Prendiamo un imprenditore, alla guida di una piccola o media impresa. Uno che abbia un certo gusto della sfida o che semplicemente abbia capito come sia ormai continua l’esigenza di rinnovare la propria azienda. Un imprenditore, in poche parole, che ha messo a fuoco un dato di fatto: ammesso che il tempo delle posizioni di rendita sia mai esistito, adesso di certo è definitivamente tramontato.
Questo tipo di imprenditore per orientarsi sul mercato ha
sempre usato il fiuto. Il suo segreto è stato il ricorso abituale all’istinto.
Nel combinare affari ha insomma fatto conto sempre e solo sul proprio naso. Uno
strumento formidabile, che finora non l’ha mai deluso. Ma oggi, in un’epoca in
cui fare affari è diventata una faccenda maledettamente complessa, gli comincia
a essere chiaro che questa sorta di bacchetta magica rischia di non essere più
sufficiente.
Ha capito che serve aggiornarsi, conoscere, che bisogna
essere innovativi. Ma per essere innovativi annusare l’aria non basta più,
perché l’innovazione è legata ad altro. Nasce da una combinazione di
tecnologie, capacità, scelte organizzative e strategiche. Ecco perché anche una
piccola azienda fatica a stare al passo solo basandosi sulle intuizioni di chi
l’ha messa in piedi o di chi ci lavora. Un’azienda, anche se di ridotte
dimensioni, deve poter contare su una rete di relazioni che le permettano di
gestire i cambiamenti, di non
pensarsi più come un mondo chiuso, ma di proporsi come un sistema aperto, in
grado di interagire con l'esterno, di scambiare informazioni e di acquisire
risorse tecniche.
Facile a dirsi. Metterlo in pratica è un po’ più
complicato. Soprattutto per una piccola impresa che non può certo contare, come
le grandi aziende, su uffici marketing, che non può pensare di avvalersi di
consulenti di prestigio o di far ricorso a qualche mago della finanza, della
logistica o della pianificazione.
Ma, a tal proposito, è proprio il caso di dire che non
tutti i mali vengono per nuocere. Ad aprire spiragli in questo senso per le pmi
potrebbe essere un inaspettato alleato: il difficile momento economico e
finanziario che sta attraversando il paese. La crisi infatti non ha fatto danni
solo tra le aziende manifatturiere, nel mondo del commercio, tra le imprese di
servizi. Ha colpito duro anche altrove. Come ricorda la Confprofessioni, 3
professionisti su quattro hanno accusato la crisi, i cali del fatturato di
molti studi professionali, che per questo motivo stanno licenziando i propri
collaboratori, si aggirano intorno al 40%. Mentre dal mondo dell’avvocatura si
alzano grida di dolore, consulenti, pubblicitari, ricercatori, designer in
tutto il paese stanno vivendo periodi di difficoltà.
Ecco perchè manager e professionisti che fino ad oggi, per
studi fatti e una sorta di retaggio culturale, avevano sempre e solo guardato
all’azienda di grandi dimensioni, cominciano a mostrare un sempre maggiore
interesse anche per realtà decisamente più piccole, in grado di muovere
capitali molto più ridotti, ma che in compenso sono tante, tantissime (non va
dimenticato, tra l’altro, che l’Italia è il paese con il più alto numero di
piccole e medie imprese in Europa).
Quale può essere il terreno d’incontro per queste due
realtà che fino ad oggi si sono praticamente ignorate? Paolo Pasini e Gianluca
Salviotti non hanno dubbi: l’innovazione. Nel loro libro "Innovazione aziendale e IT nella Pmi
italiana", che prende in esame alcune pmi italiane, tra le
debolezze più marcate di queste aziende mettono in luce proprio quelle legate
all’innovazione: le difficoltà nella gestione della conoscenza, dei beni e
delle risorse materiali (finanziarie, tecnologiche, dati di mercato...) le
ridotte capacità di aggregare competenze e tecnologie esterne, la scarsa
propensione a una maggiore apertura nazionale e
internazionale.
Un gap che, non fosse altro per limiti economici, sembra
difficile da colmare per una singola azienda. Ma, la novità potrebbe essere
questa, non per quelloche potremmo definire una sorta di networking aziendale.
un esperto di marketing, uno studio specializzato in pianificazioni
commerciali, un consulente aziendale, possono essere sovradimensionati per un
solo piccolo imprenditore. Ma il discorso è senz’altro diverso se questi
professionisti sono chiamati a curare gli interessi di un pool di pmi. È qui,
su questo terreno che l’incontro tra aziende di ridotte dimensioni e mondo dei
professionisti può incontrarsi.
Pensiamo, ad esempio, a un campo d’intervento che solo
apparentemente sembrerebbe non entrarci molto con il discorso fatto finora:
quello del finanziamento e del credito per una piccola o media impresa.
La
crisi economica, che ha contribuito a rendere più urgente il ricorso al credito
delle pmi, l’ha di fatto reso anche più difficoltoso. Proprio nel momento in
cui servirebbero più soldi per finanziare nuovi progetti o per rilanciarsi, i
cordoni della borsa sembrano chiudersi sempre di più. Sembrano, perché non è
proprio così. È vero: le banche chiedono più garanzie alla singola impresa, si
sono fatte più occhiute. Ma allo stesso tempo, ci sono in giro offerte che
possono essere interessanti. La buona notizia è la presenza di una serie di
progetti di finanziamento per le imprese, messi in cantiere grazie a contributi
europei e governativi o ad accordi tra istituti di credito e associazioni di
categoria. La notizia meno buona è la scarsa informazione che circola su queste
materie, la difficoltà a saperne di più e, una volta acquisiti i dati, a
muoversi nel ginepraio della burocrazia italiana. Nessun problema per una
grande azienda, che ha spesso al proprio interno le professionalità per venire
a capo della questione. Un sacco di rogne, invece, per la piccola impresa, che
finora poteva fare molto poco, se non arrabattarsi. Ma quel tempo potrebbe
essere finito. Pensiamo all’esempio citato. Nel caso specifico, adesso, che pmi
e mondo delle professioni hanno preso ad annusarsi, una piccola impresa che da
sola o in team con altre si rivolga a un consulente, a uno studio di
professionisti (in questo caso specializzato in piani finanziari) potrebbe
diventare rapidamente prassi comune.