Pensioni: l’Italia non firma il rapporto Ocse
E’ tensione sulle pensioni tra Italia ed Ocse. L’organizzazione parigina ha infatti pubblicato un rapporto in cui bacchetta il nostro Paese per i tempi di applicazione troppo lunghi delle sue riforme previdenziali. Ma l'Italia, unico tra i Paesi membri, non ci sta, contesta i dati e decide di non firmare il rapporto.
Il sistema contributivo introdotto dalla legge Dini nel 1995, afferma l’Ocse, va a regime pienamente solo nel 2017. L’Ocse si basa sulla legislazione attuale e quindi tiene conto sia dell’aumento dell’età per la pensione di anzianità nel 2008 prevista dalla legge Maroni (da 57 a 60 anni) sia della revisione dei coefficienti di trasformazione del montante contributivo prevista dalla legge Dini. L’Italia resta il paese Ocse con i contributi pensionistici più alti (il 32,7 per cento della retribuzione fino al 2006 contro una media Ocse del 20 per cento). Aumentare l’equità tra i lavoratori che vanno in pensione a età differenti prevedendo assegni più leggeri per chi si ritira prima e più pesanti per chi lascia il lavoro più tardi: à quanto invece auspica l’Ocse. Aumentare l’età di pensionamento è dunque necessario per migliorare la sostenibilità finanziaria del sistema.
Si tratta di un “disaccordo
squisitamente tecnico, non politico”, ha precisato il Ministero del Lavoro.
Mentre il governo è intenzionato ad andare avanti nella trattativa con le parti
sociali, puntando a chiudere entro fine mese. Due gli appuntamenti fissati
dalla presidenza del Consiglio: giovedì 14 giugno tra governo e maggioranza, e
venerdì 15 giugno tra governo e parti sociali. Dal 15 al 25 giugno si conta di
chiudere i tavoli sul welfare. Ma il confronto si preannuncia non facile.
L’ipotesi del Governo è quella di superare lo scalone, previsto dalla Maroni,
attraverso i cosiddetti scalini. In pratica da gennaio 2008 si dovrebbe andare
in pensione con 58 anni di età , anziché 60, e l’età crescerà in modo graduale
per arrivare a 62 anni. C’è comunque allo studio anche un meccanismo di incentivazione
per favorire la permanenza volontaria al lavoro con forme di defiscalizzazione.