Gli
studi di settore funzionano. Sembrano lontani anni luce i tempi del loro
esordio, quando si presentarono con tutte le caratteristiche di uno strumento
tanto iniquo quanto inefficace. Tempi, appunto, lontani. Oggi infatti, grazie
anche alla fattiva collaborazione delle associazioni di categoria, gli studi di
settore sono un importante strumento per garantire un reale accertamento e di
conseguenza un equo prelievo fiscale.
Di
studi di settore di piccole e medie imprese si è parlato oggi, durante una tavola
rotonda tenutasi stamani presso l’Agenzia delle Entrate di Roma a cui hanno
partecipato il direttore dell'Agenzia Attilio Befera, il direttore
dell'Accertamento Luigi Magistero e i rappresentanti di diverse associazioni di
categoria, tra cui il direttore generale di Confcommercio Luigi Taranto.
Importante
strumento di accertamento, dunque, lo studio di settore. Ma non il solo. Su
questo aspetto aveva già speso parole precise ieri lo stesso Befera parlando
alla Commissione Finanze della Camera: “L'accertamento sui contribuenti
sottoposti agli studi di settore deve essere fatto non solo con i dati relativi
agli studi, ma va motivato con altre evidenze”. Insomma, il discostamento dallo
studio non può essere da solo la motivazione per un controllo.
Nell’introduzione alla tavola
rotonda il direttore dell'Agenzia delle entrate ha voluto ribadire che lo
strumento studi di settore non deve essere inteso come vessatorio nei riguardi del contribuente. Al
contrario, deve dimostrare di essere il segno tangibile di un dialogo ormai
avviato che mira a rafforzare l'interscambio informativo tra contribuenti e
amministrazione, contribuendo ad essere anche una bussola per le pmi.
L’Agenzia, ha concluso Befera, ha chiarito espressamente che le istruzioni
operative date agli uffici sono di supportare sempre le presunzioni basate
sugli studi di settore con ulteriori elementi di riscontro, come ad esempio la
capacità di spesa del soggetto preso in esame.
I
controlli dell’Agenzia nel 2009 hanno portato nelle casse dello Stato 130
milioni di euro comprensivi di sanzioni e interessi. Risultato ottenuto anche
grazie a un cambio di rotta rispetto al 2008. "Nel 2009 - ha detto
Magistro nel suo intervento - abbiamo fatto meno controlli, ma più mirati e
molto più remunerativi". La maggiore imposta definita, cioè quanto è stato
incassato realmente, ha raggiunto i 108 milioni nel 2009 (senza interessi e
sanzioni) rispetto ai 97 milioni del 2008, con un aumento dell'11,3% a fronte
di un diminuito numero dei controlli, passati da 72.956 del 2008 a 56.483 del
2009.
Si diceva della fattiva
collaborazione, della funzione di stimolo rappresentata dalle associazioni di
categoria. Un’azione di pungolo che non è mancata neanche a questa tavola
rotonda. “l’esperienza degli studi si è andata caratterizzando come un modello
di proficua relazione tra categorie economiche e amministrazione finanziaria–
ha ricordato Luigi Taranto, direttore Generale di Confcommercio – soprattutto
perché non ha smesso mai di essere una sorta di work in progress. Come dovrà
continuare ad essere. Solo così potrà seguitare a garantire tanto il diritto
del contribuente alla tassazione sulla base di un reddito effettivo, non
potenziale e stimato, quanto l’avanzamento dell’azione di contrasto e di
recupero di evasione e lesione fiscale”.
Prossimo banco di prova per gli
studi di settore sarà la capacità di leggere e interpretare l’impatto, spesso
devastante, che la recente crisi economica ha avuto su aziende e imprese che,
pur riuscendo spesso a salvare l’occupazione, hanno pagato alla crisi un duro
pedaggio in termini di redditi e guadagni.