“Erano tempi, erano bei tempi…”
così recita il testo di una canzone di Roberto Vecchioni. E, nel nostro caso
non possono essere che tempi di federalismo fiscale, ormai sentito come
necessario da gran parte delle componenti politiche e sociali, perché rappresenta
un’opportunità, difficile ma possibile, per rendere più forte, a ogni livello
istituzionale e amministrativo, il principio di responsabilità.
D’altronde, pensiamoci bene, in
questa fase economica che stiamo vivendo, chi potrebbe essere contrario a una
riforma che consenta uno stretto collegamento tra spesa pubblica e leva
fiscale? E che fissi la sostituzione della spesa storica, basata sulla
continuità dei livelli di spesa raggiunti l'anno precedente, con la spesa
standard? Tutto questo, se supportato da meccanismi gestionali adeguati,
potrebbe generare, indubbiamente, maggiore efficienza: se non altro, perché
quando si tocca la leva fiscale, chi spende è costretto a metterci “la faccia”.
Ciò, però, non basta, poiché un sistema istituzionale che s’incammina sulla
strada del federalismo, come quello immaginato, necessita, a parere di chi
scrive, di un alto tasso di dialogo tra le regioni che lo compongono. Per
alcuni motivi che evidenzierò, qui, a seguire.
Sarò chiaro nei confronti di chi
legge: non si può immaginare lo sviluppo di opzioni istituzionali di tipo
federale, senza creare le condizioni di uno stretto coordinamento, soprattutto
fra le regioni che sono confinanti, relativo a tutte quelle scelte che
riguardano la vita economica e
sociale dei territori e che è opportuno non siano duplicate, creando inutili
danni a qualcuna delle compagini in campo.
Un primo esempio per comprendere
ciò che s’intende affermare. E’ recente il grido di allarme del Presidente
della Regione Veneto, Luca Zaia, con riferimento al moltiplicarsi di
manifestazioni fieristiche in Lombardia, come quella equina e quella del vino
presso la Fiera di Milano, aventi lo stesso oggetto di quelle tradizionalmente
organizzate dalla Fiera di Verona. Situazioni, quale quella citata, dimostrano
come sia indispensabile una supervisione che eviti il ripetersi di identiche
iniziative, in regioni vicine, e che permetta di scongiurare la produzione di
risultati negativi per quegli enti fieristici che, nel tempo, hanno investito e
hanno fatto crescere le singole manifestazioni.
Un’altra questione, rispetto
alla quale, emerge la necessità di maggiore dialogo e organizzazione fra le
diverse compagini regionali, ha origine dal fatto che la determinazione delle
date di inizio e termine dei saldi, o delle vendite di fine stagione, spetta a
ogni singola regione. Negli anni, purtroppo, le scelte di ciascuna regione si
sono palesate in modo, sempre più, disomogeneo, generando confusione sia tra
gli operatori, sia tra i consumatori. Questo, inoltre, ha determinato, nelle
aree di confine tra regione e regione, il fenomeno, molto preoccupante, dello
spostamento dei consumatori alla ricerca delle zone nelle quali i saldi
iniziano prima: ne è derivato un mancato introito per quelle attività
commerciali ubicate laddove l’inizio dei saldi è posticipato. S’impone, quindi,
l’opportunità che, relativamente a quanto rilevato, le regioni, dialogando,
armonizzino la scelta delle date, in maniera tale da superare la confusione
sopra citata.
L’esigenza di un coordinamento,
innanzitutto fra le regioni confinanti, assume un’innegabile rilevanza con
riferimento alle politiche urbanistiche e di programmazione commerciale. Nel
passato, si è scelto di insediare, nelle periferie delle città, grandi centri
commerciali, “cittadelle artificiali” che, dopo aver innescato fenomeni di
“pendolarismo” dei consumatori, talvolta fra regione e regione, e di
ridimensionamento socio-economico dei centri storici, che hanno visto chiudere
i negozi di servizio e vicinato, oggigiorno, a causa della saturazione del
mercato, rischiano di diventare cattedrali nel deserto.
Ne deriva la necessità di
superare quest’idea di programmazione commerciale, dalla quale originano, per
esempio, progetti quali Veneto City e il nuovo Outlet di Grisignano di Zocco,
per approdare alla realizzazione di mini centri commerciali nel cuore della
città, recuperando zone industriali dismesse, come insegna l’esperienza di
Klagenfurt.
A ben pensarci, quanto affermato
si connette alla concezione di un utilizzo dissennato del territorio che ha
permesso, e ancora oggi permette, di edificare, senza una reale programmazione,
strutture produttive commerciali e di servizi. Vista da un elicottero, allora,
l’alta Italia rischia di apparire, sempre di più, una successione di capannoni.
Questo è ciò che desideriamo diventino i nostri territori? Non c’è bisogno di
rammentare quello che scriveva il grande poeta veneto Andrea Zanzotto per
maturare una risposta.
Sergio Rebecca
(Presidente Confcommercio
Vicenza e Vice-Presidente
Confcommercio Nazionale)