Prezzi, inflazione e filiera: Confcommercio “risponde” ad
agricoltori e Associazioni dei consumatori
Secondo una ormai consolidata
prassi, la pubblicazione dei dati Istat sull’inflazione diventa per alcuni
un’occasione irripetibile per rispolverare luoghi comuni e guadagnare
visibilità sparando sui “soliti” commercianti. Dunque, Coldiretti ha
sottolineato che “l’aumento tendenziale dei prezzi degli alimentari del 3 per
cento è stato quasi tre volte il valore medio dell'inflazione (+1,2 per cento)
a marzo ed è il risultato di inefficienze e speculazioni che sono costate alle
tasche degli italiani 300 milioni di euro in un solo mese”. “L’aumento della
forbice dei prezzi tra produzione e consumo - ha sottolineato la Coldiretti -
conferma la presenza di forti distorsioni esistenti nel passaggio degli
alimenti dal campo alla tavola, che danneggiano imprese agricole e
consumatori”. Col diretti riproprone poi un tema classico: “in generale, per
ogni euro speso dai consumatori in alimenti ben 60 centesimi vanno alla
distribuzione commerciale, 23 all'industria alimentare e solo 17 centesimi agli
agricoltori. I prezzi aumentano quindi in media quasi cinque volte dal campo
alla tavola”. Anche le associazioni dei consumatori non hanno fatto mancare il
loro “contributo”. Federconsumatori e Adusbef osservano che “nonostante alcune riduzioni di prezzi e tariffe,
riguardanti soprattutto le tariffe
energetiche, i costi dei trasporti ed i prezzi dei prodotti tecnologici si registrano aumenti per
quanto riguarda i beni di prima
necessità, in special modo i generi alimentari, che gravano soprattutto sulle
famiglie meno abbienti. Petrolio, grano, carne: nonostante i prezzi alla produzione continuino a calare
vertiginosamente questo non si rispecchia affatto sui prezzi al consumo”.
“L’esempio più eclatante – si legge in una nota - riguarda proprio il grano, il cui prezzo, rispetto a gennaio 2008, è calato di ben il 60%,
passando da 0,49 euro a 0,20 euro al kg. ma i prezzi di pane e pasta risultano
sempre elevati e non accennano a
diminuire. Tutto ciò dimostra come, all'interno della filiera, esista un
meccanismo speculativo non più
tollerabile”. A queste accuse ha replicato, una volta di più, Confcommercio definendole
“ingiuste ed infondate”. In una nota, l’Ufficio studi precisa che per quel che
riguarda la filiera, “gli aggiustamenti dei prezzi, da monte a valle, avvengono
con gradualità. Riassorbire gli enormi incrementi che si sono verificati tra la
fine del 2007 e gran parte del 2008 sulle quotazioni internazionali delle
materie prime alimentari – in particolare del frumento - è un processo che richiederà alcuni
mesi. Infatti, gli stock di commodities acquistati a prezzi molto alti,
non possono che incidere ancora pesantemente sui prodotti finiti che le
incorporano come fattori produttivi e, dunque, anche se il comparto della
distribuzione finale contrae i propri margini, una frazione dell’aumento,
subita dal settore a monte, si trasferirà comunque sul prezzo finale e quindi
sui consumatori”. Sul fronte dell’inflazione, confcommercio precisa che dal
punto di vista monetario, nel 2009 la spesa delle famiglie per i prodotti
alimentari sarà maggiore rispetto al 2008. Tuttavia, redditi e pensioni vengono
totalmente o parzialmente indicizzati e, quindi, la loro dinamica copre ampiamente
quella dei maggiori costi per l’acquisto di beni di consumo. Inoltre, non è
possibile stabilire quando l’inflazione è “normale” e quando è, invece,
“speculativa”, perché solo in un regime di mercato non libero o di prezzi
amministrati è possibile imporre dei tetti alla crescita dell’inflazione o
imporre una soglia “politica” ai prezzi di beni di largo e generale consumo”.
Infine una battuta sulla ripartizione del valore lungo la filiera: “non
è vero – precisa Confcommercio - ed è completamente sbagliata la ripartizione
del valore lungo la filiera che attribuisce, per ogni euro speso dal
consumatore finale, 17 centesimi all’agricoltura, 23 all’industria e 60 al
commercio. Infatti, quei 60 centesimi non rappresentano il guadagno per il
commercio ma la produzione lorda del commercio e del trasporto che incorpora
imposte, tasse e costi degli input intermedi. Inoltre, bisogna considerare
anche i sussidi all’agricoltura, e cioè le agevolazioni su Iva, Irap, Ici,
Irpef, accisa sui combustibili e sul regime contributivo e previdenziale.
Ricalcolando così la ripartizione del valore lungo la filiera otteniamo che 25
centesimi vanno all’agricoltura, 23 alle importazioni e ai trasporti, 20 al
commercio e circa 32 agli altri settori”.
“Ancora – conclude la nota -
togliendo per il commercio il costo del lavoro, gli ammortamenti e le imposte
dirette, dal valore di 20 si ottiene un risultato netto di gestione di circa 10
centesimi per i prodotti non trasformati e meno di 8 centesimi per i prodotti
trasformati su un euro di venduto. Siamo ben lungi, quindi, da quel valore di
60 centesimi che la vulgata comune attribuisce al commercio”.