CONSEGUENZE
MACROECONOMICHE DELL’INVECCHIAMENTO DELLA POPOLAZIONE
Alla fine degli anni ’80
l’Italia si trovava a dover affrontare due enormi problemi:
·
debito pubblico,
·
welfare state.
Entrambi i problemi,
anche se non è mai stato detto esplicitamente, richiedevano per la loro
risoluzione circa due decenni dall’avvio di interventi realmente incisivi.
Se sotto l’aspetto del
risanamento finanziario, l’adesione a Maastricht ha imposto fin dal ’91 manovre
rilevanti di finanza pubblica e ad oggi possiamo ipotizzare che tra alcuni anni
anche lo stock del debito comincerà a risentire positivamente dei sacrifici
degli ultimi anni, non può dirsi altrettanto per il welfare state e più
segnatamente per il sistema pensionistico.
(in rapporto al PIL)
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1991 |
1993 |
1995 |
1997 |
1999 |
2001 |
2003 |
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Entrate |
43,8 |
48,3 |
45,5 |
48,1 |
46,7 |
45,8 |
44,9 |
|
Uscite |
53,9 |
57,8 |
53,1 |
50,9 |
48,7 |
46,9 |
45,0 |
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|
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Deficit |
10,1 |
9,5 |
7,7 |
2,8 |
2,0 |
1,0 |
0,1 |
|
Debito |
101,4 |
117,0 |
123,2 |
120,3 |
114,7 |
108,5 |
100,0 |
FONTE: MINISTERO DEL
TESORO, anni vari
Questi due elementi
rappresentano due facce di una stessa medaglia: la mancata risoluzione nel
medio periodo del problema pensioni inevitabilmente impone:
·
tempi più lunghi per il completo risanamento
finanziario,
·
il permanere di un elevato livello di entrate
fiscali e contributive, riducendo le potenzialità di crescita del Paese.
Negli ultimi dieci anni
si è continuamente parlato di riforma delle pensioni, ma nonostante gli interventi
correttivi non si è ancora arrivati ad una soluzione definitiva che garantisca
oltre alla stabilità finanziaria anche un equilibrio tra generazioni, aspetto
finora poco considerato.
Dalla
entrata in vigore della cosiddetta “riforma Dini” del sistema pensionistico, si
è accesso un lungo ed animato dibattito sulla necessità di intervenire con
misure più drastiche ed innovative sui meccanismi di questa parte fondamentale
del welfare state.
Una più incisiva riforma
del sistema previdenziale è stata ripetutamente consigliata sia da organismi
internazionali, come il Fondo Monetario, sia dal Governatore della Banca
d’Italia, per gli inevitabili riflessi di politica economica in tema di lotta
alla disoccupazione e di riduzione del carico contributivo sul costo del
lavoro.
Si tratta, tuttavia, di
una questione delicata, che tocca direttamente diritti acquisiti dei lavoratori
e che rischia di innescare un conflitto intergenerazionale.
A conferma della scarsa
incisività delle misure finora adottate si sottolinea come al 1998 i
trattamenti pensionistici ammontavano a 21milioni e 600 mila, facenti capo a
poco più di 16 milioni di persone per una spesa complessiva superiore ai
290mila miliardi.
A partire dal 1996, anno
di avvio della riforma Dini, non si è notata alcuna interruzione nel trend
espansivo della spesa pensionistica, che è passata in rapporto al PIL dal 13,9%
al 14,1% del ’98.
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1995 |
1997 |
1999 |
2001 |
2003 |
2005 |
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|
(variazioni
% sull’anno precedente |
|||||
|
PIL (a prezzi correnti) |
8,1 |
4,1 |
3,0 |
4,3 |
4,5 |
4,0 |
|
Spesa pensionistica |
4,8 |
6,3 |
4,4 |
4,7 |
4,9 |
4,7 |
|
|
(in % del
PIL) |
|||||
|
Spesa pensionistica/PIL |
13,6 |
14,2 |
14,3 |
14,6 |
14,7 |
14,8 |
Stime CONFCOMMERCIO su
dati INPS, MINISTERO DEL TESORO, ISTAT
Questo trend secondo
tutte le stime è destinato a proseguire a ritmi abbastanza sostenuti fino al
2015, stabilizzandosi intorno al 15,6-15,8% fino al 2031 anno di inversione
della curva.
Alla base di questa
dinamica vi è:
·
la scarsa incisività della «riforma Dini» nel
limitare la possibilità di accesso
alle pensioni di anzianità e nel garantire ad una larga fetta di occupati
trattamenti pensionistici basati sul sistema retributivo,
·
l’immobilità del mercato del lavoro italiano.
Dal lato della pensioni
di anzianità, che rappresentano ad oggi oltre il 20% dei trattamenti
pensionistici al netto di quelli assistenziali (delle quali oltre la metà viene
erogata a persone con età inferiore a quella di vecchiaia), la possibilità di
ricorrervi fino al 2006 lascia ipotizzare una sensibile crescita di questa
componente sia in termini numerici, circa un milione in più dal 1999 al 2006,
che di incidenza, si dovrebbe arrivare a circa il 25% sul totale.
Relativamente alla
decisione di conservare il sistema retributivo per oltre 8milioni di lavoratori
(il 42% degli occupati al ’95) concentrati in larga misura nella fascia al di
sotto dei 50 anni, fa si che fino al 2015, anno in cui saranno quasi totalmente
usciti dal processo produttivo questi lavoratori, la spesa mostri un andamento
particolarmente espansivo.
Si
aggiunga che l’immobilità del mercato del lavoro italiano, negli ultimi otto
anni il saldo è negativo per ottocentomila unità, ma anche se si guarda ad un
periodo più lungo si riscontra come dall’82 ad oggi siano stati prodotti a
saldo solo 700mila posti di lavoro in più, crea enormi difficoltà nel garantire
un equilibrio finanziario tra contribuzioni e prestazioni.
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1991 |
1993 |
1995 |
1997 |
1999 |
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|
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Dipendenti |
16.263 |
15.802 |
15.621 |
15.720 |
16.048 |
|
Indipendenti |
7.346 |
6.947 |
6.907 |
6.837 |
6.837 |
TOTALI
|
23.609 |
2.750 |
22.528 |
22.558 |
22.885 |
FONTE: ISTAT, 1999
Elaborazioni Centro Studi CONFCOMMERCIO
A
fronte di una sostanziale stabilità del numero di occupati nel lungo periodo,
infatti, fa riscontro un consistente aumento del numero di pensionati, tendenza
che dovrebbe portare al 2005 il rapporto pensionati su occupati dal 78% attuale
all’83% circa.
I
tempi molti lunghi nei quali le riforme attuate potranno produrre effetti,
bisogna sottolineare come al di là delle tendenze demografiche l’andamento
delle altre variabili nel lunghissimo periodo è aleatorio, pongono forti
vincoli ala crescita del paese.
Se consideriamo che per i
prossimi cinque anni sconteremo ancora gli effetti del risanamento finanziario
dal punto di vista contabile, il mancato intervento sulla spesa delle pensioni
evidenzia il rischio anche per gli
anni successivi di politiche economiche fortemente restrittive e di una modesta
discesa della pressione fiscale e contributiva.
Situazione che non potrà
non riflettersi sulle dinamiche macroeconomiche del Paese.
Le implicazioni macroeconomiche
dell’invecchiamento demografico
La sostanziale inerzia in
materia di welfare e la scarsa attenzione alle tendenze demografiche nel lungo
periodo fa si che non ci si prepari al futuro in maniera adeguata, spostando
progressivamente la spesa dalle pensioni all’assistenza per garantire ad una
popolazione, che avrà nel prossimo futuro quote sempre crescenti di anziani,
servizi idonei.
Si consideri che gli
stessi anziani di domani sono coloro che oggi si trovano a pagare contributi
previdenziali molto elevati per sostenere la spesa pensionistica di oggi e che
per garantirsi una pensione adeguata sono costretti a pagare anche pensioni
integrative, riducendo quindi il consumo ed il risparmio.
Questo è il risultato di
un sistema pensionistico «a ripartizione» nel quale i contributi correnti
vengono utilizzati per pagare le pensioni correnti, male comune ai principali
Paesi industrializzati.
Numerosi e recenti studi sia dell’OCSE, sia
del FMI, hanno evidenziato che:
·
nei paesi G-10 il rapporto tra
ultrasessantacinquenni e popolazione attiva (15 – 64 anni) passerà dall’attuale
20% al 40-50% del 2040, a seconda dei vari paesi. Ovviamente, se persistessero
le recenti tendenze verso un pensionamento precoce, in assenza di misure volte
a ridurre la disoccupazione strutturale ed a flessibilizzare il mercato del
lavoro, questo rapporto tra pensionati e lavoratori crescerà più velocemente;
·
l’invecchiamento demografico determina un aumento
del numero dei consumatori rispetto al numero dei produttori (fattore lavoro),
con una rapida diminuzione del consumo pro-capite, cioè del tenore di vita, a
meno di una crescita della produttività del lavoro che compensi la riduzione
della forza-lavoro;
·
le entrate del bilancio pubblico vengono influenzate
negativamente dal passaggio della generazione del baby boom dalla fase del
ciclo vitale ad alto reddito a quello della pensione. Nei Paesi in cui le
entrate fiscali sono maggiormente legate alle imposte sui consumi o sul valore
aggiunto, la perdita di gettito sarà inferiore rispetto ai Paesi in cui le
entrate dipendono maggiormente dal reddito o dalle retribuzioni. Sebbene negli
anni più recenti i saldi di bilancio nella maggior parte dei Paesi siano migliorati,
le proiezioni di lungo termine indicano, a politiche di bilancio invariate, il
raggiungimento di livelli di disavanzo non sostenibili. Questo comporterebbe
una forte riduzione del risparmio nazionale, proprio nel momento in cui esso
risulterà cruciale per incoraggiare la crescita della produttività del lavoro,
finanziando l’accumulazione del capitale da cui dipende il progresso tecnico;
·
l’invecchiamento della popolazione solleverà
importanti problemi di carattere distributivo. I governi dovranno confrontarsi,
infatti, con il problema di come distribuire in modo equo ed efficiente l’onere
della crescente quota di popolazione esterna alla forza lavoro. La riforma dei
sistemi pensionistici pubblici richiede un tempo sufficientemente lungo perché
i lavoratori possano aggiustare le loro decisioni di lavoro e risparmio. Anche
se l’emergenza sui conti pubblici non si verificherà in tempi ravvicinati, le
riforme dovrebbero essere introdotte velocemente;
·
gli effetti negativi stimati dell’invecchiamento sul
tasso annuale di crescita del prodotto pro-capite variano da 0,25 a 0,6 punti
percentuali. Quindi, date le ipotesi, entro il 2030 il livello di output
pro-capite sarebbe più basso in misura compresa tra l’8% e il 20% come
risultato dell’invecchiamento, a meno che non venga bilanciato dalla crescita
della produttività, a parità di altre condizioni. È importante ricordare,
comunque, che gli impatti stimati sono medie su un periodo di poco più di tre
decenni. Durante la prima parte di questo periodo, le variabili demografiche
(attraverso l’effetto produttività legata all’età) continuerà ad avere effetti
positivi sulla crescita. Tuttavia, con l’arrivo della generazione del baby boom
all’età di pensionamento, l’effetto netto dell’invecchiamento diventa negativo,
in alcuni casi in misura tale che la produttività tendenziale viene più che
compensata.