Gli investimenti in infrastrutture pubbliche sono cresciuti costantemente negli ultimi 10 anni, ma nel 2005 l’incremento delle risorse è solo dello 0,4%, il minimo dal 1995. E’ quanto emerge dai tre studi promossi da Unioncamere e realizzati in collaborazione con il Cresme, l’Istituto Guglielmo Tagliacarne e il Gruppo Clas, presentati a Roma nell’ambito del convegno “Infrastrutture e competitività. Quale scenario per il sistema Italia?”.
Secondo il rapporto, lo sforzo del Paese per colmare il divario che ci separa dai principali partner europei in materia di infrastrutture deve continuare. Dal 1995 al 2005, il rapporto tra investimenti in opere pubbliche e Pil è aumentato progressivamente, passando dal 2,2% del 1996 al 2,9% del 2005. In particolare, tra il 2001 ed il 2005, a fronte di una crescita complessiva dell’economia nazionale del 3,4%, gli investimenti in nuove opere pubbliche sono aumentati, in termini reali, del 39,9%, fornendo un contributo importante all’occupazione (nel 2005 il comparto delle costruzioni ha accresciuto i propri occupati di 600mila unità, il 20% delle quali provenienti da Paesi extracomunitari) e un apporto significativo alla crescita del Pil. Nel 2005, però, l’aumento degli investimenti in opere pubbliche ha subito un rallentamento, concretizzandosi in una crescita dello 0,4%, valore minimo registrato dal 1995, e questo può rappresentare il punto d’inversione di un ciclo espansivo iniziato nel 1996 e un chiaro effetto delle manovre di contenimento del debito pubblico che mette in discussione il ruolo sino ad oggi giocato da questo comparto.
Eppure, l’Italia ha ancora seri ritardi da recuperare. Su 103 province, 57 hanno una dotazione di infrastrutture di trasporto inferiore alla media nazionale. Di queste, 27 sono province del Mezzogiorno, a dimostrazione della persistenza di un forte divario con le altre aree del Paese, ma alcune sono anche province ad alto tasso di sviluppo, come Vicenza, Treviso, Ferrara, il cui deficit infrastrutturale può mettere a rischio le ulteriori opportunità di crescita. Per alcune province, poi, un miglioramento delle vie di trasporto rappresenterebbe un vero e proprio salto di qualità. Pisa, Palermo o Reggio Calabria, insieme a Firenze e Roma, vedrebbero sensibilmente aumentare la propria capacità di attrazione in termini di consumi turistici e commerciali.
“Il tema delle infrastrutture - ha detto il presidente di Unioncamere, Carlo Sangalli - è da tempo al centro del dibattito istituzionale. Parlare del loro sviluppo significa parlare di un fattore fondamentale di competitività dei diversi territori e delle attività economiche. La realizzazione di una rete infrastrutturale moderna è infatti determinante. Lo è sia quando l’economia di un Paese marcia a ritmo sostenuto, come alla fine degli anni Novanta, sia quando essa attraversa periodi di difficoltà, come quelli che abbiamo vissuto a partire dal 2001, sia, e forse ancora di più, quando la macchina produttiva ricomincia a dare segni di recupero, come sta accadendo in questi ultimi mesi. E’ necessario, insomma, che la realizzazione delle grandi infrastrutture resti una priorità del Paese: ne va del futuro del sistema imprenditoriale italiano”.
Secondo la ricerca promossa da Unioncamere e sviluppata dal Cresme, nel 2005 il valore degli investimenti per le opere pubbliche è stato di 43,7 miliardi di euro, pari al 28,1% degli investimenti in costruzioni. A questi va aggiunta la spesa corrente per la manutenzione ordinaria del patrimonio edilizio e infrastrutturale esistente, pari a 7,5 miliardi di euro. Così nel 2005 la spesa per le opere pubbliche risulta pari a poco più di 51 miliardi di euro.
Nel 2001-2005, il 36% degli investimenti è stato attivato dalle amministrazioni locali, Province e Comuni. Il primato di spesa è quello di Ferrovie dello Stato Spa, la società totalmente posseduta dal Tesoro che, nel periodo considerato, ha investito complessivamente 25,5 miliardi di euro, per una quota pari al 13% del totale. Nel 2005, frenano tutti i principali enti di spesa (Enel diminuisce gli investimenti dell’11,6%, al netto dell'inflazione), con l’eccezione delle Ferrovie dello Stato Spa (+8,1%), delle imprese di servizio pubblico locale (+14,3%) e soprattutto del partenariato pubblico privato (+22,3%).
Secondo l'indagine curata dall'Istituto Tagliacarne, al netto dei porti, 46 delle 103 province italiane fanno segnare un livello di infrastrutture di trasporto superiore alla media nazionale, mentre 57 rimangono al di sotto. Dominante la posizione del Centro-Nord: 39 province su 46 si collocano al di sopra della media, con Liguria e Umbria che vantano il 100% di province con livello di infrastrutture superiore alla media. Nel Mezzogiorno, invece, solo 7 province su 36 hanno una dotazione superiore al valore medio, di cui 2 in Abruzzo. Nel contempo, ben tre regioni del Sud (Molise, Basilicata e Sardegna) non registrano alcuna provincia con valori dell'indicatore superiori a 100. In cima alla graduatoria si incontrano Lodi, Varese, Vibo Valentia, Trieste, Novara e alcune realtà metropolitane come Roma, Genova e Bologna. Più arretrata la posizione di Milano (37^ posizione), Torino (61^ posizione) e di molte province del Nord-Est.