Nelle imprese del Mezzogiorno c’è un legame molto stretto
tra il ricorso al sommerso e il costo del lavoro, i tassi di interesse, l'uso
di contratti atipici e la bassa spesa per ricerca e sviluppo, con il caso
limite della Calabria. È il risultato dello studio pubblicato sull’ultimo
numero della Rivista Economica del Mezzogiorno, trimestrale della Svimez.
L’indagine è stata condotta su dati Istat con l’adozione di uno specifico
modello econometrico che ha messo in relazione il tasso di irregolarità del lavoro
con tre variabili: costo del lavoro, incidenza dell'occupazione flessibile e
percentuale di spesa in ricerca e sviluppo sul Pil. Gli indici che si ricavano
dal modello parlano chiaro: con valori compresi tra 16,4 (Puglia) e 26,9
(Calabria) tutte le regioni del Sud sono segnate da alti tassi di irregolarità
nel lavoro e da un costo del lavoro decisamente più alto della media nazionale
(ferma a 12,5). Alto costo del lavoro ma basso tasso di irregolarità si
riscontra in Friuli, Lazio, Umbria, Trentino, Abruzzo; mentre Marche, Piemonte,
Toscana, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Liguria, Val d'Aosta registrano
bassa diffusione del sommerso e un costo del lavoro più basso della media
nazionale. Tra le regioni del Sud la situazione più critica è in Calabria (26,9),
seguita da Sicilia (21,4), Basilicata (20,1), Campania (20), Sardegna (19,4),
Molise (18,6), Puglia (16,4). In linea con la media l’Abruzzo (12,5). Le
regioni più flessibili sono quelle con il più alto ricorso al lavoro nero, e
anche questa volta sono tutte le regioni del Sud. Lombardia, Piemonte, Veneto,
Friuli, Lazio, Toscana, Liguria, Umbria, Marche, Emilia Romagna registrano
bassi tassi di irregolarità e bassi tassi di flessibilità, con valori compresi
tra 8,5 e la media nazionale di 13. Val d'Aosta, Abruzzo e Trentino registrano
un ricorso al lavoro flessibile superiore alla media nazionale, ma che si
accompagna sempre a tassi di irregolarità bassi. La situazione al Sud invece
cambia. In testa alla triste classifica la Calabria, con un valore pari a 22,5,
seguita da Sicilia (19,5), Puglia, (18,9), Basilicata (16), Sardegna (15),
Molise (13,4) e Campania (13,5). Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Liguria,
Friuli e Lazio rilevano una percentuale di spesa in ricerca e sviluppo superiore alla media nazionale a fronte
di inferiori tassi di irregolarità del lavoro; Abruzzo, Toscana, Marche, Veneto
Trentino, Val d'Aosta e Umbria segnano invece una percentuale di spesa
inferiore alla media. Ma al Sud la situazione precipita: ancora una volta e' la
Calabria a dominare la classifica, con un valore pari a 0%, a pari merito con
Molise e Sardegna. Seguono Puglia, Basilicata e Sicilia con 0,2%. “Il problema
del sommerso è una questione di tipo strutturale", si legge nello studio,
"e necessita di risposte di tipo strutturale legate a un ridisegno
complessivo dei modelli di competitività e di specializzazione produttiva delle
imprese, nonché al miglioramento dei fattori di contesto”.