Lo scenario macroeconomico
Il preconsuntivo dell’anno che sta per chiudersi e lo scenario tendenziale del 2002 sembra caratterizzato da un maggiore prudenza da parte delle famiglie nelle decisioni di acquisto e da valutazioni più positive sulla convenienza presente del risparmio.
Le ragioni di
questa maggiore sobrietà, che ispirerebbe i comportamenti di spesa delle
famiglie, sono ravvisabili in almeno due elementi:
·
il peggioramento del clima di fiducia dei
consumatori, dopo i tragici eventi dell’11 settembre scorso;
·
il sensibile rallentamento dell’attività economica
e della crescita, con i timori per la tenuta dell’occupazione.
Va tuttavia
sottolineato che l’attuale evoluzione della situazione afghana, con una
prospettiva di soluzione del conflitto in tempi piuttosto rapidi dopo la caduta
di Kabul, ha indotto nella seconda metà di novembre ad un parziale recupero
della fiducia dei consumatori.
Sulla media del
mese, però, pesa la sensibile flessione della prima decade, che porta ad un
deterioramento dell’indice rispetto al mese di ottobre, pari a circa –2,4%.
Il calo del
clima di fiducia riflette non solo i timori connessi ad un probabile
allargamento del teatro bellico ad altri Paesi dell’area, ma anche valutazioni
ed aspettative diffusamente sfavorevoli della situazione economica generale.
Per l’Italia,
infatti, il peggioramento del quadro internazionale si sta già traducendo in
una brusca frenata dell’attività produttiva sia per quanto concerne le
industrie manifatturiere, che hanno registrato un calo degli ordini sia interni
che esteri, sia per il settore dei servizi.
Nell’ipotesi di
una attenuarsi delle tensioni internazionali nei primi mesi del 2002 e con
l’attuazione di politiche economiche per lo sviluppo in molti dei Paesi
industrializzati, si può ritenere che nella parte finale del prossimo anno
anche l’Italia comincerà a manifestare i primi concreti segnali di una
inversione della tendenza.
Miglioramento
che potrebbe coinvolgere essenzialmente le esportazioni, che dopo alcuni mesi
di forte rallentamento potrebbero evidenziare una ripresa.
(variazioni %)
|
|
2000 |
2001 |
2002 |
2003 |
|||
|
|
|
ConfC |
UE |
ConfC |
UE |
ConfC |
UE |
|
PIL |
2,9 |
1,9 |
1,8 |
1,5 |
1,3 |
2,3 |
2,7 |
|
Importazioni di beni e servizi |
8,3 |
4,1 |
3,8 |
3,8 |
3,9 |
5,9 |
7,2 |
|
Consumi finali interni |
2,6 |
1,2 |
n.d. |
1,1 |
n.d. |
1,7 |
n.d. |
|
- Spesa delle famiglie residenti |
2,9 |
1,3 |
1,6 |
1,1 |
2,0 |
1,9 |
2,7 |
|
- Spesa delle AP e delle ISP |
1,7 |
0,8 |
1,2 |
0,9 |
1,6 |
0,9 |
0,9 |
|
Investimenti fissi lordi |
6,1 |
1,8 |
1,6 |
3,2 |
2,7 |
4,5 |
3,8 |
|
Esportazioni di beni e servizi |
10,2 |
5,1 |
3,8 |
3,5 |
1,8 |
5,2 |
6,8 |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
INFLAZIONE |
2,5 |
2,8 |
2,8 |
2,2 |
1,8 |
1,6 |
1,9 |
Fonte: elaborazioni e
previsioni del Centro Studi CONFCOMMERCIO e della Commissione Europea.
Ancora molto
contenuto dovrebbe risultare l’apporto allo sviluppo da parte della domanda
interna in particolare per la componente relativa ai consumi delle famiglie, in
conseguenza anche di un rallentamento delle dinamiche occupazionali.
Relativamente
agli investimenti il quadro appare lievemente meno negativo in quanto questa
componente, nonostante il contesto di riferimento presenti molti elementi di
criticità, potrebbe beneficiare sia del basso costo del denaro, sia degli
sgravi fiscali previsti dalla cosiddetta Tremonti bis.
Allo stato attuale la variabile che
sembra evidenziare minori elementi di preoccupazione è quella relativa
all’inflazione in considerazione sia del basso livello della domanda, che
spinge a politiche di prezzo molto contenute, sia delle flessioni che si
registrano sui mercati internazionali per le quotazioni petrolifere.
È evidente che
anche in questo caso la tendenza è legata agli accadimenti bellici e alla
tenuta della coalizione contro il terrorismo, in quanto se i paesi dell’OPEC,
in particolare l’Arabia Saudita, decidessero di limitare notevolmente la
produzione anche da questo lato potrebbero verificarsi delle tensioni.
Se già è
difficile ipotizzare le linee di sviluppo del prossimo anno, in considerazione
delle molteplici incognite che gravano sul quadro internazionale, è
particolarmente arduo, allo stato attuale, individuare le prospettive di
crescita per il nostro Paese per il 2003.
Le stime di una
dinamica del PIL prossima al 2,3%, connessa sia ad una ripresa della domanda
estera, che di quella interna sono derivate dalla presenza di un quadro più
stabile già nei prossimi mesi, è evidente che se lo scenario dovesse subire
modifiche in negativo queste previsioni potrebbero risultare decisamente
«ottimistiche».
verso l’estero.
Oggi il 25% dei
nuclei familiari risulta composto da ultrasessantacinquenni, nel 2025 questa
quota salirà al 31,2% ed infine nel 2050 al 34,5%; la spesa media mensile per
consumi di una famiglia italiana si aggira intorno a 4 milioni e 200 mila lire,
destinata per poco meno del 20% ai prodotti alimentari e per il restante 80% ai
prodotti non alimentari.
Per una
famiglia composta da persone di oltre 65 anni, la spesa media ammonta, invece,
a 2 milioni e 667 mila lire, inferiore al dato nazionale di quasi il 37%.
Ma quali sono
le ragioni di questo divario?
Un primo
elemento su cui focalizzare l’attenzione è rappresentato dalla diversa
numerosità dei nuclei familiari considerati.
È noto, ormai,
che da molti decenni l’Italia detiene il primato del più basso indice di
natalità dei paesi industriali. Attualmente, la famiglia media italiana si
articola su 2,7 componenti e, considerando le tendenze dell’evoluzione
demografica dei prossimi decenni, questo dato sembrerebbe destinato a ridursi.
A loro volta,
le famiglie composte da persone ultrasessantacinquenni sono poco meno di 5
milioni e 300 mila, il 56% delle quali costituito da famiglie mononucleari,
cioè con un solo componente; il restante 44% è composto, invece, da coppie
senza figli. In entrambi i casi, ovviamente, il numero dei componenti il nucleo
familiare è largamente inferiore alla media nazionale.
La numerosità
del nucleo familiare incide direttamente sul livello di spesa complessiva per
consumi, che nel caso degli ultrasessantacinquenni è, come si è detto,
inferiore del 38% alla media nazionale.
Questo
differenziale negativo nei confronti del dato medio italiano assume proporzioni
ben più elevate in corrispondenza di alcuni importanti capitoli di spesa. Basti
pensare, infatti, per alcune specifiche categorie di consumo la spesa media mensile
familiare degli anziani risulta inferiore alla media nazionale: del 58% per
l’abbigliamento, del 70% per gli elettrodomestici bruni, l’Hi-Fi ed altri beni
ad elevato contenuto tecnologico (personal computer e telefoni cellulari),
dell’80% per i servizi ricreativi, del 67% per gli alberghi ed i viaggi e di
circa il 76% per la spesa in pasti e consumazioni furori casa.
Un secondo
significativo elemento è rappresentato dal diverso reddito disponibile dei
nuclei familiari relativamente all’età della persona di riferimento, ossia del
capofamiglia secondo una definizione non più in uso.
Percepire,
infatti, un reddito di pensione piuttosto che un reddito da lavoro, determina
anche una ridefinizione delle priorità nella soddisfazione dei bisogni e,
dunque, una riallocazione del reddito stesso tra le varie categorie di consumo.
Il reddito
disponibile delle famiglie composte da ultrasessantacinquenni, cioè da soggetti
ormai ritirati dal lavoro, si colloca ad un livello inferiore di ben il 25% al
reddito medio nazionale. La propensione media al consumo di queste categorie,
cioè il rapporto tra l’ammontare dei consumi ed il reddito disponibile, supera
di poco il 73%, mantenendosi largamente al di sotto della propensione media
(circa l’81%) dei nuclei familiari composti da persone con meno di 65 anni ed
ancora occupate.
Per la
categoria di consumatori rappresentati da persone anziane risulta quindi
diversa la ripartizione del bilancio familiare tra le varie tipologie di beni e
servizi. Infatti, i capitoli di spesa cui sono destinate le maggiori risorse
sono rappresentati dall’abitazione, la salute e l’alimentazione, mentre
sensibilmente più ridotta è la quota destinata all’abbigliamento ed alle
calzature, ai servizi ricreativi e culturali, ai trasporti ed alle comunicazioni,
ai viaggi ed ai soggiorni turistici, nonché ai pasti e alle consumazioni fuori
casa.
Dalle abitudini
di consumo delle persone con oltre 65 anni emerge infatti una scarsa
propensione alla mobilità mediante l’uso di autoveicoli (le spese per assicurazione
e benzina risultano inferiori di circa il 70% alla media nazionale).
Dal confronto
emerge come nel lungo periodo, sotto il vincolo del coeteris paribus, e quindi a
parità di gusti e preferenze dei consumatori, il combinarsi delle tendenze
demografiche con la diversa ripartizione della spesa per i consumi tra le
tipologie di beni, porti ad un sensibile ridimensionamento del fatturato
potenziale, sia per il settore distributivo, sia per i comparti legati alle
attività turistiche e di entertainment.
Inoltre,
poiché tali voci di spesa hanno un peso decisamente basso rispetto al totale
dei consumi di questi nuclei familiari, è evidente che le prospettive di
sviluppo dei settori collegati alla domanda interna, in presenza di una curva
demografica sempre più sbilanciata verso le classi di età avanzate, risultano
seriamente compromesse.
Solo una
evoluzione più che sostenuta del reddito disponibile delle famiglie con
capofamiglia in età lavorativa ed una crescita economica forte e duratura,
capace di riassorbire gli elevati livelli di disoccupazione, potrebbero
compensare gli effetti negativi connessi all’invecchiamento della popolazione.
Alla fine del 2001 il parco autovetture italiano
dovrebbe aver superato i 34 milioni di unità. Il nostro paese, tra tutte le
economie del G-7 ed all'interno dell'Unione Europea, mantiene saldamente il
primato del più elevato numero di autovetture in rapporto alla popolazione.
In Italia circolano quasi 580 auto private per mille
abitanti, contro le circa 520 degli Stati Uniti, le 500 della Germania, le 480
della Francia e le 360 del Giappone, per limitare il confronto proprio ai paesi
nei quali il settore produttivo dei mezzi di trasporto è ancora uno dei punti
di forza del sistema manifatturiero.
Le ragioni di una diffusione così accentuata delle
vetture private rispetto a paesi che hanno un reddito pro-capite sensibilmente
più elevato di quello italiano, sono varie.
Al di là di aspetti che potrebbero essere spiegati in
termini di «sociologia dei consumi», identificando l'auto con una sorta di status-symbol,
esistono motivazioni strettamente connesse alla vita pratica ed alle esigenze
della mobilità.
Nella graduatoria dei beni durevoli posseduti dalle
famiglie italiane, l'automobile occupa la terza posizione, dopo lavatrice e
televisore a colori: quasi il 78% delle famiglie ne possiede almeno una. E sono
proprio le necessità quotidiane a dettarne l'uso prevalente.
Sui circa dodici milioni di spostamenti giornalieri che
in tutta Italia coinvolgono coloro che si recano a scuola o all'università,
quasi quattro milioni, cioè più del 32%, vengo effettuati usando un'auto
privata. Nelle aree metropolitane questa percentuale scende leggermente al
28,5%, poiché è più accentuato l'utilizzo di mezzi di trasporto pubblici, che
supera di poco il 34%.
Ma dove l'impiego dell'automobile risulta preponderante
è negli spostamenti per recarsi al lavoro.
Ogni giorno, oltre 21 milioni di persone debbono
raggiungere il luogo dove esercitano la propria occupazione e quasi 15 milioni
di costoro, circa il 70%, lo fa utilizzando l'auto.
Relativamente alle aree metropolitane la percentuale
degli utenti per motivi di lavoro scende a poco meno del 61%, in quanto l'uso
dei trasporti pubblici è di poco inferiore al 22%, circa dieci punti al di
sopra della media nazionale.
Nel complesso, quindi, tra scuola, università e lavoro,
oltre il 62% degli spostamenti viene effettuato con autovetture private: ogni
giorno cioè quasi 18,5 milioni di automobili si mettono in marcia sulla rete
viaria nazionale.
Cifre di tale dimensione evidenziano l'enorme impatto,
proprio in termini macroeconomici, prodotto da fenomeni esterni, come le
variazioni delle quotazioni internazionali dei prodotti petroliferi e della
valuta energetica, il dollaro, o come la necessità di adeguarsi alle normative
europee in materia di carburanti, eliminando nell'arco dei prossimi due anni la
"benzina super".
Se il primo problema può essere ricondotto nell'ambito
di un fenomeno congiunturale, e quindi destinato prima o poi a normalizzarsi,
il secondo ha invece implicazioni di tipo strutturale, perché esige un
intervento sullo stock di veicoli circolanti passante per l'eliminazione delle
vetture obsolete o incompatibili con la "benzina verde".
Sotto questo profilo, l'Italia non soltanto è il paese
con il più elevato numero di vetture rispetto alla popolazione, ma anche uno
tra i paesi con un'età media dei veicoli in circolazione tra le più elevate.
Negli ultimi quindici anni, la cancellazione fisiologica di vetture dal
Pubblico Registro non ha mai superato mediamente 1,2 milioni di unità. Solo nel
biennio 1997-98, gli incentivi fiscali alla rottamazione hanno elevato questo
livello oltre i due milioni.
Secondo stime
di settore con l’abolizione dell’Imposta Provinciale di Trascrizione (IPT) e
relativa addizionale sui passaggi di proprietà delle vetture usate, si
metterebbe in moto un circolo virtuoso capace di accelerare la sostituzione del
parco veicolare non catalizzato, senza costi per lo Stato e con vantaggi
concreti per il consumatore e per la comunità.
In un arco di cinque anni, dal 2002
al 2006, con l’abolizione della tassa sui passaggi di proprietà si
accelererebbe, infatti, la sostituzione dei circa 10 milioni di veicoli usati
più inquinanti e meno sicuri, con altrettanti veicoli di seconda mano ma
catalizzati e muniti delle dotazioni di sicurezza come airbag e, spesso, anche
ABS.
In parallelo si
creerebbe un’ulteriore domanda di 200.000 vetture nuove l’anno che andrebbe a
sostenere un mercato che si prevede in flessione, garantendo così il gettito
IVA ottenuto negli anni migliori. L’uscita dalla circolazione delle vetture non
catalizzate porterebbe ad una significativa riduzione degli agenti inquinanti,
migliorando del 50% la qualità dell’aria.
Il minor
gettito generato dall’abolizione dell’IPT sui passaggi di proprietà dell’usato,
secondo stime di settore valutato in 5.163 miliardi nel periodo in oggetto
(2002 – 2006), verrebbe compensato da 5.350 miliardi di maggiori introiti
dovuti all’IVA e all’IPT (che resterebbe sulla vendita delle auto nuove) su
200.000 immatricolazioni aggiuntive.
In sostanza,
l’abolizione dell’IPT per il mercato dell’usato porterebbe ad una situazione
che negli Stati Uniti viene definita win-win-win. Vincerebbe lo Stato, che a
costo zero libererebbe le strade dalle vetture più inquinanti e meno sicure,
vincerebbe il mercato che manterrebbe la tonicità di questi ultimi due anni con
2,4 milioni di vetture immatricolate, vincerebbero - infine - il consumatore,
che non dovrebbe più sostenere i pesanti oneri dei passaggi di proprietà
(allineando l’Italia agli altri Paesi europei) e la comunità, sia sul piano
ecologico sia su quello della sicurezza della circolazione.
Altri due
aspetti risultano molto importanti: quello della spesa pubblica in favore della
circolazione e quello del reale snellimento della macchina
burocratico-amministrativa.
Come ben sanno
gli operatori del settore, l’automobile genera, fra tasse dirette ed indirette,
un gettito di 134.000 miliardi di lire, pari al 6% del PIL. Ebbene, mentre il
traffico passeggeri dal ’70 ad oggi è aumentato del 300% e quello merci su
gomma del 350%, gli investimenti dello Stato per le infrastrutture equivalgono
allo 0,2% del PIL, mentre a metà degli anni ’70 costituivano l’1,4% e a fronte
di un gettito fiscale sempre più elevato, si riscontra una preoccupante caduta
degli investimenti per la viabilità.
Sul fronte
della burocrazia, lo sportello unico, destinato a semplificare la vita
dell’automobilista, avrebbe avuto più efficacia se fosse stata prevista anche
la partecipazione dei concessionari. Quanto alla razionalizzazione del sistema
fiscale gravante sugli autoveicoli, occorre richiamare l’attenzione sulla
ridotta deducibilità dei costi relativi alle auto aziendali.
Il limite dei
35 milioni ai fini dell’ammortamento è nettamente inferiore a quanto applicato
in altri Paesi della Comunità Europea, dove la deducibilità è illimitata, dove
non vi è la riduzione al 50% di tale limite riconosciuto come costo di utilizzo
del bene e dove non vi è l’indetraibilità dell’IVA.