Occorre una grande immaginazione per definire di sviluppo
una Finanziaria da 34,7 miliardi di euro. Gli indicatori macro-economici e il
contesto internazionale su cui pesano la dinamica dei prezzi delle materie
prime e il rialzo dei tassi di interesse ci richiamano ad una realtà
profondamente diversa.
Nel 2007 il nostro PIL crescerà di appena l’1,3% contro il
2,9% degli Stati Uniti, il 2,1% del Giappone e il 2,1% dell’UEM dove continuano
a brillare Spagna (3%) e Regno Unito (2,7%).
A sgomberare il campo da ogni equivoco cito un dato. Nel
quadro macroeconomico elaborato dal Governo per il 2007 i consumi delle
famiglie vengono dati in crescita ad un tasso del 1,2%. Occorre, tuttavia,
ricordare che nel DPEF il Governo programmava il tasso allo 0,8% con una
perdita di 3 miliardi di euro.
D’altra parte con l’aumento delle aliquote Irpef per i
redditi superiori a 40mila euro, con l’aumento dei contributi previdenziali sul
lavoro autonomo, con il prelievo forzoso del TFR, con lo svincolo delle
addizionali a favore degli enti locali è difficile attendersi un risultato
migliore.
L’azione combinata sul sistema delle piccole imprese del
prelievo del TFR e dell’introduzione dei criteri previsti da Basilea2 per l’accesso
al credito ci preoccupa moltissimo.
Quando il Vice ministro Visco dice, rivolto ai sindaci, “aumentino le tasse se vogliono, taglino le
spese se sono capaci” noi sappiamo già come si risolverà questo dilemma
shakespeariano. Con l’aumento
dell’imposizione fiscale. Questo è il contesto generale nel quale si dovranno
muovere le imprese turistiche nel tentativo di sfidare una competizione
internazionale che diventa sempre più difficile. Il turismo italiano, quello
delle migliaia di località balneari e montane diffuse sul territorio, dei
piccoli borghi, vive di domanda interna. Sul complesso delle presenze
(ufficiali e non) quelle interne pesano almeno il 70%. Pensare di poter
compensare, nel triennio prossimo, una più che probabile stagnazione della domanda
interna con un recupero del turismo internazionale è una missione impossibile. La Finanziaria richiede una lettura attenta
anche per le parti che più direttamente riguardano le imprese turistiche.
Tra i provvedimenti che ci riguardano ce ne sono alcuni
che attendevamo da anni ed ai quali noi annettiamo grandi valenze sostanziali e
simboliche.
Mi riferisco alle nuove risorse aggiuntive per l’Agenzia
nazionale del turismo e al rilancio della promozione turistica italiana dopo lo
stallo degli ultimi anni.
All’introduzione del meccanismo della detraibilità
dell’IVA congressuale e alla scampata minaccia dell’aumento del 300% dei canoni
demaniali.
E, tuttavia, non possiamo passare sotto silenzio due fatti
nuovi scaturiti da un’attenta analisi
del testo della Finanziaria: il primo riguarda gli stessi canoni demaniali, che
per alcune tipologie di attività che operano sul demanio registreranno comunque
notevoli aumenti;
il secondo riguarda la stessa detraibilità dell’IVA per le
prestazioni alberghiere e di ristorazione, che risulta non potersi applicare
nei confronti di quelle imprese (agenzie di viaggio e organizzatori
congressuali) che svolgono una essenziale funzione di intermediazione per le attività congressuali.
Ma ce ne sono di più di segno opposto. Comincio da quella
che alla Conferenza Nazionale di Pescara di due settimane fa ho definito,
davanti al Vice Premier Rutelli, come la riesumazione di un cadavere: la tassa
di soggiorno. Consentitemi di essere indelicato.
Ma come definireste VOI la reintroduzione di una tassa
soppressa 15 anni orsono perché iniqua, obsoleta e di dubbia costituzionalità?
Mi tornano di nuovo le parole del Vice ministro Visco ai
sindaci “aumentino le tasse se vogliono …”.
Il ragionamento del Governo è più o meno questo. Vi
abbiamo tagliato i trasferimenti, sappiamo che avete bisogno di nuove risorse
ma anche del consenso dei vostri cittadini. Bene, potete tassare i turisti,
ovviamente quelli che risiedono ufficialmente nelle strutture ricettive, non
quelli che alloggiano in nero nelle seconde case dei residenti.
Noi riteniamo INACCETTABILE questo modo di ragionare.
Mi chiedo quale sarà la reazione di un turista, già
disorientato da classifiche alberghiere diverse da località a località, quando
in un comune gli chiederanno di pagare la tassa di soggiorno e in quello vicino
no? E’ come stare su un’autostrada dove solo alcuni automobilisti pagano il
pedaggio e dove ciascun casellante stabilisce il prezzo.
Vi sembra questa una politica per il turismo? a me pare
una vera follia.
Oltre 200mila imprese turistiche del Paese ritengono
improponibile gravare il turista di un nuovo balzello. Su una tariffa media di
50 euro questa nuova tassa può arrivare ad incidere fino al 10%.
Non è poco in un contesto di mercato che richiede, invece,
moderazione e contenimento dei prezzi. Vi è
il fondato rischio, allora, che essa si trasformi in una nuova tassa
sull’impresa turistica.
Con un rapido calcolo scopriamo che la tassa di soggiorno
( calcolata nel suo valore massimo di 5 euro su 380 milioni di presenze
turistiche ufficiali), ha un valore
potenziale di 1,8 miliardi di euro.
E come se non bastasse c’è anche l’incognita dell’aggravio
che scaturirà dall’applicazione da parte dei comuni dell’imposta di scopo per
la realizzazione di opere pubbliche, un nuovo tributo che incide sui beni delle
imprese turistiche e perfino sul demanio.
Dobbiamo fare chiarezza una volta per tutte. La spesa dei
turisti serve a pagare gli stipendi di oltre un milione di lavoratori del
settore sui quali gravano le imposte dirette e i contributi previdenziali e
assistenziali. Con la spesa dei turisti le imprese pagano IRPEF, IRPEG, IRAP,
IVA, tributi locali (TARSU, ICI, ecc.).
Come si può sostenere che questo mercato non dà
sufficienti risorse alle economie locali?
Ma voglio guardare il problema anche da un’altra
angolazione. Sono anni che le nostre imprese, come tutte le imprese, chiedono
semplificazione amministrativa. E invece ci assegnano nuovi oneri, addirittura
quelli di fare da sostituti di imposta per conto della pubblica
amministrazione.
Devo ricordare che la burocrazia costa ad una piccola
impresa oltre il 2% del proprio fatturato.
E come considerare la mancata estensione dei benefici del
cuneo fiscale anche al lavoro a tempo determinato che, per un’impresa
stagionale qual è quella turistica, è la forma contrattuale obbligata, non la
manifestazione della volontà di precarizzare il lavoro.
Si tratta di un disegno che non comprendiamo, non
condividiamo, né sul piano del metodo né tantomeno su quello del contenuto.
Ed al quale ci opporremo con tutte le nostre forze perché manifesta scarsa sensibilità verso il settore e soprattutto scarsa conoscenza delle dinamiche del nostro mercato.