
Presso la Commissione Agricoltura della Camera si è tenuta
l’audizione di Confcommercio e delle altre associazioni del settore
sull’andamento dei prezzi nel settore agroalimentare. Secondo Mariano Bella,
direttore dell’Ufficio Studi di Confcommercio, “la creazione di valore lungo la
filiera alimentare sembra ripartirsi, secondo le dicerie correnti, in 17
centesimi che vanno all’agricoltura, 23 all’industria, 60 al commercio, avendo
considerato un euro di acquisto effettuato dal consumatore finale. Ma tutto ciò
è falso: 60 centesimi non rappresentano un guadagno per il commercio ma la
produzione lorda del commercio e del trasporto attivata da questi prodotti. Il
fatto che non si capisce dove sia allocata l’imposta sul valore aggiunto
dovrebbe fare venire il sospetto che tali indicazioni sono del tutto destituite
di fondamento. Mi preme segnalare che molto spesso, quando si parla di catena
del valore lungo la filiera, si fa confusione tra i concetti di produzione e
valore aggiunto. O, più semplicemente, tra ricavo e guadagno. Il cosiddetto
margine del commercio è, secondo le corrette definizioni dell’Istat, una
produzione lorda. Di imposte e tasse e, soprattutto, lorda dei costi degli
input intermedi, cioè dei costi sostenuti per produrre tale produzione”.
“Abbiamo effettuato i conteggi, a tal proposito – ha
continuato Bella- utilizzando le matrici input-output dell’Istat, secondo
tecniche standard. Si deve evidenziare che di un euro speso dal consumatore
finale per prodotti alimentari non trasformati 24 centesimi vanno alle
importazioni e ai trasporti, 17 all’agricoltura, 24 al commercio e circa 36
agli altri settori la cui produzione viene attivata dal consumo finale di cui
si sta parlando.
Sul punto, molti esperti dimenticano che l’agricoltura
fruisce di consistenti aiuti. Ho letto i resoconti delle precedenti audizioni
presso questa Commissione e di tutto si parla salvo che di sussidi
all’agricoltura e del loro effetto disincentivante sul prodotto e sulla
produttività del settore. Tra breve ne farò cenno”.
Secondo il direttore dell’Ufficio Studi, “se ricalcoliamo
la catena del valore includendovi gli aiuti indiretti all’agricoltura - e cioè
i vantaggi monetari al settore derivanti da agevolazioni su Iva, Irap, Ici,
Irpef, accisa sui combustibili e sul regime contributivo e previdenziale - la
ripartizione del valore è 25 all’agricoltura, 23 alle importazioni e ai
trasporti, 20 al commercio e 32 circa agli altri settori. I nostri conteggi
sono in una certa misura approssimati ma riteniamo riproducano molto da vicino
la reale situazione del sistema agro-alimentare”.
“Infine, lo stesso valore aggiunto deve essere
correttamente decomposto al fine di ottenere quanta parte del valore complessivo
di filiera viene trattenuto dall’imprenditore del commercio: pagati i redditi
dei lavoratori dipendenti e coperti gli ammortamenti, il risultato di gestione
è pari a 12,5 centesimi di euro per la filiera dei prodotti non trasformati e
pari a 9,5 centesimi di euro per quella degli alimentari trasformati. Se si
tolgono anche le imposte dirette si ottiene un risultato netto di gestione pari
a circa 10 centesimi su un euro di venduto per i non trasformati e meno di 8
centesimi centesimi per i trasformati. E parliamo di risultati netti di
gestione che sommano i proventi del dettaglio e i proventi dell’ingrosso e
includono ancora almeno un centesimo di euro di imposte indirette nette”.
Non abbiamo conteggi di questa precisione per gli altri
Paesi, se non per la grande distribuzione. Questi conteggi dicono che i margini
per la grande distribuzione sono più bassi o in linea rispetto a quelli dei
nostri partners internazionali. Credo che questo sia di dominio pubblico.
Quand’anche il piccolo dettaglio dovesse palesare qualche punto percentuale di
margine in eccesso rispetto agli altri paesi europei, vi invito a ricordare
sempre che le caratteristiche urbanistiche ed orografiche - nonché culturali -
fanno del nostro un Paese speciale. Quello delle 100 città, degli 8.000 comuni.
La scala di produzione, per garantire la capillarità del servizio, necessita di
essere più ridotta e l’equilibrio economico chiede qualche centesimo in più per
unità di prodotto. Vi invito a ricordare sempre, che una cosa è l’efficienza,
una cosa è pensare alle questioni italiane senza pensare alla carta geografica.
La novità di questi ultimi anni è che competitività e qualità non riguardano
più solo l’impresa entro i suoi confini strutturali.
Serve qualcosa in più: una qualità di filiera per garantire
sicurezza, rintracciabilità, igiene e qualità dei prodotti, innovazione lungo
la catena del valore, servizio di trasformazione industriale ed artigianale,
servizio commerciale, valorizzazione delle economie di scala e di aggregazione
per i sistemi delle piccole imprese operanti in contesti omogenei come i
distretti o le reti d’impresa. Purtroppo la logica sinergica che - a nostro
avviso - si dovrebbe promuovere è tra le meno diffuse e praticate nel nostro
Paese.
Tocca quindi anche alla politica individuare, ed alla
pubblica amministrazione
realizzare, le condizioni perché le imprese - tutte le imprese - possano
esprimere al massimo le proprie potenzialità in condizioni di pari dignità,
equità e stabilità.
“La nostra Confederazione – ha concluso Bella -si dichiara
disponibile ad un confronto costruttivo con gli altri attori della filiera al
fine di verificare la possibilità di raggiungere non un “Patto sui prezzi”, di
nessun interesse per i consumatori, bensì un “Patto per la produttività” che,
al contrario, ben attiene al tema generale del rilancio dell’economia del
nostro Paese”.
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