A Dahab si ripuliscono in fretta le strade dalle macerie, e soprattutto i segni delle macchie di sangue. La gente vuole tornare alla normalità, riavere i turisti che sono la principale risorsa economica. “Ogni milione di turisti crea 200mila posti lavoro”, ha spiegato il ministro del Turismo, Mohammed Zoheir Garana.
Il bilancio dell’attentato è ormai definitivo: 18 morti, 12 egiziani e 6 stranieri: un tedesco, un libanese, uno svizzero, un danese, un russo sono già stati identificati. Ma alcune fonti continuano a parlare di 23 morti, e anche sul numero dei feriti, anche a causa dei moltissimi feriti lievi, non c’è accordo: fra i 30 e i 60. Incertezza anche sulle modalità dell’attentato: la versione più accreditata resta quella delle bombe a orologeria, ma fonti ufficiose dei servizi di sicurezza egiziani fanno l’ipotesi che due delle tre esplosioni siano state provocate da kamikaze.
I servizi segreti e la polizia egiziana stanno indagando, raccogliendo indizi, frugando le macerie. Sono già state arrestate otto persone, riferisce Al Jazeera, tra questi tre tecnici informatici che si sarebbe allontanati poco prima delle esplosioni. La speranza è che dagli interrogatori dei sospetti emerga un filo conduttore, qualcosa che permetta di estirpare il terrorismo dal Sinai. Con tre stragi in 18 mesi si rischia la catastrofe economica. Per questo a Dahab è arrivato il ministro dell’Interno, Habib el Adli, per cordinare personalmente le indagini: la posta in gioco è troppo alta. “Sono crimini odiosi e abominevoli, che hanno l’obiettivo di minare la stabilità del Paese”, ha dichiarato il ministro.