L’aumento del debito pubblico,
conseguenza dei piani anticrisi, dovrà costringere i Governi ad aumentare
l’efficienza e il rapporto costi-benefici nei servizi pubblici. L’avvertimento
arriva da uno studio dell’Ocse, secondo cui “i livelli di spesa pubblica”
raggiunti dopo la crisi dai Paesi dell'area Ocse “potrebbero essere
insostenibili e porre un problema urgente di razionalizzazione, anche se i
Governi dovranno bilanciare le strategie di contenimento con la necessità di
sostenere la ripresa economica, ancora fragile”. Lo studio sottolinea come
prima della crisi tutte le economie nazionali dell'area Ocse abbiano visto
diminuire la percentuale di Pil dedicata alla spesa pubblica, con l'unica
eccezione di Corea (dal 21% del 1995 al 30% del 2005) e Portogallo (dal 43% al
46%). Nello stesso periodo sono rimasti invece stabili i dipendenti pubblici in
percentuale al totale della forza lavoro di ogni singolo Paese: si va dal 5% di
dipendenti pubblici del Giappone al 29% della Norvegia. Forte la presenza
femminile, che tra i dipendenti pubblici arriva a rappresentare tra il 40% e il
50% del totale La tendenza degli ultimi anni, nota lo studio Ocse, è quella di
una maggiore esternalizzazione e al ricorso a partnership pubblico-privato
nell’erogazione dei servizi: nel 2007 il 43% della spesa pubblica in beni e
servizi era “canalizzata” attraverso operatori privati, in aumento rispetto al
39% del 1995. Lo studio evidenzia inoltre come i Governi abbiano iniziato ad
applicare procedure più sofisticate nella gestione delle risorse umane,
riformando le pratiche per delegare le decisioni ai ministeri, per reclutare
candidati esterni e introdurre pratiche di valutazione delle prestazioni.
L’utilizzo di servizi online (e-government), rileva inoltre l'Ocse riferendosi
ai dati 2008, varia dal 62% della Norvegia a al 10% della Grecia, con l'Italia
terzultima a quota 15%.