“In Italia sussistono oggi varie forme di apartheid. Una di queste è il muro che si sta, in qualche modo, ergendo e solidificando tra chi, in questo Paese - e mi riferisco alle imprese - vuole operare per lo sviluppo e chi invece, su questo tema - e mi riferisco alle Istituzioni - parla bene ma poi continua purtroppo a razzolare male. E’ soprattutto questo steccato ad impedire la definizione e poi l’attuazione di quelle strategie di lungo e largo respiro che oggi sono necessarie per fare anche della mobilità uno dei cardini di un vero processo di sviluppo”. Intervenendo a Venezia nell’ambito del convegno 'Mobilità e sviluppo' il presidente di Confcommercio, Sergio Billè, ha lanciato un forte grido d’allarme: “non è più possibile andare avanti in questo modo”. Tanto è vero che anche che l’attuale governo “ogni volta che ha provato a forzare i tempi delle decisioni operative, ha dovuto fare i conti con i mille cavilli di un sistema di leggi, di vincoli, di normative e persino di ‘ideologie’ - che sembra coniato apposta per lasciare questo Paese sulla soglia del medioevo”.
“Il guaio – ha specificato Billè
- è che mentre noi ci culliamo in mezzo a queste ragnatele, il mondo e i
mercati intorno a noi corrono e cambiano a ritmo vorticoso.
La legge finanziaria che sta per
essere varata dal Parlamento contiene qualche novità interessante per quanto
riguarda, ad esempio, i distretti territoriali all’interno dei quali - imprese
industriali ma anche di tutti i settori dei servizi potranno operare sotto
l’egida di strutture che, sotto il profilo fiscale, amministrativo e
finanziario, ne faciliteranno l’operatività e la concorrenzialità”. Ma questi
distretti serviranno a poco se “intorno ad essi, non si creerà finalmente un
ecosistema di servizi, di infrastrutture, insomma di logistica che sia in grado
di agevolare l’accesso ai mercati e la vendita di ogni tipo di prodotto”.
Il nostro sistema, insomma, “non
potrà che restare sulla graticola dell’incertezza e della precarietà fino a
quando non verranno decise strategie lungimiranti e di largo respiro, tese da
un lato all’individuazione di un nuovo modello di sviluppo e, dall’altro, anche
alla creazione o al completamento di quelle reti di infrastrutture che sono
oggi indispensabili per tornare ad essere competitivi su ogni tipo di mercato”.
Billè ha chiuso il suo
intervento chiedendo “qualcosa di realmente nuovo”, ovvero “riforme di sistema
che cambino il volto della nostra economia e ‘opere’ strategiche, nel campo
delle infrastrutture, che restituiscano a questo Paese la voglia di produrre e
la possibilità di competere” perché “la pazienza di chi opera nel mercato è
ormai agli sgoccioli”.