Cala il “peso” del commercio, 2008 anno da dimenticare
Nel 2008 il settore del
commercio contava nel complesso circa 1 milione 500mila imprese attive: il 39%
residente al Sud, il 70% costituito da ditte individuali e il 13% da società di
capitali, il 56% attivo nella distribuzione al dettaglio attraverso 972 mila
punti vendita in sede fissa, in
forma ambulante ed altre forme di vendita. Le unità di lavoro impiegate sono
state 3 milioni e 557mila (di cui 1 milione e 852mila alle dipendenze, il 50,7%
del totale). Il valore aggiunto generato è stato pari ad oltre 155 miliardi di
euro, pari all’11% del valore aggiunto totale. Il valore delle vendite al
dettaglio in sede fissa è cresciuto complessivamente dello 0,1% (+1,8% nella
grande
distribuzione, ma -1,3% nei
piccoli negozi). E’ la “fotografia” scattata dall’Ufficio Studi Confcommercio
nel Rapporto sul Terziario.
Entrando nel dettaglio, si
“scopre” che il commercio è cresciuto di circa 92mila unità rispetto al 2000
(+6,8%), a fronte della crescita del 9,8% dell’intero sistema produttivo, fatto
che ha comportato una riduzione dal 28% al 27,2% del suo “peso” sul totale
delle imprese attive. La maggior
parte del sistema imprenditoriale è costituito ancora da ditte individuali
(69,6% rispetto al 73,3% del 2000). Nel corso degli anni c’è stato però un
aumento del numero di società di capitale (dall’8,2 al 12,9%), attive
soprattutto nel comparto dell’ingrosso.
Il Rapporto segnala comunque che
nel 2008 la crisi ha colpito duro. Sono oltre 120mila infatti, soprattutto nel
commercio al dettaglio, gli esercizi commerciali che hanno definitivamente
abbassato le serrande. E il saldo tra aperture e chiusure è negativo per 38.860
unità, un numero più consistente sia rispetto all’anno precedente (-35.819) sia
rispetto al saldo dell’intera economia (-21.420). E per il 2009 si prevede un
saldo negativo tra le 30 e le 50 mila unità.
Per quanto riguarda il sistema
distributivo, tra il 2002 ed il 2008 è proseguita la profonda ristrutturazione
del settore dell’alimentare, con il calo del numero di
esercizi specializzati e lo
sviluppo della grande distribuzione: nel complesso, l’area degli esercizi
specializzati alimentari (panetterie, fruttivendoli) si è contratta di 12.521
punti vendita. Quanto ai settori non food, si è registrata una crescita
generalizzata di punti vendita soprattutto fra i negozi di abbigliamento e
calzature. L’unico settore dove si è riscontrata una diminuzione di esercizi è
stato quello dei mobili, elettrodomestici e
ferramenta.
Sul fronte dell’occupazione, circa
la metà dei tre milioni e mezzo di lavoratori impiegati nel 2008 sono stati
attivi nel commercio al dettaglio, il 33,9% nell’ingrosso e
nell’intermediazione e il 16,6%
nel commercio e riparazioni di autoveicoli e nella
vendita di carburante. Dopo la
forte ripresa occupazionale registrata nel 2006, c’è stato un indebolimento
fino ad arrivare al calo dello 0,4% nel 2008. La flessione è stata sentita
pesantemente soprattutto nel commercio all’ingrosso (-2,2%, il risultato
peggiore dal 2001). L’esito di questa evoluzione è stata la modifica della
composizione delle quote tra unità di lavoro dipendente e indipendente: se nel
2001 i lavoratori autonomi del commercio rappresentavano il 53% dei totale
degli occupati del settore, nel 2008 il loro peso è stato pari al 47,8%.
Passando al valore aggiunto, il
2008 è stato un anno pesantemente negativo per le imprese del commercio che,
dopo il lento recupero nel 2006 e nel 2007, hanno registrato in termini reali
un decremento del 3% per il forte calo dei consumi. Particolarmente colpito il
comparto dell’auto, moto e carburanti (-5,4%), ma risultati negativi sono
stati conseguiti sia dal
commercio all’ingrosso (-3,6%), sia da quello al dettaglio
(-1,2%). Si tratta del peggior
risultato dal 2001, molto distante da quello relativo all’intera economia
(-0,9%) e all’aggregato dei servizi (-0,2%). Per i prossimi anni, il Rapporto
stima una contrazione del 4,3% per il 2009 ed una variazione zero per il 2010.
Per quanto concerne infine i
consumi delle famiglie, nel 2008 si è registrata una flessione dell’1%. La
tendenza a comprimere la spesa si è concentrata soprattutto sulla domanda di
beni, diminuita del 2,4% (-7,3% i beni durevoli, -1,3% quelli non durevoli),
mentre per i servizi si è registrato un deciso contenimento della crescita
rispetto agli anni precedenti (+0,4%). A flettere è stata soprattutto la spesa
per la mobilità (-5,1%), la domanda di servizi di trasporto (-7,4%) e la spesa
per gli elettrodomestici (-7,1%).
Nell’alimentare, la spesa delle
famiglie si è ridotta in maniera significativa per alcune
voci ,come l’acquisto di
prodotti ittici (-5,4%) ed il consumo di pane e cereali, frutta, latte uova e
formaggi che hanno registrato una flessione superiore al 3%.
Al contrario i prodotti per la
telefonia hanno mostrato una dinamica particolarmente sostenuta (+15,4%), così
come i prodotti legati alla
manutenzione domestica (attrezzature per la casa ed il giardino e tessuti per la casa, +14,3% e +4,1%
rispettivamente).
La tendenza alla compressione
dei consumi ha determinato nel 2008 un calo del fatturato delle imprese
commerciali che operano in sede fissa (-0,3%), imputabile esclusivamente alle
vendite di beni non alimentari (-1,1%). La crescita del fatturato degli
alimentari (+1,3%) è stata generata esclusivamente dagli aumenti dei prezzi che
per questa voce hanno registrato un incremento del +5,4%, a cui ha corrisposto
una flessione dei volumi venduti. Il calo dei consumi di beni non ha
risparmiato neanche le imprese della grande distribuzione che hanno registrato
un incremento in valore del fatturato dell’1%, il dato più basso dal 2000.
Da rilevare, infine, che negli
ultimi dieci anni la spesa per l’abitazione è cresciuta dal 27,6 al 28,6%
comprimendo le altre aree di consumo, in particolare quelle legate alla cura
del sé che, insieme al tempo libero e alle vacanze, hanno perso 1,7 punti
percentuali del loro peso sulla quota di spesa complessiva rispetto al 2000.
Ciò conferma
la sempre maggiore rilevanza
assunta all’interno dei consumi delle famiglie da quella parte di spese che
possono essere considerate obbligate, con una compressione dell’area destinata
all’acquisto di beni e servizi.