“Una
lettura delle dinamiche dei prezzi oggettivamente errata che rende prive di
qualsiasi fondamento le accuse mosse al commercio. Più documentazione e meno
demagogia gioverebbero, invece, a instaurare in Italia un clima più sereno, al
fine di risolvere i problemi che il sistema-paese manifesta da troppo tempo”:
questa la replica dell’Ufficio Studi di Confcommercio alle affermazioni del
Codacons su una
presunta responsabilità del settore distributivo nell’aumento dell’inflazione.
“I
due indici di prezzo, alla produzione e al consumo – prosegue la nota - non
sono infatti confrontabili in alcun modo in quanto quelli alla produzione, che
in ogni caso sono riferiti a processi produttivi domestici, includono, tra gli
altri, i beni destinati agli investimenti, escludono i prezzi dei beni non
trasformati, i costi di trasporto e non tengono conto dell’Iva; mentre i prezzi
al consumo si riferiscono anche ai prodotti importati e giustamente escludono
di rilevare i prezzi di beni quali l’acciaio, il legname per le costruzioni e
tutto ciò che non può finire nella spesa delle famiglie. Oltre al fatto che i
fattori di ponderazione dei due indici di prezzo non sono uguali tra loro”.
“L’unica
comparazione possibile, pur sempre parziale e incompleta – conclude
Confcommercio - è quella tra i prezzi al consumo e quelli alla produzione dei
beni di consumo destinati al mercato interno. Comparazione che mostra, nel
corso del 2009, un analogo, forte ridimensionamento di entrambi gli indici: dal
3,8% al –0,9% per i prezzi alla produzione e dal 3,6% allo 0% per i prezzi al
consumo. Indici che, peraltro, mostrano un andamento coerente ed omogeneo anche
nel medio periodo”.