Buoni pasto: si va verso un
nuovo no ticket-day
Ricorso al Consiglio di Stato con richiesta immediata di sospensiva; rescissione dei contratti capestro; richiesta di sospensione della gara Consip (pubblica amministrazione); almeno una giornata di protesta in cui saranno rifiutati in tutta Italia i buoni pasto. Sono le misure decise dalla Fipe per ribellarsi alla recente sentenza del Tar del Lazio su ricorso di una società emettitrice, Repas Launch Coupon. Con la sentenza, il tribunale amministrativo ha annullato parte del dpcm 18 novembre 2005, ponendo prospettive della massima incertezza e di danno grave per i maggiori costi degli esercenti i cui crediti non saranno più garantiti dal capitale sociale delle società emettitrici che potrà essere di soli 10.000 euro. Ogni giorno le imprese di emissione hanno un debito di circa 500 milioni verso la rete dei fornitori e nemmeno si troveranno riscontri della veridicità dei bilanci che saranno controllati, ove presenti, da collegi sindacali nominati dalla proprietà.
“E’ inaccettabile – dichiara Lino Enrico Stoppani, presidente
Fipe-Confcommercio - una situazione del genere, soprattutto in un momento in
cui si ricerca la trasparenza massima all’interno delle filiere. Creare uno
Stato liberale non significa creare uno Stato senza regole nelle cui oscurità
si possono nascondere i tranelli più perfidi. Mi domando, infine, che fine fa
quella parte di denaro corrispondente allo sconto che il datore di lavoro si
tiene in cassa, sottraendolo alla filiera senza neanche restituirlo ai
lavoratori a cui apparterrebbe”.
La sentenza riapre anche le porte alle aste on line che sono il sistema più efficace per costringere gli emettitori a fare sconti più forti ai datori di lavoro sulle spalle dei lavoratori e a spese gli esercenti tramite le commissioni. Anche l’eliminazione dell’obbligo di stipulare le convenzioni solo per scritto e con accettazione espressa apre le porte ai pirati del buono per riprendere il costume di mutare a proprio piacimento le condizioni contrattuali. Inoltre l’annullamento delle disciplina sui termini di pagamento ristabilisce di fatto la cattiva consuetudine di una riscossione con un ritardo di otto mesi senza considerare l’inflazione o la perdita degli interessi sull’ammontare complessivo. L’articolo 9 del dpcm, infatti stabilendo termini e modi di pagamento assicurava l’equilibrio nei conti delle imprese di emissione che potevano ricevere ed effettuare pagamenti pressoché in contemporanea.