
Galimberti: “creare un circolo
virtuoso tra scuola e lavoro”
Il
presidente dei Giovani imprenditori, Paolo Galimberti, è intervenuto
nell’ultimo giorno del workshop di Venezia.
“Il sasso
che abbiamo lanciato nello stagno con questo workshop dedicato all’emergenza
educativa sembra aver mosso le acque ed il dibattito che si è svolto in questi
giorni è stato ricco di spunti e di approfondimenti. Fra i tanti elementi
emersi credo che uno sia lo snodo sul quale soffermarci e che deve essere posto
all’attenzione delle Istituzioni: la riforma del sistema
scolastico/professionale deve ridurre, fino ad eliminarlo, quel divario, ancora
troppo marcato, fra la formazione acquisita dai giovani attraverso l’iter
scolastico e la loro futura collocazione nel mondo del lavoro.
Un mondo
del lavoro e delle imprese in continua e vertiginosa evoluzione, che richiede
professionalità e competenze duttili e versatili, capacità di adattamento ai
cambiamenti, una cultura di base a 360 gradi e una mentalità aperta
all’innovazione.
Insomma,
una forma mentis che consenta alle nuove generazioni di poter trovare
adeguato riconoscimento nella società migliorando anche il proprio livello di
partenza.
E questo
non è soltanto un obiettivo ambizioso di una società che vuole crescere di più
e meglio, ma è un impegno morale di cui tutti dobbiamo farci carico.
Il
Ministro Meloni sa che il mondo giovanile soffre di uno smarrimento sia in
termini di valori che di prospettive. E’ per questo motivo necessario
riscoprire i principi etici sui quali la società deve essere fondata.
L’istruzione
è dunque il primo tassello da correggere per togliere quell’impostazione
autoreferenziale che ancora è presente nella scuola. Stante le attuali esigenze
della società, si deve dare avvio a un nuovo progetto che faccia nascere al più
presto una nuova classe dirigente di cui il paese ha assoluta necessità.
Bisogna,
quindi, investire nella scuola e nell’università, in una logica di sistema che
veda nelle conoscenze che in esse
si acquisiscono, non il fine, ma il mezzo per poter poi partecipare attivamente
alla vita sociale ed economica.
Badate
bene, quando parlo di investire in scuola e università non voglio entrare nel
merito del “quanto” debba essere destinato a queste voci nel bilancio dello
Stato, né imbarcarmi nella polemica sugli stipendi degli insegnanti.
Certo
delle scelte vanno fatte, per far quadrare i conti, ed è certo che anche in
questo settore esistono margini per una riduzione e riqualificazione
significativa delle risorse.
Perché
destinare il 97% del bilancio solo agli stipendi, forse, non è né prioritario
né sostenibile. E penso, per esempio, alla
qualità delle strutture scolastiche che in alcuni casi non sono né mantenute né
modernizzate.
Investiamo
quindi in idee, ripensiamo la scuola e l’università come un laboratorio di un
nuovo capitale umano. Diamo alle nuove generazioni, grazie alle loro
conoscenze, la possibilità di offrire alla società il proprio contributo
sottoforma di talento e di capitale umano.
Ossia un
bagaglio di competenze che non diventi già obsoleto ancora prima di
confrontarsi con la vita reale e con il mercato, perché altrimenti continueremo
a sfornare generazioni di scontenti che non riusciranno a realizzarsi e non
contribuiranno a rendere questo paese più moderno, più produttivo e più ricco.
D’altronde
è quello che ci viene richiesto dalle Strategie di Lisbona, che hanno come
obiettivo quello di far divenire l’Europa “l’economia basata sulla
conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una
crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una
maggiore coesione sociale”.
I ritardi
dell’Italia rispetto agli obiettivi del 2010, come è stato evidenziato fino ad
ora nel corso del workshop, non sono pochi, ma dobbiamo e possiamo recuperare.
Si
cominci ad essere concreti; si trasformino in iniziative quei progetti quegli
obiettivi specifici che sono stati messi nero su bianco nel Quadro Strategico
Nazionale 2007–2013 che individua come prima priorità proprio il “miglioramento
e la valorizzazione delle risorse umane”.
E’
importante affrontare questo tema in modo articolato, fornendo indicazioni e
obiettivi specifici che coprono l’intero spettro delle problematiche:
dall’innalzamento dei livelli di apprendimento, al contrasto dell’abbandono
scolastico, ai rapporti con il territorio fino ad indicare, come quarto
obiettivo – cito testualmente - “migliorare le capacità di adattamento,
innovazione e competitività delle persone e degli attori economici del
sistema”.
Ecco
questo deve essere l’obiettivo da perseguire, ed è su questo che chiediamo
risposte alle istituzioni.
Solo
raggiungendo la piena consapevolezza che i giovani studenti diventeranno
persone e “attori economici” qualunque sia la loro professione, imprenditori o
lavoratori subordinati, si potrà ritarare un sistema educativo coerente con le
aspettative del mercato del lavoro e del mondo dell’impresa.
I
risultati delle ricerche d’altronde parlano chiaro: c’è una correlazione fra
quantità e qualità di istruzione da una parte e incremento del Pil dall’altra,
e questo perché solo innalzando il livello di istruzione si possono
incrementare le professionalità necessarie ad aumentare la produttività e di
conseguenza favorire la crescita economica.
*
Lo
scollamento fra istruzione e lavoro è d’altronde purtroppo certificato.
Dall’ultimo
rapporto del progetto “Excelsior” emerge che i dati del sistema informativo per
l’occupazione e la formazione ci riguardano da vicino: i settori che
rappresentiamo, il commercio, il turismo e i servizi, pur risentendo dei
problemi di mercato, anche per il 2008 realizzeranno un incremento
occupazionale pari all’1,3%, grazie anche alle piccole imprese.
E la
ricerca sarà orientata sempre più a figure “high skill”, figure che in
particolare per la distribuzione e il turismo sono difficilmente reperibili per
l’insufficiente presenza di candidati con preparazione adeguata.
Nonostante
ciò, l’università soffre di un’impostazione legata a modelli industriali ormai
sorpassati tanto da sfornare giovani laureati impreparati ad inserirsi in quel
mondo del lavoro di cui il terziario è l’attore principale.
Per
tamponare questa situazione le soluzioni sono, attualmente, solo due: favorire
l’ingresso in azienda di persone con esperienza o dedicare tempo e risorse
aziendali alla formazione per colmare quel deficit educativo.
Sono
queste le considerazioni da cui partire quando si affrontano le ipotesi di
riforma della scuola, perché altrimenti ogni altra valutazione rischia di
diventare un mero esercizio accademico che non dà risposte in linea con i
cambiamenti della società e dell’economia.
Anche il
Quadro Strategico Nazionale sottolinea che “i temi legati all’adattabilità,
all’imprenditorialità e alla promozione di sinergie tra alta formazione,
innovazione, ricerca ed impresa hanno dato risultati discontinui e necessitano
di un ulteriore sviluppo”. Occorre anche favorire un contesto nel quale le
imprese siano “soggetti attivi” nella progettazione e nella
realizzazione di attività formative coerenti con le proprie esigenze.
Il target
piccolo imprenditore dovrebbe costituire inoltre una priorità per le iniziative
di formazione, da costruire con attenzione sui contenuti.
Chi vi
parla è portavoce di una categoria troppo a lungo trascurata, di quei giovani
che oltre a mettersi in gioco in una attività imprenditoriale sono anche
disposti a portare il proprio bagaglio di esperienze e competenze a
disposizione delle istituzioni.
Mi
riferisco a 250.000 persone, donne e uomini, che hanno raccolto le redini
dell’attività di famiglia proseguendo nell’opera dei loro genitori oppure che
hanno fondato una nuova impresa; scelta questa operata da circa il 40% degli
associati del Gruppo Giovani Imprenditori di Confcommercio.
Auspico
che un domani, spero non troppo lontano, il “fare impresa” non sia più un percorso
ad ostacoli da affrontare senza nessuna preparazione, ma possa essere una
scelta serena e consapevole, meditata e coltivata durante gli anni della
formazione, una scelta accompagnata ed assistita.
Auspico
che le nostre imprese che già operano sul mercato, possano trovare quelle
professionalità necessarie a aumentare le loro performance.
Solo se
si realizzerà un circolo virtuoso fra scuola e lavoro si potrà uscire da quella
“emergenza educativa” di cui siamo “costretti” a parlare oggi, e che vorremmo
diventasse un retaggio solo del passato.
Solo così
l’Italia potrà tornare ad essere competitiva”.
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