro Bersani, invece di
realizzare un sistemico processo di ammodernamento e di messa in rete delle
risorse di questo settore, ha finito con l’acuire i fenomeni di una sua
improduttiva parcellizzazione? E perché si è pensato a questa liberalizzazione
senza, nel contempo, nemmeno scalfire invece quei poteri e quelle rendite degli
oligopoli che, da tempo inveterato, dettano purtroppo legge nel nostro mercato?
3- Non è affatto chiaro cosa si intenda proporre per ridurre il costo del
lavoro che oggi rappresenta il vero tallone d’Achille di tutto il nostro
sistema di imprese. Mi piacerebbe, ad esempio, sapere cosa si voglia fare
dell’Irap e dei tanti ammennicoli di imposta che, anche sul versante locale,
tolgono oggi il respiro a chi voglia investire capitali e creare nuovi posti di
lavoro. Ed è giusto o no che siano ancora le famiglie a pagare, sempre di tasca
loro, i conti di una burocrazia così esosa ed improduttiva? Come sarebbe anche
necessario sapere qual’è l’idea di federalismo che, in alternativa a quella di
Bossi, si vuole portare avanti. Vuole mettere una lapide sopra a tutto questo
costoso progetto, revisionarlo oppure
fare che cosa?
Sergio Billè