La crisi morde il mondo delle imprese. Quelle al femminile
e quelle con titolari maschi. Con la differenza non piccola che le imprese
guidate dalle donne tengono meglio botta.
A evidenziare una maggiore resistenza alla crisi è il secondo rapporto nazionale sull’imprenditoria femminile, prodotto da Unioncamere e dal ministero per le pari opportunità. Tra settembre 2008 e settembre 2009 è scomparso il 2% delle aziende con a capo un uomo, a fronte di un –1,6 di quelle condotte da donne. Nello stesso periodo, circa il 60% delle titolari di impresa ha visto diminuire il giro d’affari, ma oltre l’80% è riuscito a non licenziare la gente che lavora per loro.
Un esercito ormai le imprese al femminile.
L'indagine semestrale realizzata sempre da Unioncamere sulla base dei dati del
Registro delle Imprese delle Camere di commercio, dice che sono oltre 1,4
milioni, sono più diffuse al Centro-Sud, operano preferibilmente nel commercio,
in agricoltura e nei servizi alle persone e soprattutto crescono due volte più
della media nazionale.
Donne imprenditrici crescono. Nel terziario
Nel 2009, da una ricerca, condotta dal Censis per conto
dell’Osservatorio sull’imprenditorialità femminile voluto dal gruppo nazionale
Terziario Donna Confcommercio, emerge che negli ultimi decenni il vero elemento
innovativo riguardo l’occupazione femminile viene dal terziario. Su 100
imprese, infatti, più di 15 si concentrano in questo comparto, con un
incremento di circa il 10%. Quanto alla forma giuridica, è l’impresa
individuale quella preferita: nel 2008 erano più di 500 mila (quasi il 60%)
seguite dalle società di persone (oltre 350 mila, pari al 40%) e dalle società
di capitali. In forte crescita quest’ultime, che sono raddoppiate negli ultimi
quattro anni. Ma, nonostante l’exploit, ancora coprono lo 0,3% appena del
settore.
Significativo è l’aumento delle donne immigrate. Nel 2008
erano 30 mila quelle impegnate nel Terziario. Non solo. I numeri mostrano un
vero e proprio effetto di sostituzione strisciante, anche per il calo delle
imprenditrici italiane, con una vitalità imprenditoriale non limitata ai
tradizionali ambiti, ma estesa anche ai settori produttivi più evoluti.
Il progressivo invecchiamento delle imprenditrici del
settore rappresenta indubbiamente un problema. Il fenomeno, che per altro
riguarda le donne come gli uomini, è probabilmente figlio di due fattori: gli
impedimenti nell’accesso, legati alle difficoltà di trovare le risorse per
avviare un’attività autonoma; e il lento passaggio generazionale interno alle
imprese terziarie. I numeri parlano chiaro: più della metà delle imprenditrici
ha tra i 30 e i 50 anni, una su tre è tra i 50 e i 70, mentre quelle al di
sotto dei 30 anni non arrivano al 10%. Categoria che, oltretutto, negli ultimi
quattro anni ha registrato un calo del 13%, mentre tutte le altre classi d’età
sono in crescita: +2% tra i 30 e i 49 anni, +4% tra i 50 e i 69 anni e,
soprattutto, +20% tra le imprenditrici con più di 70 anni.
Mentre si segnala un più alto livello di istruzione delle
donne (sono laureate il 24%) rispetto agli uomini (21%), il fatto che quasi il
12% delle donne imprenditrici del terziario è separato (gli uomini sono il
7,5%) dimostra la difficoltà di associare impegni professionali e vita
familiare.
Se mandare avanti un’impresa è davvero un’impresa…
Le imprenditrici sono sempre di più e non si scoraggiano
facilmente. Forse anche perché in Italia non è che possano permetterselo tanto.
Nel nostro paese, infatti, creare un’attività imprenditoriale al femminile
spesso si trasforma in una sorta di gara a ostacoli. Per mettersi in proprio a
volte una donna deve “fare un’impresa” nel vero senso della parola.
Problematico rapporto con le banche, scarsi incentivi, difficile gestione della
vita famigliare, una certa prevenzione diffusa: sono queste le “asticelle” che
una donna, intenzionata a rimanere se stessa e farsi al tempo stesso
imprenditrice, deve superare.
È indubbiamente un ritardo che coinvolge l’intera società
italiana, ancora molto distante dai modelli virtuosi, quali i paesi scandinavi,
dove la parità dei sessi è reale e attraversa la vita di tutti i giorni; o gli
Usa, in cui operano gruppi di pressione molto forti e strutturati, in grado
quindi di svolgere un lavoro di lobbyng e di influenzare governo e istituzioni.
L’arretratezza italiana nell’affrontare la “questione
femminile” nel mercato del lavoro autonomo (ma anche in quello dipendente,
occorre ricordarlo) è testimoniata da molti aspetti: si va dalla carenza di
servizi di base e opportunità (asili nido, orari flessibili ecc) alla scarsità
di finanziamenti (la legge 215/92 sulle “azioni positive per l’imprenditoria
femminile è un guscio vuoto, essendo priva di fondi) o alla difficoltà di
accedervi. A questo proposito, esiste sì una “porta” di ingresso, rappresentata
dall’art. 9 della legge 53/2000 che introduce misure a sostegno della
flessibilità del lavoro, anche autonomo. Ma di fatto si tratta di una
“porticina” di assai difficile accesso per le piccole e medie imprese a causa
degli adempimenti troppo complicati.
Per capire quanto siamo indietro, vale la pena di leggere
con un po’ di attenzione l’ultimo rapporto 2009 sulle pari opportunità tra
uomini e donne («gender gap») stilato dal World Economic Forum (gente
attendibile: sono quelli che organizzano l'incontro annuale tra i potenti della
terra a Davos). Nella classifica stilata dal Wef, al primo posto si piazza
l'Islanda, davanti a Finlandia, Norvegia e Svezia. Seguono Nuova Zelanda,
Sudafrica, Danimarca e Irlanda e via via tutti i big europei: la Germania è
12esima, il Regno Unito 15esimo, la Spagna 17esima e la Francia 18esima. E
l'Italia? Beh, l’Italia non solo arranca come sempre nelle retrovie, ma scende
ancora: dalla 67esima al 72esima posizione. Superata da Vietnam, Romania,
Paraguay, ma ancora avanti, anche se di poco, alla Tanzania, è terz’ultima in
Europa.
Il guaio è che, per venire al tema trattato, a spingere
l'Italia nella retroguardia è soprattutto l'indice di “partecipazione e
opportunità nell'economia” (96esimo posto), a causa delle disuguaglianze
rispetto agli uomini nei salari (116esimo posto), nel reddito da lavoro
(91esimo) e nella partecipazione alla forza lavoro (88esimo). Solo una donna su
due fa parte della popolazione attiva (gli uomini sono tre su quattro) il
reddito medio femminile è la metà di quello maschile, mentre la disoccupazione
“rosa” è il doppio di quella degli uomini.
Tra i problemi più grossi che si trova ad affrontare una
donna che è o vuole farsi imprenditrice, c’è sicuramente lo scarso credito di
cui gode presso le banche. Un atteggiamento, quello degli istituti finanziari,
che puzza di pregiudizio lontano un chilometro. Incredibile ma vero, ancora
oggi e nonostante la rapida crescita e l’aumentata importanza del ruolo delle
donne nell’economia italiana, l’imprenditrice che entra in un istituto di
credito deve farlo “accompagnata”. “Le imprenditrici, soprattutto se a capo di
piccole imprese, – denuncia Marilù Galdieri, presidente di Terziario Donna –
incontrano, rispetto agli uomini, maggiori difficoltà a essere considerate
interlocutrici affidabili da parte delle banche. E questo anche a parità di
solidità aziendale con gli omologhi maschi. Cioè a dire che le difficoltà
frapposte non sono giustificate da un più alto tasso d’insolvenza”.
Un recente studio dell’economista Alberto Alesina ha preso
in esame oltre un milione di accessi al fido bancario lungo tre anni (2004,
2005, 2006) di 150 mila micro-imprese. E ha scoperto un dato significativo: le
banche italiane praticano sistematicamente un tasso d’interesse più alto
all’impresa che ha a capo una donna. E senza la foglia di fico di una qualche
motivazione di carattere economico-finanziario. “Esatto. Si tratta di puro e
semplice preconcetto. – si accalora la Galdieri – Come dimostra chiaramente la
questione del garante. Perché mai se un’imprenditrice ha un uomo che garantisce
per lei, il tasso d’interesse che le viene praticato è più basso di quello
mediamente applicato alle imprese al femminile? Evidentemente, l’uomo che si fa
garante viene davvero percepito dall’istituto di credito come tale. Al
contrario, a conferma di questo discutibile costume,se a garantire è una donna,
il tasso sale addirittura dello 0,6%. Come a dire che già prestare i soldi a
un’imprenditrice è più rischioso che farlo a un imprenditore. Se poi chi avalla
è un’altra donna, allora per i nostri istituti di credito scatta addirittura il
codice rosso”.
È ovvio che i problemi di base sono uguali per ogni
impresa. Purtroppo, è altrettanto evidente che le imprese con a capo una donna
incontrano maggiori difficoltà. C’è stato, è vero, un riconoscimento formale
del ruolo della donna nell’impresa, ma a questo non hanno corrisposto strumenti
di affiancamento sostanziali. Ma perché parlare di “affiancamento”, perché la
necessità di riconoscere un aiuto per le donne che fanno impresa? In questo
modo non si rischia di falsare il mercato, di dare un vantaggio di genere? Al
contrario: si tratta di riequilibrare una situazione che per ragioni culturali
e sociali, attualmente penalizza le donne.
A questo proposito può essere illuminante un’indagine
Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione
professionale dei lavoratori). La ricerca ha appurato che, a parità di tutto,
una lavoratrice autonoma guadagna il 30% di meno rispetto agli omologhi maschi.
Questo per la semplice ragione che una donna imprenditrice troppo spesso in
Italia è anche molto altro: madre, moglie, figlia-badante ecc. Cioè, i ritardi
culturali e sociali del nostro paese la costringono a farsi carico di tutta una
serie di responsabilità che finiscono per pesare negativamente sul suo fare
impresa.
Che si tratti di un ritardo anche, forse
soprattutto, culturale lo dimostra la scelta, molto criticata dalle
organizzazioni delle imprenditrici, presa dal governo Prodi e confermata da
quello Berlusconi, di far trattare le questioni delle imprese rosa non, come
sarebbe logico, dai ministeri economici, ma da quello per le Pari Opportunità,
le cui pur lodevoli iniziative hanno un taglio inevitabilmente più culturale ed
“ecumenico”.
Come dimostra, il cd rom “La
città dell'imprenditoria femminile”
voluto dal ministero per le Pari Opportunità per affrontare il tema
delle imprese al femminile. Nel cd rom di imprenditoria si parla sì, ma come di
un’opportunità di lavoro, dal momento che offre notizie e indicazioni alle
donne che vogliono avviare un’attività imprenditoriale. Si tratta insomma di un
percorso virtuale di conoscenza, pensato per consentire a chi lo intraprende di
scoprire se abbia o no le qualità per di diventare buone imprenditrici.
“Iniziative così – s’interroga Marilù Galdieri – a quante
come noi hanno già un’impresa a che servono? I nostri problemi sono altri. Sono
quelli di tutti gli imprenditori, che in più devono aggiungere, al normale
rischio d’impresa, problemi e limitazioni legati alle difficoltà di genere. Ed
è questo il motivo per cui vorremmo poter dire la nostra, essere rappresentati
là dove si prendono decisioni su credito, incentivi, sulle materie che ci
riguardano come imprenditrici che sono anche donne”.