La notizia è di pochi giorni fa
e ha fatto rapidamente il giro del mondo: un tribunale italiano ha condannato
Google per non aver bloccato nel 2006 la pubblicazione di un video offensivo (è
bene ricordare che il video, messo in rete da alcuni sconsiderati che avevano
voluto rendere pubblica la loro prodezza di aver picchiato un down, era stato
immediatamente rimosso dal sito). Immediate le proteste del mondo del Web. Ma
non solo. Anche gli USA, ad esempio, si dicono preoccupati per la sentenza.
Ma c’è anche chi crede che la sentenza ponga motivi di
riflessione. “Non bisogna indulgere in facili giudizi – ha detto Luca
Bolognini, presidente dell’Istituto Italiano per la Privacy - In attesa di
leggere le motivazioni della sentenza, infatti, sembra comunque essere stata
introdotta dal giudice una distinzione sostanziale tra i gestori di contenuti
on line, come i motori di ricerca o i social networks anche stranieri, e gli
altri provider di comunicazione o di hosting, ravvisando in capo ai primi la
titolarità del trattamento di dati e quindi responsabilità penali per omissione
di cautele previste nel codice privacy. È una decisione interessante, da
studiare”.
Per tornare alla condanna, va
ricordato che se si è trattato dell’atto più clamoroso contro Google, non si
può certo dire che sia stato il primo. Risale a quattro anni fa il precedente
del governo Thailandese, che bloccò l’accesso dei connazionali a YouTube finchè
i dirigenti di Google non accettarono di rimuovere oltre 20 video che le
autorità ritenevano offensivi. Seguito due anni dopo dal misterioso crollo
degli accessi a YouTube in Turchia. Dopo affannose ricerche, quelli di Google
scoprirono la causa: il governo turco aveva bloccato gli accessi per colpa di
un video, messo in rete dai tifosi di una squadra di calcio greca, in cui si
affermava che Ataturk, padre della patria della moderna Turchia, era gay. La
rimozione del video non fu sufficiente. La decisione di Google di bandirlo dal
solo territorio turco e non dall’intero pianeta, fu sanzionata da un giudice
con l’impedimento agli internauti turchi di andare su YouTube per due anni.
Insomma, YouTube, Google, più in generale internet è, non da oggi, motivo di attrito, se non peggio, tra governi e tribunali da una parte, fornitori di servizi web e internauti dall’altra. E forse era inevitabile che, in questa fase ancora in qualche modo pionieristica, fosse così. È infatti relativamente recente la scoperta che il mondo delle comunicazioni non è un lago o un mare, ma n vero e proprio oceano. E il fatto di aver avuto contemporaneamente a disposizione una rete, internet, in grado di facilitarci la “pesca” in questo oceano, se è di enorme aiuto, allo stesso tempo sta anche fornendo più di un motivo di preoccupazione. Perché, è vero: la rete consente di “tirare su” un numero di informazioni, dati, notizie praticamente illimitato. Ma il suo pregio è il suo limite, perché proprio l’enorme quantità ne rende più difficile il controllo, pone problemi tanto più difficili da risolvere perché mai presentatisi prima.
Come considerare internet? Un’immensa terra di nessuno dove chiunque, fino a prova contraria (cioè fino a quando non si scopre o si accerta che quel “chiunque” lede i diritti di qualcun altro) può scorazzare. Una sorta di Far West, insomma. Ma anche nel Far West, fanno notare i più preoccupati per l’anarchia della rete, prima o poi si è arrivati a limitare l’esuberanza dei pionieri, a mettere un po’ di ordine. Oltretutto, il mezzo è sì nuovo e rivoluzionario, ma operando in un campo d’azione, quello della comunicazione, che già fa parte a pieno titolo del mondo del business, non si dovrà forse trovare prima o poi il modo di uniformarsi a criteri e leggi che quel mondo regolano? Se parliamo di gente, imprenditori che comunque pubblicano, anche se in rete, che traggono proventi dalla raccolta di pubblicità, per quale motivo non dovrebbero essere regolamentati esattamente come un qualsiasi altro editore?
Non c’è dubbio, insomma, che
servano regole. Il problema casomai è un altro: chi le deve scrivere queste
regole? Proprio a seguito della sentenza del tribunale italiano, Assintel,
l’associazione delle imprese ICT (Information e communication Technology) dopo
aver ribadito il pieno appoggio a Google, ha colto l’occasione per tornare a
sollecitare l’apertura di un tavolo di lavoro sul tema delle regole e della
tutela della libertà del Web.
“La sentenza è un forte
campanello d’allarme”, ha detto Giorgio
Rapari, presidente di Assintel, “perché s’inserisce in un trend in cui
la politica e gli apparati giudiziari cercano di ricondurre la novità del Web
dentro la cornice normativa esistente, senza averne compreso la natura. Siamo
di fronte ad uno storico ed irreversibile cambiamento di paradigma, umano e
sociale prima ancora che tecnologico, per il quale dobbiamo elaborare un nuovo
approccio di inclusione e non di limitazione”.
La richiesta di una scelta
condivisa, di un tavolo per scrivere le regole dove possano sedere anche gli
addetti ai lavori, è motivata dal fatto che da sciogliere c’è anche il nodo del
controllo dell’informazione. In questo senso i tentativi di regolamentare la
materia (la proposta Carlucci dello scorso anno, il decreto Romani oggi)
rischiano di intaccare di fatto il principio di libertà del web attraverso un
controllo sui fornitori di servizi e tecnologie ICT, legandoli ad obblighi
coercitivi o di censura preventiva.
“Non si possono confondere o
addirittura sovrapporre” conclude Rapari “una piattaforma neutra, quale
internet, in cui sia tutelata la libertà dei singoli di pubblicare in piena
responsabilità individuale, dove la libertà arriva fin dove non lede il
rispetto di prossimo, con un controllo a monte dell’informazione da parte della
piattaforma stessa, tentando di vincolare gli operatori tecnologici al
preventivo controllo di quanto i singoli pubblicano. Questa, comunque la si
voglia chiamare, sarebbe censura”.
Oreste
Pollicino, professore di diritto della comunicazione e dell'informazione alla
Bocconi, commenta che secondo lui la sentenza «ha a che fare con la privacy,
non con la libertà di espressione». Quindi la decisione del tribunale di Milano
potrebbe avere una ricaduta virtuosa nel costringere le società operanti su
internet a prendere la privacy più seriamente.
"Deve
passare il principio – ha dichiarato il professore della Bocconi - che la Rete
non può essere zona franca dal punto di vista del diritto. Potrebbe essere
dimostrato per la prima volta con chiarezza che i motori di ricerca hanno a
disposizione la tecnologia necessaria per tutelare effettivamente la privacy
degli utenti. Si tratta di capire se un colosso economico come Google voglia
investire su questo. Non si tratta di un problema relativo alla libertà di
espressione – ha concluso Pollicino - ma al modello organizzativo di business
che viene prescelto. Non dimentichiamo che la legislazione italiana è ancora
carente sotto molti punti di vista (la normativa di riferimento, ferma al 2003,
dice che gli internet server providers non hanno un obbligo preventivo di
vigilanza, ma una volta individuato un contenuto illecito, devono rimuoverlo
immediatamente)
Chi si è pronunciato contro la sentenza
Tra le voci di dissenso, c’è quella di Guido Scorza, un avvocato esperto di
diritto della rete, che ha lanciato l’allarme: “Se passa il principio secondo
il quale l’intermediario risponde dei contenuti immessi in rete dagli utenti,
la Rete che conosciamo è condannata all’estinzione”.
Anche il comico genovese Beppe Grillo ha commentato molto
sfavorevolmente la decisione del tribunale di Milano. “È il reato che determina
la privacy – si chiede – o la privacy che determina il reato? Si è commesso un
reato: nei confronti dei colpevoli diretti, dei testimoni, del preside, dei
professori e dei genitori non è stata prevista alcuna misura seria, mentre
l’azione penale viene fatta verso chi ha fatto smettere il reato pubblicato. A
questo proposito, anzi, secondo Grillo, i tre dirigenti Google sono “meritori
di una medaglia al valor civile”.