
Scuola e università a misura di un mercato che non c’è più
In occasione dell’apertura del della prima edizione del
workshop “L’emergenza educativa” organizzato dai Giovani Imprenditori di
Confcommercio a Venezia, è stata presentata una ricerca sui temi della
formazione, capitale umano, talenti e classe dirigente, meritocrazia e
aspettative dei giovani realizzata da Confcommercio in collaborazione con
Format ricerche di mercato, Istituto Piepoli e con gli esperti del mondo
accademico Giorgio Casoni (Politecnico di Milano) e Paolo Polidori (Università
di Urbino). Esistono nel nostro sistema economico-sociale barriere alla
meritocrazia e questo è confermato anche da come sia ancora fortemente
dominante il sistema della cooptazione; infatti, se il 91% dell’attuale classe
dirigente in Italia afferma di utilizzare criteri di selezione meritocratici
nella scelta dei propri collaboratori, c’è un’elevata percentuale (54%) che
considera la meritocrazia come il fattore meno soddisfacente e il processo di
selezione adottato resta quello della conoscenza diretta o della segnalazione
da parte di conoscenti. Insomma, quasi tutti si ritengono meritocratici ma poi
giudicano il sistema assai carente da questo punto di vista facendo emergere
nella classe dirigente italiana un orientamento teorico e non pratico verso i
principi della meritocrazia; creatività e talento sono comunque i tratti
principali che contraddistinguono l’attuale classe dirigente e che si
ritrovano, in particolare, nelle Pmi e nei settori dell’arte e design e in
quello dei media e comunicazioni; sulle capacità e sui livelli di preparazione
dei giovani di oggi è ancora molto forte l’influenza del contesto sociale e
familiare di provenienza e si registra un forte divario nelle competenze
Nord-Sud che per essere colmato richiede due anni di istruzione secondaria in
più.
Sul versante scolastico e universitario i percorsi
didattici e formativi sembrano essere rivolti più verso un modello di mercato
che non c’è più – quello manifatturiero – e che comunque è destinato ad
assorbire una minore percentuale di laureati rispetto ai nostri partner
europei; elemento, questo, che mette a nudo la debolezza del sistema
universitario italiano, rispetto a quello di altri paesi, che “sforna” molti
più laureati di quanto il mercato stesso riesca ad assorbire evidenziando la
difficoltà del nostro sistema a spostarsi, ad evolversi verso un’economia
post-industriale; il problema, quindi, sta nel giusto bilanciamento tra
quantità (quanti anni studiamo) e qualità dell’istruzione (come studiamo) e
questo è un punto fondamentale perché l’istruzione influenza la crescita dei
sistemi economici in misura rilevante. Secondo le più accreditate stime
econometriche, se l’Italia riuscisse ad innalzare di 3 anni gli anni medi di
istruzione della popolazione, il tasso medio annuo di crescita del PIL
potenziale, e quindi di quello effettivo, crescerebbe di quasi l’80%, passando
dall'insoddisfacente valore di 1,3%-1,5% di oggi ad un più europeo e moderno
2,3%-2,7%. Focalizzando l’analisi sui giovani iscritti agli ultimi due anni di
università emerge un generale ottimismo per quanto riguarda le aspettative di
inserimento nel mondo del lavoro entro un anno dal conseguimento della laurea
(la pensa così oltre il 67% del campione) che si riduce a poco meno del 54% per
coloro che ritengono che svolgeranno la professione desiderata e addirittura al
40% per chi ritiene che il lavoro che svolgerà entro un anno dalla laurea gli
consentirà di fare carriera; aspettative che, in tutti e tre i casi, sono
appannaggio soprattutto degli uomini e di chi si laurea nelle regioni del
Nord-Ovest; per quanto riguarda il tipo di lavoro desiderato, terminata la
laurea, la maggior parte dei giovani (60%) è attratta dalla sicurezza e dalla
stabilità del posto fisso (in particolare donne e residenti nelle regioni del
Nord-Est, del Centro e del Sud) rispetto a chi (40%) è orientato ad un lavoro
autonomo (preferito soprattutto da uomini e residenti nel Nord-Ovest); una
volta entrati nel mondo del lavoro, il fattore più importante risulta essere un
lavoro interessante seguito dalla sicurezza del posto di lavoro, dalla
possibilità di fare carriera e, infine, da un’alta remunerazione; potrebbe
essere un’illusione – vista la larga diffusione del sistema delle
“raccomandazioni” – ma è positivo il fatto che ancora oggi quasi l’80% ritiene
fondamentali per entrare nel mondo del lavoro la propria forza di carattere e
determinazione ma anche doti personali come creatività e scaltrezza, davanti a
fattori come, in ordine di importanza, la conoscenza di una lingua straniera,
le abilità e competenze tecniche personali, la qualità e il prestigio della
propria formazione e, da ultime, le relazioni personali ritenute importanti
solo dal 45%; ma quali sono le rinunce e i sacrifici che i giovani laureati sono
disposti a fare in nome del lavoro cercato e desiderato? Spostarsi
geograficamente, seppur per un breve periodo, ma anche rinviare matrimonio e
figli; indicazione, quest’ultima, che evidenzia come l’attuale contesto
sociale, al di là del sistema formativo, non permetta un adeguato bilanciamento
vita-lavoro; un certo pessimismo emerge, poi, dai giudizi sul contesto politico
e sociale: quasi i 2/3 del campione, infatti, non crede che l’azione
dell’attuale governo possa avere risvolti positivi con riferimento al tipo di
lavoro desiderato e il 61% nutre scarsa fiducia sul fatto che vivere e studiare
in Italia possa favorire i progetti di vita e di lavoro dei giovani; ecco
allora che tra le richieste al governo dei giovani laureandi o neolaureati
troviamo ai primi posti il riconoscimento del merito sia in ambito
universitario che nel lavoro (73,5%), agevolazioni per i giovani che intendono
farsi una famiglia e avere dei figli (70%), maggiore facilità per l’accesso al
credito per pagare il mutuo o gli studi (67%); in ogni caso, oltre il 73%
valuta positivamente gli insegnamenti ricevuti nel corso della scuola media
superiore, percentuale che sale all’83,5% rispetto all’istruzione universitaria
ricevuta.
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