DISTRIBUZIONE
E MERCATO
Cernobbio
26-28 marzo 1999
_________________
a cura
del Centro Studi Confcommercio
INDICE
LA CONGIUNTURA INTERNAZIONALE pag.
1
L’area
dell’euro pag.2
Regno
Unito, Stati Uniti, Giappone pag.5
LE PROSPETTIVE
DELL’ECONOMIA ITALIANA pag.8
NEL MEDIO PERIODO
Il
quadro di sintesi pag.8
La
domanda estera pag.12
La domanda interna pag.13
L’occupazione pag.16
Proposte
per lo sviluppo pag.18
La
politica fiscale pag.19
La
politica previdenziale pag.23
La
politica per gli investimenti pag.26
CONCLUSIONI pag.28
PARTI
SPECIALI pag.32
LA CONGIUNTURA INTERNAZIONALE
L’economia internazionale ha pesantemente risentito
nel corso del ’98 del manifestarsi di focolai di crisi in molte aree,
segnalando nell’anno un profilo sempre più contenuto dei tassi di crescita e
deludendo le aspettative di quanti ritenevano possibile l’inizio di una fase
ciclica espansiva che coinvolgesse tutti i principali Paesi industrializzati.
PRINCIPALI INDICATORI
MACROECONOMICI
|
|
PIL |
Tasso di
disoccupazione |
Inflazione |
||||
|
|
1997 |
1998 |
1999 |
1997 |
1998 |
1997 |
1998 |
|
EUR11 |
2,5 |
3,0 |
2,0 |
11,6 |
11,0 |
1,6 |
1,1 |
|
§
Germania |
2,2 |
2,8 |
|
10,0 |
9,7 |
1,5 |
0,7 |
|
§
Francia |
2,3 |
3,2 |
|
12,4 |
11,9 |
1,3 |
0,7 |
|
§
Italia |
1,5 |
1,4 |
|
12,1 |
12,1 |
1,9 |
2,0 |
|
GRAN BRETAGNA |
3,5 |
2,3 |
1,0 |
7,0 |
6,3 |
1,8 |
1,5 |
|
STATI UNITI |
3,9 |
3,9 |
3,0 |
4,9 |
4,5 |
2,3 |
1,6 |
|
GIAPPONE |
1,4 |
-2,8 |
-0,5 |
3,4 |
4,2 |
1,7 |
0,6 |
|
COMMERCIO MONDIALE |
9,9 |
3,3 |
4,2 |
|
|
|
|
Stime recenti indicano a livello mondiale una netta
flessione nei tassi di incremento sia del prodotto, che del commercio passati
rispettivamente tra il ’97 ed il ’98 dal 4,2% al 2,2% e dal 9,9% al 3,3%.
Tale evoluzione non ha, comunque, determinato
effetti omogenei nelle diverse aree economiche: l’Europa occidentale, nel suo
complesso, si è dimostrata, infatti più reattiva al deteriorarsi delle
condizioni internazionali rispetto agli Stati Uniti, che hanno continuato a
mostrare un profilo decisamente espansivo.
Tra gli elementi positivi emersi lo scorso anno vi è
da sottolineare come la presenza di un contesto mondiale meno dinamico abbia
favorito il sensibile rallentamento delle quotazioni delle materie prime,
evoluzione che si è tradotta in tutte le principali economie industrializzate,
nonostante la presenza di una domanda delle famiglie abbastanza sostenuta, in
un contenimento dei prezzi al consumo.
Questa situazione ha favorito in tutti i Paesi un
allentamento delle condizioni della politica monetaria, che non sono comunque
risultate sufficienti a contenere gli effetti del rallentamento ciclico. Ciò è
stato particolarmente vero per i Paesi dell’area dell’euro, nei quali le
conseguenze negative del rallentamento internazionale sono risultate più
consistenti rispetto a quanto stimato nella primavera dello scorso anno.
Stando alle stime più recenti le prospettive di
sviluppo a livello mondiale dovrebbero essere condizionate, anche nell'anno in
corso, dal permanere di una
situazione critica a livello internazionale e dalle forti incertezze sulla
possibilità per alcuni paesi di uscire in tempi rapidi dalle crisi.
Il PIL dei principali paesi è atteso, infatti,
mostrare un ulteriore rallentamento conseguenza di una prima parte dell’anno
ancora fortemente negativa e che non sarà controbilanciata dalla attesa ripresa
negli ultimi mesi del ’99.
L’area dell’euro
Nonostante si ritenesse che i paesi dell’area
dell’euro potessero risentire in misura meno immediata del deterioramento delle
condizioni cicliche, così non è stato.
L’incremento del PIL in termini reali del 3,0% registrato
nel ’98, pur rappresentando il valore più elevato riscontrato dai primi anni
’90 sottende un netto indebolimento a partire dall’estate dei tassi di
crescita, che sono divenuti via via meno positivi, situazione che ha portato a
rivedere decisamente le prospettive di sviluppo dell’area per il prossimo
biennio.
Nel 1998, l’attenuarsi delle prospettive economiche
ha riflesso in larga parte gli sviluppi esterni, evidenziatisi in un sensibile
rallentamento delle esportazioni nette, sebbene in alcuni paesi anche gli
indicatori della domanda interna mostrassero segni di debolezza.
PIL NELL'EUR11 E SUE COMPONENTI
(variazioni % a prezzi
costanti 1990)
|
|
1995 |
1996 |
1997 |
1998 |
|
PIL |
2,2 |
1,6 |
2,5 |
3,0 |
|
IMPORTAZIONI |
7,4 |
3,3 |
9,0 |
7,3 |
|
DOMANDA INTERNA |
1,9 |
1,1 |
1,9 |
3,4 |
|
Consumi delle
famiglie |
1,9 |
1,9 |
1,4 |
3,0 |
|
Consumi collettivi |
0,0 |
1,7 |
0,3 |
0,4 |
|
Investimenti fissi
lordi |
3,4 |
0,4 |
2,1 |
4,2 |
|
ESPORTAZIONI |
8,1 |
4,4 |
10,3 |
6,0 |
Fonte: Eurostat
PIL NEI PRINCIPALI PAESI
(variazioni % a prezzi
costanti 1990)
|
|
PIL |
Tasso di
disoccupazione |
Inflazione |
||||
|
|
1997 |
1998 |
1999 |
1997 |
1998 |
1997 |
1998 |
|
EUR11 |
2,5 |
3,0 |
2,0 |
11,6 |
11,0 |
1,6 |
1,1 |
|
§
Germania |
2,2 |
2,8 |
2,0 |
10,0 |
9,7 |
1,5 |
0,7 |
|
§
Francia |
2,3 |
3,2 |
2,6 |
12,4 |
11,9 |
1,3 |
0,7 |
|
§
Italia |
1,5 |
1,4 |
1,3 |
12,1 |
12,1 |
1,9 |
2,0 |
Fonte: Eurostat 1999 PER L'Italia Confcommercio
In particolare si è notata nel corso degli ultimi
mesi un accentuarsi del divario tra i comportamenti delle imprese e delle
famiglie.
A partire dalla seconda metà dell’anno, in
concomitanza con l’acuirsi della crisi del sud est asiatico e della Russia, il
clima di fiducia delle imprese ha cominciato a registrare un netto
peggioramento, con punte particolarmente accentuate in Germania ed in Francia,
confermato in autunno da una più contenuta evoluzione della produzione
industriale e dalla conseguente riduzione del grado di utilizzo degli impianti.
Dinamica che si è riflessa sugli investimenti, risultati in rallentamento
nell’ultimo trimestre.
Di contro le aspettative delle famiglie hanno teso
ad un miglioramento, sulla spinta anche di un panorama occupazionale lievemente
meno negativo rispetto a quello riscontrato negli ultimi anni, che si è
tradotto, in concomitanza con una evoluzione dei prezzi contenuta, in un
aumento del reddito disponibile con effetti positivi sulla dinamica della
domanda per consumi.
Situazione che non sembra mostrare neanche in questa
prima parte del ’99 una sensibile attenuazione, come conferma anche la maggiore
domanda di credito da parte delle famiglie.
Particolare appare in questo senso la situazione
dell’Italia che ha visto, invece, un netto peggioramento sia del clima di
fiducia delle imprese, che delle famiglie in conseguenza di un quadro
macroeconomico di riferimento più negativo rispetto a quanto riscontrato negli
altri Paesi.
In considerazione delle tendenze in atto, caratterizzate
da un netto peggioramento della produzione industriale e del clima di fiducia
delle imprese, le aspettative per l’anno in corso per il complesso dei paesi
aderenti all’euro appaiono sensibilmente più contenute rispetto anche a quanto
stimato in autunno, il PIL è infatti atteso crescere nel ’99 al 2,0%.
Al di là dei problemi direttamente connessi alla
domanda estera, stimata in rallentamento anche in questa prima parte dell’anno,
i rischi per la crescita in quest’area includono fattori più direttamente
riconducibili al contesto interno.
Il permanere di una domanda estera debole potrebbe
ingenerare effetti negativi sugli investimenti, anche per un possibile accumulo
involontario di scorte soprattutto in Germania ed Italia, che continuano a
risultare il punto debole della domanda interna.
Ciò determinerebbe un mutamento delle condizioni del
mercato del lavoro con l’arrestarsi o addirittura l’invertirsi del processo che
in alcuni paesi aveva portato ad una graduale riduzione della disoccupazione.
In questo contesto vi è il
rischio di un trasferimento delle aspettative negative anche alle famiglie, con
un rallentamento più sostenuto rispetto a quanto stimato attualmente della
spesa per consumi.
A livello di singoli Paesi nel 1999 in Francia e nei
paesi più piccoli dell’area la crescita dovrebbe mantenersi in linea con la
dinamica del prodotto potenziale (+2,6-2,7%), in Germania ed in Italia, invece,
si prevede una crescita assai meno vigorosa, con un divario del PIL effettivo
dal PIL potenziale prossimo al 2%.
Anche nel biennio 1999-2000, nonostante la ripresa
del commercio mondiale, l’inflazione dell’area dovrebbe continuare a mostrare
un profilo sostanzialmente contenuto collocandosi intorno all’1,5%, al di sotto
del tetto programmato del 2%.
Regno Unito, Stati Uniti,
Giappone
In linea con quanto avvenuto negli altri Paesi
dell’Europa occidentale anche nel Regno
Unito, dopo diversi anni di espansione al di sopra del prodotto potenziale,
la crescita ha rallentato in misura marcata durante il 1998.
Il ridimensionamento delle esportazioni nette,
tendenza manifestatasi sin dalla metà del 1997, si è accompagnato nel 1998 ad
un marcato rallentamento della domanda interna ed il clima di fiducia ha
raggiunto, sul finire dell’anno, il livello più basso degli ultimi 18 anni.
L’attenuarsi della dinamica produttiva e della
domanda delle famiglie in presenza di prezzi delle materie prime cedenti ha
favorito il rientro dell’inflazione, situazione che ha portato nell’ultima
parte dell’anno ad un allentamento della politica monetaria.
Anche in questo caso, comunque, questo strumento si
è dimostrato sostanzialmente inefficace nel contrastare le tendenze riflessive.
Nonostante la presenza di un quadro macroeconomico
di riferimento meno positivo il mercato del lavoro ha continuato, comunque, ad
essere caratterizzato da una crescita dell’occupazione e da una riduzione del
tasso di disoccupazione, che è pari alla metà di quello registrato nella media
dei paesi europei.
Le prospettive per l’anno in corso non appaiono,
comunque, particolarmente positive.
L’accentuarsi della tendenza riflessiva, in
considerazione delle dinamiche registrate dalla produzione industriale negli
ultimi mesi e del contesto internazionale di riferimento. dovrebbe determinare
nel ’99 un ulteriore indebolimento che dovrebbe portare ad un incremento medio
del PIL nell’anno in corso inferiore all’1%, il più basso tra i Paesi
dell’Unione Europea, con conseguenze negative anche sul mercato del lavoro
Nonostante gli osservatori internazionali
ritenessero l’economia americana particolarmente esposta alle conseguenze delle
crisi internazionale negli USA i più recenti indicatori
dell’attività economica continuano a mostrare un rafforzamento, anche in
presenza di segnali contrastanti.
Il 1998 si è chiuso con una crescita media del PIL
del 3,9% rispetto all’anno precedente, con uno straordinario quarto trimestre
(+6,1%) che avrà positivi effetti di trascinamento sui primi mesi del ’99.
A ciò si aggiunga che l’inflazione resta la grande
assente: nel 1998 i prezzi sono cresciuti di appena l’1,6% rispetto all’anno
precedente, attestandosi ai minimi degli ultimi 40 anni.
A questa situazione ha corrisposto un allentamento
della politica monetaria, che ha favorito il ricorso al credito al consumo,
alimentando le spinte della domanda interna sulla crescita.
Il permanere di un contesto economico positivo ha
determinato anche nel ’98 un aumento del numero di occupati ed un ulteriore
ridimensionamento del tasso di disoccupazione, sceso al 4,5%.
In conseguenza dell’evoluzione più recente le
prospettive per il 1999 permangono sostanzialmente positive, con una crescita
stimata intorno al 3%. In questo contesto è comunque atteso un
ridimensionamento della dinamica della spesa per consumi ed un probabile
peggioramento del quadro commerciale a causa della debolezza internazionale.
In Giappone la fase recessiva sembra
non aver ancora trovato il suo punto di svolta, secondo le ultime indicazioni,
infatti nel quarto trimestre del ’98 la situazione ha conosciuto un ulteriore
peggioramento.
La politica monetaria continua a dimostrarsi
particolarmente inefficace, nonostante le misure di emergenza assunte dalla
Banca centrale la progressiva riduzione dei tassi non riesce a produrre stimoli
significativi sulla domanda interna, che continua a mostrare segnali di
flessione come dimostrano anche le continue cadute dei prezzi.
Le prospettive per i prossimi mesi non appaiono
sicuramente positive anche per il progressivo indebolimento delle economie di
altri paesi, situazione che rende più complessa l’uscita dalla crisi
indebolendo le possibilità di crescita delle esportazioni unica componente che
aveva mostrato un andamento positivo.
D’altra parte le difficoltà di bilancio e la crisi
del sistema bancario non permettono di ipotizzare nel breve periodo un
contributo significativamente positivo della domanda interna.
le
prospettive dell’economia italiana nel medio periodo
Il quadro di sintesi
Le stime di crescita dell’economia italiana nel
medio periodo evidenziano per i prossimi anni una dinamica ancora contenuta ed
inferiore a quella stimata per gli altri paesi della UE, in linea con il trend
che ha caratterizzato gli anni ‘90, nei quali i problemi di risanamento della
finanza pubblica hanno accentuato per l’Italia gli effetti del rallentamento
ciclico registrato in quasi tutti i Paesi dell’Europa continentale.
Allo stato attuale gli squilibri presenti in alcune
aree economiche e le incertezze sull’evoluzione sia temporale, che quantitativa
delle crisi emerse di recente pongono molte incognite sulle prospettive di
sviluppo a breve dell’economia mondiale ed italiana, che è apparsa più
sensibile di altre al deteriorasi della situazione economica internazionale.
In considerazione delle dinamiche riscontrate in
questa prima parte dell’anno e delle tendenze internazionali in atto la
crescita italiana nel ’99 dovrebbe collocarsi su di un valore prossimo
all’1,3%.
L’assenza di segnali di risveglio della nostra
economia che continua, alla luce delle ultime indicazioni relative al PIL e
alla produzione industriale, a trovarsi al confine tra una fase di stagnazione
e la recessione, potrebbe rendere tra alcuni mesi addirittura ottimistica
questa stima.
Il permanere di una situazione negativa, almeno nel
primo semestre dell’anno in corso, dovrebbe determinare anche nel 2000 un tasso
di crescita della nostra economia non particolarmente sostenuto, infatti,
neanche nell’ipotesi di una ripresa sensibile nella seconda parte del ’99
l’incremento del PIL potrebbe raggiungere il 2%.
QUADRO MACROECONOMICO
|
|
1998 |
1999 |
2000 |
2001 |
|
P.I.L |
1,4 |
1,3 |
1,8 |
2,3 |
|
IMPORTAZIONI |
6,1 |
3,0 |
4,1 |
5,1 |
|
CONSUMI FINALI |
1,8 |
1,2 |
1,4 |
1,8 |
|
CONSUMI FAMIGLIE |
1,9 |
1,4 |
1,7 |
2,1 |
|
CONSUMI COLLETTIVI |
1,4 |
0,4 |
0,5 |
0,6 |
|
INVESTIMENTI |
3,5 |
3,8 |
4,2 |
4,6 |
|
- MACCHINE |
|
6,3 |
6,6 |
6,8 |
|
- MEZZI TRASPORTO |
|
3,2 |
2,4 |
4,0 |
|
- COSTRUZIONI |
|
1,8 |
2,5 |
2,7 |
|
ESPORTAZIONI |
1,3 |
2,0 |
4,5 |
6,3 |
|
|
|
|
|
|
|
INFLAZIONE |
1,8 |
1,2 |
1,4 |
1,6 |
|
|
|
|
|
|
|
OCCUPAZIONE (var. %) |
0,5 |
0,3 |
0,5 |
0,7 |
|
OCCUPAZIONE (var. ass.) |
110 |
61 |
101 |
122 |
Fonte: 1998
Istat 1999/2001 Centro Studi Confcommercio
Tassi di crescita così contenuti porranno, come
sottolineato da più parti, seri problemi dal lato della finanza pubblica,
impedendo di fatto il rispetto dell’obiettivo deficit/PIL al 2,0% già nel ‘99.
Le minori entrate, derivanti da una crescita più
contenuta rispetto a quanto stimato nei mesi precedenti, saranno, infatti,
difficilmente compensate da una riduzione delle spese, in considerazione anche
dell’attenuarsi degli effetti positivi conseguenti alla sostenuta diminuzione
dei tassi riscontrata nell’ultimo biennio.
RAPPORTO DEFICIT/PIL
|
|
1995 |
1996 |
1997 |
1998 |
1999 |
|
Belgio |
-4,0 |
-3,1 |
-1,9 |
-1,3 |
-1,3 |
|
Danimarca |
-2,4 |
-0,9 |
0,4 |
0,8 |
2,5 |
|
Germania |
-3,3 |
-3,4 |
-2,7 |
-2,1 |
-2,0 |
|
Irlanda |
-2,1 |
-0,3 |
1,1 |
2,3 |
1,7 |
|
Grecia |
-10,3 |
-7,5 |
-3,9 |
-2,4 |
-2,1 |
|
Spagna |
-7,1 |
-4,5 |
-2,6 |
-1,8 |
-1,6 |
|
Francia |
-4,9 |
-4,1 |
-3,0 |
-2,9 |
-2,3 |
|
Italia |
-7,7 |
-6,6 |
-2,7 |
-2,7 |
-2,4 |
|
Lussemburgo |
1,8 |
2,8 |
2,9 |
2,1 |
- |
|
Olanda |
-4,0 |
-2,0 |
-0,9 |
-0,9 |
-1,3 |
|
Austria |
-5,1 |
-3,7 |
-1,9 |
-2,1 |
-2,0 |
|
Portogallo |
-5,7 |
-3,3 |
-2,5 |
-2,3 |
-2,0 |
|
Finlandia |
-4,6 |
-3,1 |
-1,2 |
1,0 |
2,4 |
|
Svezia |
-6,9 |
-3,5 |
-0,7 |
2,0 |
0,3 |
|
Regno
Unito |
-5,7 |
-4,4 |
-1,9 |
0,6 |
-0,3 |
|
EU11 |
-4,8 |
-4,1 |
-2,5 |
-2,1 |
- |
|
EU15 |
-5,0 |
-4,1 |
-2,3 |
-1,5 |
- |
Fonte: Eurostat per il 1999 Programmi di stabilità e
convergenza nazionali
Non bisogna dimenticare che è stata proprio la
consistente diminuzione della spesa per interessi negli ultimi anni - nel ’98
le uscite per questa voce sono risultate inferiori di oltre 45mila miliardi
rispetto al ’96 - a favorire il rientro del deficit e la progressiva riduzione
delle uscite rispetto al PIL.
CONTO ECONOMICO
CONSOLIDATO DELLE AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE
in Rapporto al PIL
|
|
1995 |
1996 |
1997 |
1998 |
|
|
|
|
|
|
|
ENTRATE COMPLESSIVE |
45,9 |
46,5 |
48,5 |
47,0 |
|
ENTRATE CORRENTI |
45,0 |
45,9 |
47,5 |
46,4 |
|
ENTRATE IN C/CAPITALE |
0,9 |
0,5 |
1,0 |
0,6 |
|
PRESSIONE
FISCALE |
42,5 |
42,9 |
44,8 |
43,6 |
|
|
|
|
|
|
|
USCITE COMPLESSIVE |
53,6 |
53,1 |
51,2 |
49,7 |
|
USCITE
CORRENTI |
48,9 |
49,1 |
47,7 |
45,9 |
|
Netto interessi |
37,8 |
38,5 |
38,4 |
38,3 |
|
Interessi passivi |
11,2 |
10,6 |
9,2 |
7,5 |
|
USCITE IN C/CAPITALE |
4,7 |
3,9 |
3,5 |
3,8 |
Fonte: Istat
In questo contesto appare, quindi, sempre più
probabile il mantenimento di un rapporto deficit/PIL in tutto il prossimo
triennio su valori prossimi al 2,3-2,5%, con un impatto negativo anche sul
debito, che risulta allo stato attuale il più elevato tra i 15 paesi della UE,
sia in termini di stock che in rapporto al PIL.
RAPPORTO DEBITO/PIL
|
|
1995 |
1996 |
1997 |
1998 |
1999 |
|
Belgio |
132,2 |
128,0 |
123,4 |
117,3 |
114,5 |
|
Danimarca |
72,1 |
67,4 |
63,6 |
58,1 |
56 |
|
Germania |
58,3 |
60,8 |
61,5 |
61,0 |
61 |
|
Irlanda |
78,9 |
69,4 |
61,3 |
52,1 |
52 |
|
Grecia |
110,1 |
112,2 |
109,4 |
106,5 |
105,8 |
|
Spagna |
64,2 |
68,6 |
67,5 |
65,6 |
66,4 |
|
Francia |
52,8 |
55,7 |
58,1 |
58,5 |
58,7 |
|
Italia |
125,3 |
124,6 |
122,4 |
118,7 |
116,9 |
|
Lussemburgo |
5,8 |
6,3 |
6,4 |
6,7 |
- |
|
Olanda |
79,0 |
77,0 |
71,2 |
67,7 |
66,4 |
|
Austria |
69,4 |
64,9 |
61,7 |
57,8 |
63,5 |
|
Portogallo |
65,9 |
64,9 |
61,7 |
57,8 |
56,8 |
|
Finlandia |
58,1 |
57,8 |
54,9 |
49,6 |
48,5 |
|
Svezia |
77,6 |
76,7 |
76,7 |
75,1 |
71,4 |
|
Regno Unito |
53,0 |
53,6 |
52,1 |
49,4 |
46,7 |
|
EU11 |
73,4 |
75,0 |
74,6 |
73,8 |
- |
|
EU15 |
71,3 |
73,2 |
71,7 |
69,5 |
- |
Fonte: Eurostat per il 1999 Programmi di stabilità e
convergenza nazionali
Questa tendenza aggraverebbe ulteriormente la
posizione dell’Italia all’interno della UE considerando che anche nel ’98 -
favorita in molti casi dall’andamento ciclico e dalla riduzione dei tassi - si
è notata in quasi tutti i Paesi una sensibile tendenza alla diminuzione del
rapporto deficit/PIL, al 1995 solo il Lussemburgo presentava un avanzo, mentre
al ’98 sono ben 6 i Paesi che si trovano in questa situazione, e del
debito/PIL.
Solo la Francia sembra manifestare problemi di
entità analoga alla nostra, avendo registrato nel ‘98, nonostante una crescita
del PIL decisamente più positiva di quella italiana, una sostanziale stabilità
del rapporto deficit/PIL, segnalando una certa difficoltà nel convergere verso
l’obiettivo del 2,0%, ed un aumento del rapporto debito/PIL, che rimane comunque
sotto la soglia del 60%.
La domanda estera
Le difficoltà delle economie europee, che sembrano
subire in misura più accentuata le conseguenze del rallentamento economico
mondiale rispetto agli USA, stanno spingendo le quotazioni dell’euro su valori
nettamente più bassi rispetto a quelli stabiliti al momento della sua
introduzione sui mercati.

Questa tendenza potrebbe favorire nei prossimi mesi,
in presenza anche di un quadro internazionale meno negativo, la ripresa delle
esportazioni europee verso i Paesi terzi, situazione che potrebbe, comunque,
non produrre effetti omogenei in tutti i paesi aderenti alla UEM.
Anche in questo caso l’Italia non appare
particolarmente favorita, in considerazione del minor grado di apertura verso
l’estero e della perdita di competitività riscontrata negli ultimi anni (cfr."La struttura del commercio estero
italiano").
Ciò nonostante già nel secondo semestre del ’99
dovrebbe riscontrarsi una tendenza alla ripresa delle esportazioni italiane,
decisamente penalizzate negli ultimi mesi del ’98, evoluzione attesa in
consolidamento nel biennio successivo.
Anche le importazioni, proseguendo nel trend già
riscontrato nell’ultimo trimestre dello scorso anno, sono stimate in sensibile
ridimensionamento sia per effetto dei bassi livelli produttivi interni, sia per
l’elevato accumulo di scorte realizzato nel ‘97-98.
La domanda verso l’estero dovrebbe tornare a
mostrare tassi di crescita più significativi solo nel 2001, in conseguenza del
miglioramento della situazione economica interna.
La domanda interna
La domanda interna continuerà a scontare oltre agli
effetti della situazione internazionale anche quelli conseguenti alle manovre
per il risanamento dei conti pubblici, evidenziando per tutto il periodo di
previsione un profilo insoddisfacente.
Consumi
In particolare la componente relativa ai consumi
delle famiglie è stimata mostrare nel ’99 una dinamica più contenuta rispetto a
quanto registrato nell’ultimo biennio, con una crescita dell’1,4.
La stagnazione riscontrata negli ultimi mesi del ’98
riflette già la tendenza ad una diminuzione della propensione alla spesa da
parte delle famiglie, conseguenza del netto peggioramento del quadro di
riferimento.
Tale evoluzione conferma ancora una volta come i
comportamenti delle famiglie, in un contesto nel quale la bassa crescita
comincia ad essere percepita quasi come fattore strutturale, tendano ad essere
più reattivi in situazioni di deterioramento del quadro congiunturale di quanto
lo siano in presenza di un miglioramento.
Le incertezze sulle prospettive, legate anche alla
non facile situazione dei conti pubblici, la probabile attenuazione dei trend
occupazionali e le dinamiche delle rendite finanziarie dovrebbero continuare a
determinare un clima di fiducia delle famiglie negativo, tenendo compressa
anche nel biennio successivo al ’99 la domanda per consumi, attesa crescere a
tassi ancora contenuti.
Solo
nel 2001 questa componente, in considerazione del modesto miglioramento
del quadro economico di riferimento, è stimata mostrare una crescita superiore
al 2%, valore comunque molto modesto.
Investimenti
Anche gli investimenti non dovrebbero mostrare una
evoluzione particolarmente sostenuta nonostante una dinamica abbastanza
favorevole del costo del denaro, i tassi sono previsti se non in ulteriore
modesto calo permanere sui livelli attuali.
Note più positive rispetto agli ultimi anni, ma
comunque insufficienti a migliorare una situazione settoriale di grave crisi,
sono attese per gli investimenti in costruzioni per effetto delle proroghe
sugli incentivi alle ristrutturazioni e per il calo del costo dei mutui,
situazione che sta portando le famiglie ad investire nel settore in misura
lievemente più sostenuta rispetto a quanto riscontrato negli ultimi anni.
La scarsa propensione all’investimento, anche in
presenza di una attenuazione del loro costo, sembra evidenziare come nel nostro
Paese esistano un insieme di fattori che ne limitano l’espansione e che vanno
al di là della presenza, ormai quasi strutturale, di capacità produttiva
inutilizzata nel sistema.
La bassa dinamica produttiva che si protrae ormai da
alcuni anni sta rendendo sempre meno remunerativi gli investimenti non solo per
gli operatori esteri, ma anche per le famiglie e le imprese italiane.
A questo elemento si aggiungono le debolezze
strutturali del nostro mercato finanziario.
Il tessuto produttivo italiano continua ad essere
composto prevalentemente da aziende di PMI, che non hanno la possibilità di reperire
direttamente sul mercato finanziamenti per gli investimenti e verso le quali
non può indirizzarsi il risparmio privato.
D’altro canto in Italia il mercato azionario ha
dimensioni ancora troppo piccole; per molti anni l’unica forma di investimento delle
famiglie è stata rappresentata dai titoli di Stato e le uniche grandi aziende
italiane erano pubbliche, situazione che ne ha di fatto bloccato lo sviluppo.
In questo contesto non esistono quindi le condizioni
che permettano da un lato di assorbire il risparmio presente nel paese, che
rischia di indirizzarsi sempre di più verso l’estero, tendenza peraltro già
emersa in misura molto evidente negli ultimi mesi, dall’altro alle aziende di
promuovere gli investimenti se non autofinanziandoli o ricorrendo al credito
ordinario.
L’occupazione
Le basse prospettive di crescita e la contenuta
dinamica degli investimenti non permettono di ipotizzare nel medio periodo un
deciso mutamento nelle condizioni del mercato del lavoro.
Il contenuto incremento stimato nel triennio per
l’occupazione non sarà sufficiente a ridurre in misura sensibile il tasso di
disoccupazione, che continuerà a permanere su livelli prossimi al 12%,
segnalando una ulteriore accentuazione dei divari territoriali.
Come già sottolineato in altre occasioni nel
Mezzogiorno la forza lavoro potenziale assume una consistenza significativa,
anche per la presenza tra le non forze di lavoro di persone che, in
considerazione delle prospettive molto negative e dei lunghissimi tempi di
ricerca, si sono poste, sia pure non definitivamente, fuori dal mercato
ufficiale del lavoro.
Il miglioramento del contesto occupazionale avrebbe
come primo effetto quello di riportare sul mercato una quota consistente delle
stesse, che non potranno, in considerazione della crescita molto modesta,
trovare in tempi brevi una occupazione.
Bisogna anche considerare che parte della nuova occupazione sarà assorbita da
lavori a tempo determinato o da forme considerate atipiche, situazione che in
assenza di una più elevata dinamicità e mobilità del mercato rischia di creare
elementi di tensione nel sistema con aspettative di continuità che non potranno
essere soddisfatte.
Si aggiunga che parte della nuova occupazione
ufficialmente rilevata sarà imputabile all'emersione di quote di lavoro
irregolare, che nel nostro Paese rappresenta, al netto di coloro che svolgono
un secondo lavoro, circa il 17% dell'occupazione pari ad oltre 3 milioni di
persone, nella sostanza quindi non si tratterebbe di nuovi posti di lavoro.
Sulle dinamiche occupazionali stimate per il
triennio ‘99-2001 gravano, inoltre, anche le incognite relative all’efficacia
del “Patto sul lavoro” siglato a fine ’98, i cui contenuti sono ancora da
definire e che potrebbe nella sostanza dimostrarsi uno strumento ancora insufficiente.
Proposte per lo sviluppo
Il quadro di riferimento delineato per la nostra
economia nel medio periodo pone seri problemi sia per la crescita e lo sviluppo
del paese, sia per la finanza pubblica.
Appare, infatti, quanto mai difficile con tassi di
incremento del PIL modesti come sono quelli stimati, ed ancora inferiori alle
previsioni, sia pure riviste, del Governo, rispettare il piano di rientro del
debito.
In considerazione dei vincoli posti dalla Unione
Europea vi è, quindi, il concreto pericolo che nel breve periodo si ricorra a
manovre aggiuntive di finanza pubblica.
Nonostante per il 1999 siano stati ulteriormente
rivisti dal Governo gli obiettivi di crescita e di finanza pubblica, vi è il
rischio che in presenza di tassi di sviluppo più contenuti rispetto a quelli
stimati (1,3% contro l’1,5%) si rendano necessari in corso d’anno interventi
correttivi stimabili in 5-7mila miliardi.
Si aggiunga che rispetto a quanto stimato nel DPEF
dello scorso anno già nell’autunno del ’98 le minori prospettive di sviluppo
avevano portato a prevedere interventi correttivi dell’ordine di 15mila
miliardi.
In relazione ai margini molto contenuti che pone un
intervento correttivo in corso d’anno, forte rigidità alla riduzione delle
spese correnti e necessità di conseguire effetti nel brevissimo periodo, vi è
il rischio che la probabile manovra aggiuntiva possa essere incentrata
prevalentemente su di un aumento delle entrate.
Il conseguente aumento della pressione fiscale
avrebbe forse l’effetto di favorire nel breve periodo il rispetto degli
obiettivi di bilancio, ma continuerebbe ad alimentare il processo, già
sperimentato negli ultimi anni, in cui le azioni volte a sanare le conseguenze
negative sui conti pubblici della bassa crescita producono una ulteriore
riduzione dello sviluppo, innescando una spirale depressiva.
Il scarsa efficacia delle politiche seguite negli
ultimi anni in tema di incentivi alla crescita indica la necessità di
predisporre, con una nuova ottica, azioni incisive che, siano in grado di
produrre effetti significativi nel breve periodo e garantiscano la
sostenibilità del sistema nel medio lungo periodo.
Gli interventi non dovranno, quindi, avere come fine
solo il rispetto degli obiettivi contabili di finanza pubblica, ma dovranno essere
valutati nel complesso degli effetti sul sistema in termini di crescita, di
investimenti e di occupazione.
La politica fiscale
La pressione fiscale nonostante la riduzione
dell’ultimo anno, dovuta al venir meno di interventi di natura temporanea quale
era l’eurotassa, rimane a livelli particolarmente elevati, il primo intervento
deve quindi mirare a modificare la politica fiscale riducendo il carico sulle
famiglie e sulle imprese.
In questa ottica appare quanto mai positivo che si
vada facendo strada tra i governi europei la proposta del Commissario Monti di
applicare aliquote IVA ridotte nei settori ad alta intensità di lavoro. I bassi profili di crescita economica e
occupazionale dell'intero continente richiedono incisivi e strutturali
interventi di riduzione del prelievo fiscale.
A maggior ragione tali interventi sono necessari per
l'Italia a causa di un livello di disoccupazione, di stagnazione dei consumi e
di dimensione dell'economia sommersa che non ha eguali in Europa.
In questo contesto una riduzione di un solo punto
dell'aliquota media dell'IVA si trasformerebbe immediatamente in una riduzione
di pari importo dei prezzi, con un effetto di positivo stimolo sul PIL,
stimabile in circa 4.800 miliardi.
Questa crescita, data la produttività media, sarebbe in grado di creare
circa 74.000 nuovi posti di lavoro.
La perdita di gettito sarebbe
in parte compensata dalle maggiori entrate derivanti dalla crescita del PIL e,
negli anni successivi, una volta innescato un circolo virtuoso di maggiore crescita
- maggiore occupazione - maggiori consumi - maggiori investimenti - ulteriore
crescita, non si porrebbe alcun problema per i conti pubblici.
La riduzione delle aliquote
IVA sarebbe ovviamente ancora più efficace per aiutare la crescita dei PIL e
dell'occupazione se fosse concentrata nei settori a forte utilizzo di
manodopera e caratterizzati da migliori prospettive di domanda potenziale quali
ad esempio quelli del turismo.
E’ auspicabile che quanto
prima si avvii almeno una fase sperimentale della proposta coinvolgendo ampi
comparti dei mondo delle piccole imprese; certamente le più toccate dalla crisi
dei consumi ma anche quelle che offrono maggiori garanzie di effettiva crescita
dell'occupazione.
Al riguardo non si può non
trascurare il fatto che le agevolazioni fiscali all'edilizia stiano segnando il
passo, mentre si può ipotizzare che ogni punto in meno di aliquota IVA nel solo
comparto degli alberghi e dei pubblici esercizi potrebbe creare circa 5.000
posti di lavoro in più.
EFFETTI SU PRODOTTO E
OCCUPAZIONE DI UNA RIDUZIONE DELL’IVA
|
|
Intera economia |
Alberghi e pubblici esercizi |
||
|
Aliquota media IVA |
Prodotto |
Occupazione |
Prodotto |
Occupazione |
|
|
mld. di lire |
unità |
mld. di lire |
unità |
|
Riduzione di 1 punto % |
4.800 |
74.000 |
150 |
5.000 |
|
Riduzione di 2 punti % |
9.600 |
148.000 |
300 |
10.000 |
|
Riduzione di 3 punti % |
14.400 |
222.000 |
450 |
15.000 |
|
Riduzione di 4 punti % |
19.200 |
296.000 |
600 |
20.000 |
FONTE: Confcommercio.
Certamente questa proposta, che rappresenta uno dei
più validi progetti di incentivo allo sviluppo oggi in discussione, dovrebbe
rappresentare solo un elemento di una più generale riduzione dell’imposizione
gravante sulle imprese e sulle famiglie.
L’eccesso di pressione fiscale, infatti, come ha
sottolineato anche la Banca d’Italia, spiazza pesantemente gli investimenti
privati ed il risparmio delle famiglie, dirottandoli entrambi verso forme di
impiego più remunerative nei Paesi esteri, dando luogo ad una vera propria
forma di esportazione di risparmio.
Gli investimenti diretti di imprese italiane all’estero,
al netto dei disinvestimenti, sono stati pari nel 1998 a 29.000 miliardi,
contro i circa 17.500 del 1997. Il biennio 1997-98 ha segnato un cambio di
velocità nel flusso verso l’estero, passando da un saldo netto medio del
periodo 1990-96 di circa 9.000 miliardi ai 29.000 del 1998.
Tale dato si confronta con un modesto flusso di
investimenti di capitale estero verso Italia, che non ha mai superato, dai
primi anni novanta ad oggi, i 7.000 mila miliardi. In altri termini, l’economia
italiana, pur in presenza di ampie aree dove lo sviluppo è insufficiente e la
disoccupazione elevata, non riesce ad attirare investimenti diretti esteri in
misura analoga a Paesi come Francia, Spagna e Regno Unito, per mancanza di
politiche di incentivazione fiscale agli investimenti.
Un ulteriore dato preoccupante è rappresentato dalla
voce “errori ed omissioni” della bilancia dei pagamenti, che misura i proventi
non ufficialmente rientrati o non registrati nei conti finanziari. Dal 1995 al
1998 tali flussi cumulati hanno raggiunto i 140.000 miliardi, annullando di
fatto la serie dei surplus della bilancia commerciale.
In pratica, l’eccedenza degli incassi sugli esborsi
relativi all’interscambio commerciale viene sistematicamente reimpiegata
all’estero, senza rientrare in Italia.
Non è un caso che la maggior parte di tali
investimenti sia affluita verso il Regno Unito, uno dei Paesi europei con la
più bassa pressione fiscale, o verso Paesi che offrono trattamenti fiscali
privilegiati alle attività finanziarie ed ai capitali di provenienza estera.
Tale situazione determina un duplice effetto
negativo: da un lato indebolisce la performance complessiva del sistema-Paese;
dall’altro, penalizza ulteriormente le imprese che, operando prevalentemente
sul mercato interno, non realizzano eccedenze di fatturato da poter reinvestire
finanziariamente sulle piazze internazionali fiscalmente vantaggiose.
Per di più, a queste imprese si applicheranno gli
studi di settore che, se per un verso serviranno a ridurre quelle forme di
concorrenza sleale interne al comparto stesso, derivanti dall’effetto
distorsivo dell’evasione, dall’altro rischiano di prelevare ulteriori risorse a
categorie di imprese che hanno già limitate possibilità di autofinanziarsi.
Né a tale situazione porranno rimedio strumenti di
prelievo quali la DIT, la super-DIT e la stessa IRAP che, pur traducendosi in
un alleggerimento della pressione fiscale dal lato delle imposte dirette, per
loro natura favoriscono esclusivamente le imprese di maggiori dimensioni.
La politica previdenziale
Questo processo si dovrebbe accompagnare anche ad
interventi significativi sulla spesa pubblica ed anche in questo caso
l’obiettivo non può essere rappresentato solo dal rispetto degli aspetti
contabili, ma deve mirare anche ad una riqualificazione dell’intervento
pubblico tale da promuovere la crescita degli investimenti e dell’occupazione.
In questo senso vanno anche interpretati i problemi
legati alla spesa previdenziale, che non può essere considerata unicamente per
aspetti relativi alla finanza pubblica.
Le scelte effettuate valutando solo l’impatto
immediato in termini di bilancio potrebbero, infatti determinare una ulteriore
attenuazione delle prospettive di sviluppo e determinare anche effetti diversi
da quelli attesi in termini di finanza pubblica.
Se è vero che le tendenze demografiche in atto
rischiano di rendere preoccupante la situazione nel medio - lungo periodo, non
bisogna dimenticare che il continuo proporsi di allarmi e di interventi
radicali sul sistema previdenziale contribuisce a creare un clima negativo
presso le famiglie.
Le aspettative negative non coinvolgono solo coloro
che si trovano in quella fascia di età più prossima al pensionamento (50-55
anni), ma un universo più vasto nel quale rientrano anche coloro che si
affacciano oggi sul mercato del lavoro e che percepiscono, come unico
messaggio, l’impossibilità di ricevere nel futuro una pensione, e di non avere
quindi garantito nel momento in cui si è più deboli un reddito.
Questa situazione comporta inevitabilmente un
atteggiamento prudente verso i consumi, in particolare nei confronti di quelli
che necessitano di impegni più significativi di spesa, con le inevitabili
ripercussioni sulla crescita, l’occupazione gli investimenti e di converso
sulla finanza pubblica.
A questo bisogna aggiungere che i continui annunci
portano ad una accentuazione della richiesta di pensioni di anzianità, in
quanto molti nell’incertezza preferiscono usufruirne appena raggiunti i limiti
richiesti.
Al di là degli aspetti psicologici che presenta una
situazione come è quella attuale, non bisogna dimenticare che interventi
radicali sulla previdenza, come sono quelli proposti da fonti anche autorevoli
e che sono compatibili con le esigenze a breve di risanamento del debito,
sarebbero molto pesanti anche in termini di crescita occupazionale.
La bassa dinamicità del mercato del lavoro
riscontrata negli ultimi anni, potrebbe, infatti, trasformarsi addirittura nel
completo immobilismo, in quanto l’eliminazione immediata delle pensioni di anzianità
rischia di bloccare anche quel minimo di turnover che ha permesso l’ingresso
dei giovani nel mondo del lavoro ed ha impedito la completa paralisi.
Si aggiunga che con questa manovra si avrebbe un
incremento molto accentuato delle pensioni di anzianità, con la collocazione
fuori dal mercato di molte persone ancora in grado di svolgere una attività e
che presumibilmente potrebbero essere in seguito impiegate in attività in nero,
con le inevitabili conseguenze sull’occupazione e sul bilancio pubblico.
La soluzione compatibile è di affrontare il problema
in un'ottica globale.
Una ipotesi potrebbe essere quella di rivedere i
meccanismi delle pensioni di anzianità per tutti i settori consentendo
l'anticipo delle prestazioni per non più di cinque anni rispetto all'età della
pensione di vecchiaia.
Tali modifiche, peraltro, non possono prescindere
dalla contestuale revisione degli ammortizzatori sociali in una logica di
integrazione tra sistema pensionistico e la realizzazione di un modello Welfare
fasato sulla reale situazione del mercato del lavoro.
Allo stesso tempo va realizzata la graduale
riduzione del prelievo che grava sul mondo produttivo per finanziare le
politiche previdenziali del passato.
La politica per gli
investimenti
Una politica per lo sviluppo nel nostro Paese non
può certamente prescindere da interventi che mirino ad una promozione degli
investimenti.
Nonostante la politica monetaria più favorevole ed
alcune iniziative volte ad incentivarne lo sviluppo, la formazione lorda di
capitale fisso ha continuato a mostrare nel nostro Paese tassi di crescita
abbastanza contenuti, segnalando nel ‘98 un livello ancora inferiore a quello
raggiunto all’inizio degli anni ’90.
Anche in questo caso l’azione deve essere valuta nel
suo complesso e riguardare sia la componente privata degli investimenti, che la
spesa pubblica.
Sotto quest’ultimo aspetto la necessità di
riequilibrare i conti pubblici ha portato negli ultimi anni ad una compressione
della spesa in rapporto al PIL sia per gli investimenti diretti, che per la
componente relativa ai contributi.
Al di là delle proposte che vorrebbero, in
considerazione di una dinamica comune a tutti i paesi dell’area dell’euro,
scorporare la spesa per investimenti dal rapporto deficit/PIL per permettere
azioni pubbliche più incisive, è evidente che l’intervento dello Stato in
materia deve divenire sempre più selettivo ed attento agli effetti che produco
le scelte compiute.
In questo senso l’azione pubblica deve mirare in
misura sempre più incisiva alla attenuazione dei gap esistenti a livello
territoriale, per favorire uno sviluppo più sostenuto nelle aree dove è più
evidente il ritardo e dove la crescita può garantire migliori risultati in
termini occupazionali.
I contenuti margini di manovra, finanziariamente
parlando, dell’operatore pubblico nella promozione degli investimenti e la
parziale inefficacia della politica monetaria sulle decisioni delle imprese
sottolineano ancora una volta la necessità di favorire l’afflusso del risparmio
delle famiglie verso il mercato.
Nel contesto attuale, nel quale la liquidità
presente nel Paese stenta a trovare una allocazione remunerativa e preferisce
indirizzarsi verso l’estero, è fondamentale attivare strumenti finanziari
innovativi che, rimuovendo i vincoli strutturali, favoriscano un maggior
afflusso dei capitali di rischio verso le piccole e medie con effetti
decisamente positivi in termini di crescita e di occupazione.
CONCLUSIONI
Le prospettive per il nostro Paese sono di un
biennio 1999-2000 ancora caratterizzato da uno basso incremento produttivo
(3,1% cioè la crescita auspicabile per un solo anno).
Il rallentamento ciclico internazionale sta
producendo effetti altamente depressivi sul sistema italiano, in considerazione
anche dei molteplici elementi di tipo strutturale che da anni ne condizionano
le prospettive di sviluppo:
·
debito
pubblico;
·
carenza
di infrastrutture;
·
basso
livello di competitività.
La contenuta dinamica produttiva attesa per i
prossimi anni per l’Italia avrà come conseguenze:
·
l’ampliamento
dei divari con gli altri paesi della UEM, che pur stimati in rallentamento sono
previsti crescere a tassi ancora più sostenuti rispetto all’Italia sia in
termini di prodotto che di occupazione;
·
l’acuirsi
dei problemi del mercato del lavoro, sia per coloro che si pongono per la prima
volta sul mercato, sia per quanti una volta persa una occupazione difficilmente
avranno la possibilità di rientrare nel mondo produttivo;
·
l’accentuarsi
dei problemi di riequilibro della finanza pubblica;
·
l’acuirsi
della conflittualità sociale (in particolare vi è il rischio di un conflitto
intergenerazionale);
·
il
mancato sviluppo del sistema e l'attenuarsi dei processi di ammodernamento, con
una ulteriore perdita di competitività del Paese.
Il problema della competitività del sistema italiano
è quello che in questi giorni, in concomitanza con l’introduzione dell’euro,
sta emergendo in misura più rilevante.
Ci siamo trovati all’appuntamento europeo nelle
condizioni peggiori per affrontare la competizione in considerazione oltre che
dei ritardi strutturali, anche dimensionali del nostro sistema produttivo, come
dimostrano le recentissime manovre di concentrazione in alcuni settori chiave,
bancario e delle telecomunicazioni, più immediatamente e direttamente esposti
alla concorrenza europea.
Anche la struttura produttiva orientata all’export
sta mostrando, in un fase di rallentamento ciclico internazionale, tutti i suoi
limiti.
Tra il ’92 ed il ‘96 nei quali il contributo della
domanda estera è risultato determinante per la crescita non si sono creati, nei
settori dove la struttura produttiva italiana è specializzata, nuovi posti di
lavoro.
Alla fine degli anni ‘90 l’Italia si ritrova con una
specializzazione produttiva identica a quella che aveva all’inizio degli anni
’70 e cioè incentrata sui settori maturi dei prodotti tradizionali, che
subiscono la concorrenza dei Paesi in via di sviluppo, avvantaggiati, in questo
momento, non solo da una struttura del costo del lavoro più bassa, ma anche
dalla possibilità di utilizzare la leva dei tassi di cambio.
Situazione, questa, che non permette di ipotizzare
nel breve medio periodo recuperi soddisfacenti di quote di domanda e di
competitività.
Anche la struttura distributiva italiana evidenzia
la presenza di punti deboli che rappresentano, oltre ai fattori derivanti dalla
bassa crescita della domanda per consumi, limiti al suo sviluppo e che la
sottopongono a possibili manovre espansionistiche da parte di imprese straniere
meglio dotate di risorse finanziarie e con assetti organizzativi più
consolidati.
Il tradizionale attendismo della politica economica
italiana, e più in generale di tutto il sistema, sta rendendo in questo
contesto sempre più urgenti interventi sia di tipo strutturale che
congiunturale.
L’azione per essere efficace deve essere tempestiva
- se non interveniamo oggi rischiamo non solo di registrare un biennio
difficile, ma un lungo periodo di basso sviluppo che ci porterà inevitabilmente
ai margini tra i paesi industrializzati - ed in grado di assicurare una crescita
equilibrata e consolidata.
In assenza di un sostegno alla crescita da parte
della domanda estera l’azione deve essere concentrata essenzialmente sul
rilancio della domanda interna per consumi ed investimenti.
E’ chiaro che l’utilizzo di politiche anticicliche
interne trova il suo limite più grande nei vincoli posti dal piano di rientro
del debito e dal patto di stabilità.
Gli interventi, proprio per la complessità della
situazione nella quale si trova il nostro Paese non possono però mirare al solo
rispetto degli obiettivi contabili di finanza pubblica, ma devono valutare
l’insieme degli effetti prodotti sull’occupazione, sul reddito e sugli
investimenti.
E’ in questa direzione che deve essere orientata
tutta l’azione sulla spesa pubblica, che deve mirare ad una riqualificazione
dell’intervento sia per quanto concerne gli ammortizzatori sociali, che per la
componente relativa agli investimenti.
Al di là delle proposte che vorrebbero, in
considerazione di una dinamica comune a tutti i paesi dell’area dell’euro,
scorporare la spesa per investimenti dal rapporto deficit/PIL per permettere
azioni pubbliche più incisive, è evidente che l’intervento dello Stato in
materia deve divenire sempre più selettivo ed attento agli effetti che produco
le scelte compiute.
Dal lato dei consumi in assenza di effetti sensibili
sul reddito disponibile delle famiglie conseguenti ad aumenti consistenti di
occupazione, dei rinnovi contrattuali o ad una crescita delle entrate da
rendite finanziarie, la via è rappresentata da azioni volte a ridurre i prezzi.
In questo senso interventi congiunturali e con
effetti immediati già nel breve periodo possono essere rappresentati dalla
riduzione dell’IVA e del tipo
"rottamazione".
Nel medio lungo è necessario prevedere interventi
che portino ad una sensibile riduzione del carico fiscale sia sulle famiglie
che sulle imprese in grado di liberare risorse per gli investimenti e per i
consumi.
A tutto ciò vanno associate azioni volte a creare
condizioni favorevoli, interne al paese, per la crescita degli investimenti,
tenendo presente che il contesto attuale sta spingendo la liquidità presente
nel sistema a indirizzarsi o verso l’estero o ad essere utilizzata nei processi
di concentrazione interna, con effetti se non neutrali quanto meno negativi in
termini di occupazione.
INDICE
1.
L’EVOLUZIONE DEL COMMERCIO NEGLI ANNI '90 E LE PROSPETTIVE DI MEDIO PERIODO
La struttura produttiva negli anni 1991-1996
L’evoluzione e le caratteristiche del sistema
distributivo nel periodo 1991-1996
L’ingrosso
Il dettaglio
Il commercio al dettaglio in sede fissa
Il comparto alimentare
Il comparto non alimentare
Il commercio su aree pubbliche
2.
IL MODELLO ITALIANO DI SPECIALIZZAZIONE PRODUTTIVA
La struttura del commercio estero italiano
L'evoluzione degli scambi commerciali nelle
principali macrobranche nace
prodotti
dell'agricoltura, silvicoltura e pesca
prodotti
energetici
prodotti
chimici
prodotti
metalmeccanici
mezzi di
trasporto
prodotti
tessili, di cuoio e dell'abbigliamento
prodotti
in legno, carta, gomma e di altre industrie manifatturiere
Considerazioni conclusive
3.POLITICHE OCCUPAZIONALI E CRESCITA
ECONOMICA
Il
quadro di riferimento
il
Patto Sociale
il
contesto europeo
le
proposte
Nel corso degli anni '90 la rete distributiva italiana ha
registrato, com’è ormai noto, un pesante processo di ristrutturazione,
con il conseguente ridimensionamento quasi generalizzato della realtà
imprenditoriale ed occupazionale, riflettendo fenomeni già avvenuti in
precedenza in quei Paesi europei (Francia, Germania, Gran Bretagna) dove il
sistema distributivo si era avviato verso una fase di “industrializzazione”
delle sue diverse attività, alla ricerca di standard superiori di efficienza e
di organizzazione.
I fattori che
hanno originato tale riconversione sono riconducibili a più cause.
Da un lato
infatti i profondi mutamenti nella struttura dei consumi, accentuati dalle difficoltà
di bilancio delle famiglie, hanno spostato molti equilibri preesistenti nel
settore commerciale per quanto riguarda i canali di vendita.
Il
moltiplicarsi sia di formule di vendita concepite ed organizzate con criteri
più moderni, sia di insediamenti commerciali di grande dimensione hanno
rimodellato sul territorio i rapporti di forza con la rete “tradizionale”.
Dall’altro,
la globalizzazione ha favorito
l’apertura dei mercati e la scelta di molte imprese estere, dotate di maggiori
mezzi economici e di una cultura manageriale più moderna, di operare nel nostro
mercato aumentando conseguentemente il livello della competitività.
La
diffusione, inoltre, della tecnologia ha aperto orizzonti nuovi per la gestione
delle risorse e per lo sviluppo di nuovi mercati, come anche la diffusione sul
mercato di nuovi prodotti da parte dell'industria ha richiesto maggiori spazi
di vendita e politiche di
marketing più complesse per soddisfare la domanda di beni di consumo.
I dati del
censimento che sono analizzati nei paragrafi successivi riflettono in misura
diversa questo processo di trasformazione e consentono di avere alcuni elementi di riflessione sulle
tendenze in atto e sui problemi che le imprese commerciali dovranno affrontare
nei prossimi anni.
Dal punto di
vista metodologico i dati che l’ISTAT ha diffuso sono relativi alla struttura
imprenditoriale italiana, con riferimento al 31 dicembre 1996.
La
rilevazione comunque non ha coinvolto alcuni settori quali l’agricoltura,
silvicoltura e pesca, nonché l’istruzione, sanità ed altri servizi sociali; la
mancanza di queste informazioni influisce necessariamente sulla completezza
delle analisi.
Un altro
aspetto da non sottovalutare nel momento in cui si effettua il confronto di
questi dati con quelli del precedente censimento, che risale al 1991, consiste
nel cambiamento della tecnica di rilevazione delle informazioni.
I censimenti
precedenti erano infatti condotti raccogliendo i dati dai questionari che
venivano autocompilati dalle imprese. Per il censimento intermedio, viceversa,
i dati sono stati acquisiti da un archivio (ASIA) realizzato attraverso la
fusione di diversi archivi amministrativi. Questa diversità nella metodologia
di rilevazione dei dati potrebbe aver portato ad una sottostima della consistenza
di alcuni settori economici e ad una sovrastima di altri.
Di conseguenza, nel momento in cui si
effettuano confronti tra i due censimenti eventuali dati anomali potrebbero
essere attribuiti alla suddetta particolarità.
Analogamente,
nel confronto intercensuario degli addetti, nei settori in cui è forte il
fenomeno della stagionalità va tenuto presente che la data di riferimento del
censimento '91 cade nel mese di ottobre, mentre per quello del '96 in dicembre.
La struttura produttiva negli anni
1991-1996
Premessa indispensabile per l’analisi del settore
distributivo è dare un cenno sintetico ai dati relativi al complesso della
struttura produttiva.
Al netto
delle voci citate al 31 dicembre del 1996 sono state rilevate complessivamente
3.521.754 imprese. Sotto il profilo settoriale la maggior parte delle aziende è
concentrata nel settore distributivo (oltre 1.227 mila imprese, poco meno del
35%), seguita dalle attività di servizi, in gran parte alle imprese (668 mila
aziende, circa il 19%).
LA STRUTTURA
IMPRENDITORIALE ITALIANA
Imprese per
classi di addetti al 1996
|
|
|
|
|
|
Comp. % |
Var. Ass. |
|
Classi |
0 --2 |
3 -- 5 |
6 e oltre |
TOTALE |
1996 |
91/96 |
|
INDUSTRIA |
289.804 |
114.115 |
153.587 |
557.506 |
15,8 |
282 |
|
COSTRUZIONI |
312.791 |
80.414 |
47.637 |
440.842 |
12,5 |
107.847 |
|
COMM. INGR. E DETTAGLIO; RIPARAZ. |
980.589 |
173.545 |
73.577 |
1.227.711 |
34,9 |
-52.333 |
|
ALBERGHI E RISTORANTI |
135.373 |
52.059 |
24.176 |
211.608 |
6,0 |
-6.020 |
|
ALTRI SERVIZI (*) |
913.045 |
113.836 |
57.206 |
1.084.087 |
30,8 |
334.130 |
|
TOTALE |
2.631.602 |
533.969 |
356.183 |
3.521.754 |
100,0 |
383.906 |
(*) Al netto di
Istruzione e Sanità
FONTE: Elaborazioni Centro Studi Confcommercio su dati
Istat
(Censimenti 1991 e 1996)
Il settore
manifatturiero è composto da oltre 557 mila e le costruzioni da quasi 441 mila
imprese. Le aziende turistiche (alberghi e pubblici esercizi) sono oltre 211
mila.
Rispetto al
1991 la composizione settoriale è rimasta sostanzialmente invariata. Risulta
infatti, pur con la cautela dovuta all’incompletezza della rilevazione, che il settore
terziario nel suo complesso rappresenti ancora oggi poco meno del 72% delle
imprese italiane.
Tuttavia il
dato di sintesi sottende dinamiche differenziate all’interno del comparto: al
considerevole aumento della consistenza di alcuni settori dei servizi, in
particolare alle imprese, ha fatto riscontro la crisi che ha investito il
settore distributivo e che ha comportato la fuoriuscita dal mercato di
moltissime imprese (nell’intervallo intercensuario oltre 52.300);
contemporaneamente si sono ridotte anche le attività ricettive e della
ristorazione, sia pure in misura più contenuta (6 mila unità).
In termini
assoluti la struttura produttiva nel suo complesso è cresciuta di quasi 384
mila imprese, prevalentemente imputabile ai servizi (oltre 334.000) e alle costruzioni (quasi 108.000
imprese).
Per quanto
riguarda l’aspetto dimensionale quasi il 90% delle imprese dà lavoro ad un
massimo di cinque addetti. In tale ambito, inoltre, la stragrande maggioranza
(83%) è costituita da imprese che impiegano non più di due addetti.
La prevalenza
di piccole imprese nel tessuto produttivo italiano è una caratteristica comune
a tutti i settori economici, ma assume ancor più rilevanza nelle attività
terziarie ed in particolare nella distribuzione nonché nei servizi alle
famiglie ed alle imprese, tutti settori nei quali la percentuale di imprese con
meno di sei addetti è pari o superiore al 94% delle imprese del settore.
Rispetto al
1991, inoltre, il numero di imprese di piccole dimensioni (da 0 a 5 addetti) è
cresciuto di oltre 398.000 unità mentre le imprese con almeno 6 addetti sono
diminuite di 14.000.
Il fenomeno
descritto è essenzialmente imputabile al settore secondario (manifatturiero e
costruzioni), mentre nel terziario gli andamenti sono più diversificati. Più in
particolare infatti nel settore turistico aumenta la dimensione media delle
imprese; nei servizi alle imprese ed alle famiglie cresce la consistenza delle
strutture in tutte le classi dimensionali; nel settore commerciale, al
contrario, si registra una diminuzione consistente delle aziende appartenenti
ad entrambe le categorie dimensionali.
L'evoluzione e le caratteristiche
del sistema distributivo italiano NEL PERIODO 1991-1996
I dati del
censimento Intermedio contribuiscono certamente a colmare una carenza di
carattere informativo, solo in parte soddisfatta delle diverse fonti
statistiche ufficiali, che finora non ha permesso di avere una fotografia, la
più vicina possibile alla realtà, del settore commercio e delle sue principali
caratteristiche assunte negli ultimi anni.
Anche se riferiti
al 1996, i dati censuari costituiscono una base di partenza per cogliere
soprattutto i fattori di crisi e di trasformazione che hanno interessato la
rete distributiva italiana e, allo stesso tempo, sono una premessa
indispensabile per individuare i percorsi futuri di un settore interessato
anche da un rinnovamento del quadro normativo di riferimento che condizionerà
in maniera significativa la presenza sul territorio degli esercizi commerciali.
LE IMPRESE E GLI
ADDETTI NEL SETTORE DISTRIBUTIVO Anno 1996
|
|
1996 |
Var. ass. 91/96 |
||
|
|
Imprese |
Addetti |
Imprese |
Addetti |
|
COMMERCIO
ALL'INGROSSO |
366.792 |
968.923 |
131.171 |
95.474 |
|
Intermediari commercio |
221.327 |
281.355 |
115.231 |
113.045 |
|
Commercio all'ingrosso |
145.465 |
687.568 |
15.940 |
-17.571 |
|
COMMERCIO AL
DETTAGLIO |
571.295 |
1.388.800 |
-125.636 |
-241.529 |
|
Alimentare |
199.727 |
537.841 |
-55.428 |
-82.801 |
|
Non alimentare |
371.568 |
851.039 |
-70.208 |
-158.728 |
|
COMMERCIO SU
AREE PUBBLICHE |
103.231 |
139.753 |
-33.873 |
-73.188 |
|
di cui: |
|
|
|
|
|
Posto fisso |
76.179 |
98.454 |
19.212 |
11.693 |
|
Altre Forme |
26.373 |
37.338 |
-53.377 |
-77.076 |
|
|
|
|
|
|
|
TOTALE (*) |
1.041.318 |
2.497.476 |
-28.338 |
-219.243 |
(*) Al netto di: commercio di autoveicoli e
motocicli; riparazioni.
FONTE: Elaborazioni Centro Studi Confcommercio su dati
Istat
(Censimenti 1991 e 1996)
Secondo i dati diffusi dall’Istat, al 31 dicembre 1996 si
contavano oltre 1 milione di imprese appartenenti ai settori dell’ingrosso, del
dettaglio e dell’ambulantato, con una flessione, rispetto alla rilevazione del
1991, di oltre 28 mila aziende, che tuttavia sottende andamenti differenziati
nei singoli settori.
Il solo commercio al dettaglio in sede fissa ha accusato un
calo di oltre 125 mila imprese, di cui oltre 87 mila appartenenti alla classe
di imprese con un massimo di 2 addetti.
Sotto il
profilo dimensionale si conferma che il comparto, in modo più accentuato
rispetto al totale dei settori economici, è caratterizzato da una netta prevalenza
di piccole imprese: l’80% delle aziende della distribuzione non impiega più di
2 addetti, ed il 95% non più di 5.
L’ingrosso
In controtendenza rispetto all’andamento complessivo del
settore, l’ingrosso ha ampliato la sua base produttiva in quanto sono state
contate 366.792 imprese, ben 131.171 in più rispetto al ’91. La crescita è
largamente imputabile agli intermediari del commercio, la cui consistenza in 5
anni è più che raddoppiata, anche per l’effetto rifugio svolto dal settore in
un contesto di generalizzata crisi occupazionale.
Tale ipotesi è avvalorata anche dall'analisi delle imprese
per classi dimensionali, che evidenzia una diffusa diminuzione delle imprese di
media e grande dimensione, più che compensata dal vivace aumento della
consistenza delle strutture più piccole, e più in particolare di quelle con un
solo addetto.
Va comunque rilevato che anche l’ingrosso in senso stretto
ha fatto registrare, nell'intervallo intercensuario, un aumento di quasi 16
mila aziende.
Sotto il profilo occupazionale il settore occupava poco
meno di un milione di addetti, quasi 100 mila in più rispetto a cinque anni
prima. Il dato sottende, come già accennato, un aumento vicino al 100% per gli
intermediari, ed un calo di 17 mila unità nell’ingrosso in senso stretto.
Il dettaglio
Con riferimento all’attività di vendita al dettaglio in
sede fissa ed ambulante sono state rilevate, al netto delle riparazioni,
674.526 imprese, con una flessione di
159.500 unità. Gli addetti erano 1
milione e 528 mila, con una diminuzione di quasi 315 mila unità nell’intervallo
intercensuario.
Limitatamente a tale settore, inoltre, i dati censuari ci
mettono a disposizione una serie di informazioni utili a delineare alcune
caratteristiche delle imprese.
Dal punto di vista della struttura
aziendale vi è una netta prevalenza delle ditte individuali, pari al 75,4% del
totale.
Le società di persone e le società di
capitali rappresentano rispettivamente il 19% e il 5% del totale, valori in
crescita rispetto agli anni precedenti (come stanno a dimostrare i dati
Infocamere relativi al registro imprese), parallelamente allo sviluppo di
formule distributive che richiedevano un'organizzazione aziendale più
complessa.
LE FORME
GIURIDICHE DELLE IMPRESE DEL COMMERCIO AL DETTAGLIO
Anno 1996
|
|
Numero |
Comp. % |
|
Impresa individuale |
508.887 |
75,4
|
|
Societa' di persone |
129.211 |
19,2 |
|
Societa' di capitale |
34.213 |
5,1 |
|
Societa' cooperativa |
1.997 |
0,3 |
|
Altre forme di impresa |
218 |
0,0 |
|
TOTALE |
674.526 |
100,0 |
FONTE: Elaborazioni Centro Studi Confcommercio su dati
Istat, Censimento Intermedio 1996
L’analisi effettuata incrociando le diverse forme
giuridiche con le imprese suddivise per classi di addetti, evidenzia che la
quasi totalità delle ditte individuali e delle società di persone si
concentrano nelle imprese fino a 5 addetti, mentre le società di capitale, pur
rappresentando una quota non elevata (5,1%, pari a 34.200), si distribuiscono
su tutte le classi dimensionali, ma con particolare accentuazione (45%) anche
in questo caso nelle imprese fino a 2 addetti.
La presenza di una quota così rilevante di piccole imprese
con forme giuridiche complesse lascia supporre una cultura imprenditoriale più
evoluta; tuttavia solo un’analisi della qualità degli obiettivi aziendali
consentirebbe di capire se la forma societaria costituisce effettivamente un
presupposto per l’innovazione e l’espansione dell’impresa, o più semplicemente
risponde alla necessità di distinguere il patrimonio ed il reddito dell’impresa
da quello della persona fisica, con conseguenti vantaggi di natura fiscale.
ALCUNE
CARATTERISTICHE STRUTTURALI DELLE IMPRESE
DEL COMMERCIO AL
DETTAGLIO
Per classi di
addetti - Anno 1996
|
|
Composizione % |
|||
|
|
0 -- 2 |
3 -- 5 |
6 e oltre |
TOTALE |
|
FORMA GIURIDICA |
|
|
|
|
|
Impresa individuale |
90,2 |
8,5 |
1,3 |
100,0 |
|
Societa' di persone |
60,2 |
30,3 |
9,4 |
100,0 |
|
Societa' di capitale |
45,4 |
28,1 |
26,4 |
100,0 |
|
Societa' cooperativa |
38,0 |
27,9 |
33,7 |
100,0 |
|
Consorzio |
69,2 |
12,3 |
18,5 |
100,0 |
|
Az. regionale,provinciale,comunale |
8,2 |
27,0 |
64,8 |
100,0 |
|
Altra forma di impresa |
61,5 |
15,4 |
23,1 |
100,0 |
|
TOTALE |
82,2 |
13,6 |
4,2 |
100,0 |
|
DIFFUSIONE TERRITORIALE |
|
|
|
|
|
Impresa a diffusione comunale |
99,0 |
93,4 |
81,6 |
97,5 |
|
Impresa a diffusione provinciale |
0,7 |
4,5 |
9,8 |
1,6 |
|
Impresa a diffusione regionale |
0,1 |
1,3 |
4,7 |
0,5 |
|
Impresa a diffusione nazionale |
0,1 |
0,9 |
4,0 |
0,4 |
|
TOTALE |
100,0 |
100,0 |
100,0 |
100,0 |
|
PLURILOCALIZZAZIONE |
|
|
|
|
|
Impresa unilocalizzata |
97,6 |
83,4 |
64,9 |
94,3 |
|
Impresa plurilocalizzata |
2,4 |
16,6 |
35,1 |
5,7 |
|
TOTALE |
100,0 |
100,0 |
100,0 |
100,0 |
FONTE: Elaborazioni Centro Studi Confcommercio su dati
Istat,
Censimento Intermedio 1996
Questa seconda ipotesi sembra avvalorata anche da un altro
indicatore, ossia la diffusione territoriale delle imprese del dettaglio,
intesa come localizzazione della o delle unità locali dell’impresa. Dai dati
censuari emerge infatti che oltre il 97% delle aziende non opera al di fuori
del comune in cui ha sede, e questa diffusione così limitata è caratteristica
anche delle società di capitale (nell’87% dei casi) nonché più in generale
delle aziende di maggiori dimensioni.
Infatti, incrociando i dati relativi alla diffusione
territoriale ed alla classe di addetti, risulta che le imprese con 6 addetti ed
oltre hanno, per oltre l’81% dei casi, tutte le unità locali nello stesso
comune sede dell’impresa, e comunque, nel 91% dei casi, nella stessa provincia.
Inoltre, a conferma della scarsa apertura territoriale
anche delle imprese di maggiori dimensioni, ben il 65% delle imprese con 6
addetti ed oltre è unilocalizzata, ossia consta di una sola unità locale.
Pertanto il quadro del settore si conferma, sulla base dei
dati censuari, fortemente caratterizzato da aziende piccole e ancorate sul
territorio, dipendenti dalla domanda che quest’ultimo è in grado di esprimere,
ed a questa regola non sfuggono, nella gran parte dei casi, neanche le aziende
costituite in forma giuridica più complessa, che invece dovrebbero sottendere un
maggior sviluppo relazionale e dimensionale.
Infine, anche le aziende più grandi risultano dotate di un
raggio d’azione molto modesto, che per lo più non supera i confini del comune,
spesso in conseguenza della concentrazione dell’attività in un solo punto
vendita, ma in molti casi (si tratta di quasi 5 mila aziende) risontrabile
anche nelle imprese plurilocalizzate.
Il commercio al dettaglio in sede
fissa
Con esclusivo riferimento alle attività di vendita al
dettaglio presso i negozi, i dati censuari hanno rilevato oltre 571 mila
aziende, che occupano quasi 1.389 mila addetti.
Come già accennato, la gran parte del ridimensionamento
strutturale del settore distributivo è imputabile a tale comparto, che nel
quinquennio di riferimento si è ridotto di oltre 125 mila aziende con una
perdita occupazionale di 241 mila posti di lavoro.
Il comparto alimentare
Per quanto riguarda il settore alimentare sono state
rilevate quasi 200 mila aziende, anche in tal caso concentrate nella fascia
dimensionale fino a due addetti. Tra il 1991 ed il 1996 la consistenza si è
complessivamente ridotta di 55.428 unità, in larghissima parte riferibili agli
esercizi del commercio tradizionale caratterizzati da una specializzazione
merceologica: oltre 54 mila in meno (pari a -31,5%) rispetto a 5 anni prima, e
fortemente concentrati nella classe dimensionale fino a 5 addetti.
La riduzione ha comunque interessato tutte le tipologie
(distributive e dimensionali), con l’unica eccezione degli esercizi alimentari
non specializzati di maggiori dimensioni (6 addetti ed oltre), che
rappresentano formule di vendita quali i supermercati, gli ipermercati e i
discount, la cui consistenza è complessivamente aumentata di oltre mille unità.
IL DETTAGLIO
ALIMENTARE
Anno 1996
|
|
Specializzato |
Non Specializzato |