D’Alema: “per uscire dalla crisi
una nuova governance globale”
Il
presidente della Fondazione Italinieuropei, Massimo D’Alema, è intervenuto alla
seconda giornata dei lavori del forum di Cernobbio nella sessione dedicata alla
crisi e allo scenario economico internazionale. “Non sono uno specialista – ha
detto D’Alema - anche gli specialisti propongono letture e ricette diverse. In
questo momento non esiste l’oggettività della scienza economica”. Secondo
D’Alema, in questa fase la politica ha un compito: “ridare fiducia, speranza e dare
una indicazione”. “La crisi attuale – ha osservato l’ex ministro degli Esteri -
non è un incidente di percorso sulla via della globalizzazione. Questa
interpretazione riduttiva non ci aiuta a trovare le ricette adeguate per affrontarla.
Non basterà levare di mezzo dei titoli tossici e bussare alla porta dei tanto
disprezzati stati nazionali. Siamo di fronte a qualcosa di più profondo”. “Questa
crisi – ha aggiunto - mette in luce le contraddizione di una deregulation che
porta con sé un drammatico deficit di democrazia. Lo sviluppo capitalistico ha
potuto conciliarsi con la coesione sociale grazie alla presenza degli stati
nazionali. Lo sviluppo di un mercato globale è avvenuto in assenza di
Istituzioni che potessero governarlo”. Dunque, per D’Alema c’è soprattutto un problema
di governance. “Il capitalismo è globale, è la crisi non lo riporterà nei
confini degli stati nazionali. La risposta non può essere data solo dagli stati
nazionali. Anzi se si pensa che solo gli stati nazionali possano essere la
soluzione si rischia la deriva protezionistica economicamente negativa e, dal
punto di vista della tenuta dei sistemi, catastrofica”. “Occorre riequilibrare
poteri e strumenti di controllo – ha aggiunto D’Alema - tenendo conto dei cambiamenti
chiamando i grandi paesi detti emergenti ad assumersi le loro responsabilità.
Rifondare la governante globale mette in discussione gli attuali organismi di
rappresentanza ed è chiaro che il G8 non funziona più”. “In questo quadro – ha
aggiunto - mentre è illusoria l’ipotesi di un regime di parità tra le maggiori
monete del mondo i tassi di cambio fluttuanti hanno però creato problemi.
L’altra grande questione che si pone è quella della crescita delle
diseguaglianze. La distribuzione ineguale della ricchezza è il frutto della
globalizzazione nel suo complesso che ha portato anche ad una perdite del peso
dei redditi di lavoro e la precarizzazione del lavoro”. “E’ vero – ha poi
ricordato il presidente della Fondazione Italianieuropei – che l’epicentro
della crisi è partito dall’America, ma è un Paese che rimane comunque dinamico
e aperto e ciò gli ha consentito una risposta più forte: redistribuzione della
ricchezza e progetti innovativi come grandi volani di sviluppo dell’economia
per una nuova competitività dell’economia americana”. “L’Europa – ha osservato
- ha invece dato una risposta debole. I vertici non riescono ad assumere
posizioni coordinate. Ci vuole flessibilità. E’ dunque evidente che l’Europa
non può rimanere a metà strada e il rischio è che si torni indietro a vecchie
politiche nazionali”. In questo contesto, “l’Italia rischia di essere il vaso
di coccio. Perché, gli interventi messi in campo sono stati insoddisfacenti.
Siamo riusciti in uno straordinario miracolo: non fare nulla e aumentare il
deficit pubblico. Prevale l’illusione che le politiche espansive degli altri ci
traineranno”. “L’ottimismo delle chiacchiere – ha concluso D’Alema - non ci
salverà”.
Ugo Da Milano