IL COMMERCIO DENTRO LA RECESSIONE
Mariano Bella
Direttore Ufficio Studi Confcommercio
Roma, 11 novembre 2009
Abbiamo perso la strada della crescita, ben prima della
crisi (fig. 1). Il miracolo italiano sta nei libri di storia. Dobbiamo farcene
una ragione. Non giova particolarmente la constatazione che il sistema-Paese
palesi comunque qualche elemento di forza: il risparmio privato, la prudenza
delle banche, tra gli altri.
Fig. 1

I rilevanti sprechi di cui soffriamo
riducono il frutto del lavoro immesso nel processo produttivo, data l’attuale
quantità e qualità del capitale privato e pubblico. Non rifaccio l’elenco dei
problemi strutturali ma segnalo soltanto l’insufficienza del processo di
accumulazione di capitale umano (oltre che produttivo). Il periodo 2001-2008 è
stato già di modestissima crescita se così possiamo definire tale performance.
La cosa drammatica è questa, dunque: mentre possiamo ammettere che ogni tanto
una crisi accada, non possiamo accettare una crescita strutturalmente debole.
Insomma, il problema non è la crisi, ma quello che succede al Paese in assenza
di crisi. Come si vede, poi, la correlazione con la dinamica dei consumi è
strettissima. Il che ci porta ad affermare che o ricomincia a crescere il
nostro prodotto potenziale, da cui strettamente dipendono il Pil effettivo e i
consumi - rimuovendo gli ostacoli allo sviluppo - oppure è inutile sperare in
una crescita rilevante di queste grandezze. Se consideriamo, inoltre, che gli
investimenti durante questo biennio recessivo sono diminuiti almeno del 15%
cumulato, poiché la crescita dipende dall’accumulazione, concludiamo che il
nostro futuro somiglierà molto al nostro passato, caratterizzato cioè da uno
sviluppo del benessere del tutto insufficiente rispetto alle legittime
aspirazioni dei cittadini-consumatori italiani.
Appare, così, necessario e urgente, agire
per modificare questo stato di cose. Ma le azioni, come detto, dipendono dalle
analisi. E a mio avviso oggi il mondo dei servizi viene ancora drammaticamente
trascurato, troppo trascurato.
Anche in Italia i servizi valgono più della
metà del totale consumi. Cosa che accade già nella produzione, visto che il
valore aggiunto dei servizi è pari al 71% del Pil. Eppure l’interpretazione
dominante vede sempre e soltanto la manifattura esportatrice, il made in
Italy, per intenderci.
Fig. 2

Proviamo a guardare un po’ meglio alla questione del cosa esportare.
Confrontiamo esportazioni e saldi settoriali delle quattro eccellenze (le
quattro A) con il saldo turistico consumer (fig. 2), cioè la differenza tra la
spesa dei non residenti sul territorio italiano e la spesa dei residenti
all’estero. Queste due poste sono regolarmente iscritte alle voci esportazioni
ed importazioni della contabilità nazionale. Il nostro saldo turistico consumer
vale quasi il saldo delle tre A (più del 70%; le prime tre righe della fig. 2).
Ma esso, purtroppo, in rapporto percentuale con il Pil vale solo l’1%. In
Austria vale il 2,4%, in Grecia il 3,7, in Slovenia il 3,9, in Spagna il 2,9.
Insomma questi Paesi fanno con tale saldo una percentuale del Pil da 3 a 4
volte superiore alla nostra. Sono queste le esportazioni nette che mancano
all’Italia. Le esportazioni che hanno bisogno esclusivamente di mettere a
reddito l’enorme capitale artistico, culturale, ambientale di cui disponiamo
(avendolo ereditato dal passato). Io credo che tale capitale esista veramente e
ciò giustifica e nobilita un esercizio apparentemente stupido: se potessimo
portare il nostro saldo al livello percentuale di quello dell’Austria il Pil
crescerebbe di circa 23 miliardi di euro; se ci parametrassimo alla percentuale
della Grecia di quasi 44 miliardi di euro. In sostanza con il solo saldo
turistico consumer faremmo il contributo al Pil delle più rinomate e produttive
branche dell’industria manifatturiera ed esportatrice di cui oggi disponiamo (e
delle quali siamo naturalmente orgogliosi). Il senso di questi conti è:
possiamo ottenere molto di più da questo settore e non è un’affermazione
puramente fantasiosa perché il “capitale installato” c’è già.
La scarsa crescita strutturale e l’esiguità del contributo della spesa
degli stranieri sul territorio comprimono le possibilità di sviluppo del
commercio. Inoltre, nonostante l’idea forte e l’enfasi mediatica sulle
liberalizzazioni (che poi sono state sostanzialmente indirizzate a un solo
settore, il commercio appunto), la liberazione dei mercati non c’è stata
(e ancora meno i benefici per i consumatori). Sono eloquenti, a questo proposito,
sia la dinamica delle quote di consumo sia la dinamica dei prezzi dei consumi
commercializzabili e delle spese obbligate (figg. 3-4).
Fig. 3

Fig. 4

Ricordando
che le spese obbligate comprendono le spese per l’abitazione come affitti, gas,
acqua, energia elettrica e le spese per servizi bancari e di assicurazione
obbligatoria, i dati chiariscono che tanto nel lungo termine quanto
nell’analisi per sottoperiodi vi è stato un drenaggio continuo di risorse dai
settori dei beni commercializzabili, quelli che passano dai negozi e sono
scelti liberamente dai consumatori, ai settori totalmente o parzialmente
protetti: l’indice dei prezzi delle spese obbligate in quasi 40 anni è
cresciuto di circa 27 volte, quello dei commercializzabili di 16 volte (poco
più della metà, quindi). I beni alimentari hanno un’inflazione ancora più
bassa.
Fig. 5


Fig. 6
La controparte fisica
dell’accumularsi di questi problemi si legge nella dinamica della
nati-mortalità delle imprese che vendono beni e servizi commercializzabili. In
particolare il commercio al dettaglio (fig. 5).
Con la conseguenza mai adeguatamente apprezzata della potenziale
desertificazione delle nostre tante belle città (fig. 6). I numeri parlano
chiaro. Si sta riducendo il livello di servizio per i cittadini, prima che per
i consumatori. Di solito quando si parla di commercio e di centri storici si va
subito col pensiero agli anziani a mobilità limitata che hanno difficoltà a
raggiungere le grandi superfici o i centri commerciali in periferia o fuori
città. E’ un problema rilevante e suggestivo ma anche in questo caso è solo un
pezzo della storia. Senza un commercio di prossimità, realmente capillare, la città
smette di vivere; è questione di tempo. E si riduce il benessere dei residenti
ma anche il valore degli immobili di tutti i proprietari. Ribadiamo con forza
che il commercio prima di un settore produttivo è un’infrastruttura che ha il
ruolo sociale di presidiare preventivamente il territorio. Di conservarlo. Di
renderlo vaccinato contro le molte possibili patologie degenerative che vanno
dalla microcriminalità alla sporcizia, dal caos degli spazi bui e disordinati
al deprezzamento della proprietà immobiliare.
Fig. 7

Tra le tante ombre di questo scenario, c’è anche quella relativa alla
riduzione degli esercizi nel Mezzogiorno e della impossibilità di assorbire
ormai occupazione in quell’area (la cui fragilità complessiva resta la
questione italiana, non meridionale; fig. 7).
Ci sono, fortunatamente, anche luci importanti, forse decisive per il
futuro di lungo termine della nostra distribuzione commerciale. C’è
l’innovazione sia nei formati e nelle formule, sia nella mentalità di fare
imprenditoria, come testimoniato, per esempio dalla crescita delle forme
giuridiche societarie, e in particolare delle società di capitale, quasi
raddoppiate nel commercio al dettaglio nel corso degli ultimi 7 anni (fig. 8).
Fig. 8

La solidità societaria e l’organizzazione strutturata anche presso le
piccole imprese favoriscono la specializzazione delle funzioni all’interno
dell’impresa, l’acquisizione di capitale umano più qualificato, un migliore
rapporto con il mondo bancario e finanziario. Non può sfuggire che questo sia
il tema sollecitato dai più acuti osservatori della società italiana. La scarsa
qualificazione del capitale umano impiegato nel processo produttivo non è
infatti solo una questione di offerta di lavoro poco istruita. E’ anche una
questione di domanda di lavoro: lo sbilanciamento della struttura produttiva
verso unità piccole e piccolissime, in mancanza di adeguati incentivi
all’aggregazione produttiva e giuridica, nel lungo termine implica una minore
richiesta di competenze e abilità di livello medio-alto. In questo senso
l’evoluzione delle forme societarie del commercio testimonia una crescita di
consapevolezza imprenditoriale nella direzione del rafforzamento e
dell’espansione produttiva dell’impresa. Nel futuro questo fenomeno potrebbe
riflettersi in una crescita della produttività proprio in un settore talvolta
accusato, assieme ad altri settori dei servizi alla persona e alle imprese, di
essere poco dinamico per ragioni di ‘nanismo’ d’impresa e miopia
imprenditoriale.
Veniamo ai riflessi
sull’occupazione. Ovviamente anche il commercio paga il suo pegno alla crisi
(fig. 9), che per il complesso dell’economia distruggerà in due anni la nuova
occupazione realizzata dalla seconda parte del 2006 fino alla fine del 2008.
Fig. 9

Il commercio continua tuttavia
a svolgere il suo ruolo sociale di assorbimento di occupazione straniera (fig.
10).
I settori più rilevanti a
questo proposito sono quelli del commercio e delle costruzioni, che assorbono
il 71% delle imprese individuali con titolare immigrato, con il commercio che
da solo copre il 43%. L’immigrazione è dunque importante per questi settori ma
questi settori, in primis il commercio, sono importanti per l’immigrazione:
il ruolo sociale di questo modo di fare e di essere impresa - e in particolare
impresa del commercio - che sostanzialmente permette l’integrazione
dell’immigrato, è spesso trascurato dalle politiche pubbliche.
Fig. 10

Insomma il commercio mostra
segni tangibili di cambiamento e di capacità reattiva a una crisi che non è
congiunturale e che ha a che fare con problemi tutti italiani, cui
disgraziatamente si stanno sommando effetti deleteri importati dall’estero. La globalizzazione
implica di dovere mettere in conto shock esterni contro i quali poco si può
opporre.
Stiamo uscendo dalla crisi?
Quali sono i tratti salienti, dunque, dell’attuale congiuntura? La valutazione
oggettiva dei dati quantitativi e qualitativi (indagini) porta a ritenere
passata la fase peggiore della recessione.
I dati qualitativi delle
indagini presso famiglie e imprese, ufficiali o di fonte privata, tra le quali
anche Confcommercio, testimoniano in modo univoco una crescita delle percezioni
e delle aspettative.
Fig. 11

In particolare la fiducia delle
famiglie mostra una buona tenuta. Ma forse non ne stiamo sfruttando appieno il
potenziale ruolo di motore della ripresa (fig. 11).
Fig. 12

Oggi si
sottovaluta la combinazione di due evidenze. La prima riguarda
l’interpretazione della cosiddetta crisi dei consumi, che è invece crisi dei
redditi e del valore della ricchezza finanziaria e immobiliare. I consumi
potrebbero crescere se ci fossero risorse adeguate da spendere. La seconda
evidenza consiste nel fatto che il 60% delle merci consumate in Italia, quindi
anche a prescindere dai servizi che sono totalmente prodotti all’interno, è
prodotto in Italia. Per dire: se si aumenta il reddito delle famiglie larga
parte di questo sarebbe speso su prodotti - servizi o beni - realizzati sul
territorio nazionale da imprese italiane. Non di sola esportazione viviamo,
anzi.
Osserviamo
però che le percezioni non si traducono con forza in comportamenti coerenti
(fig. 12). Quattro segni positivi - o quattro mesi, meglio, in assenza di segni
negativi - in termini tendenziali del nostro ICC testimoniano che stiamo
recuperando i livelli dello scorso anno di questi tempi. Eppure, le variazioni
congiunturali suggeriscono che nuovi elementi di debolezza rendono già il
quadro più incerto.
Fig. 13

Con queste dinamiche dei
consumi possiamo comunque permetterci una modesta revisione al rialzo delle
nostre previsioni (fig. 13), che restano, almeno per l’anno in corso tra le più
ottimistiche. Ma il senso positivo di queste revisioni scolora rispetto al dato
strutturale, sintetizzato in fig. 14. Siamo tornati, e nel biennio 2010-2011 ci
muoveremo poco, ai livelli di consumi e Pil per abitante dell’inizio del 2000.
Nella misura in cui benessere, consumi e Pil sono correlati - e lo sono,
stiamone pur certi - la perdita è particolarmente grave.
Fig. 14

E’ per questo motivo che questa
conclusione non vale come epilogo ma come introduzione a ciò che possiamo
verosimilmente attenderci nel futuro. Senza un cambiamento di visione e di
strategia - faccio riferimento allo strabismo culturale che purtroppo ci
definisce ancora un’economia manifatturiera esportatrice - il futuro sarà una
riproduzione del passato, con elementi peggiorativi lenti ma costanti, dovuti
al fatto che il resto del mondo non ci aspetta. Se questo è dunque il prologo,
o cambiamo la trama o il futuro è in larga parte già scritto.
Un anno fa la visione sulla
congiuntura dei consumi in Italia era negativa sulla base della dinamica
dell’ICC. Oggi la visione, invece, è positiva nel senso che ci attendiamo
consumi crescenti rispetto ai minimi del primo trimestre 2009. Tuttavia ci
aspettiamo sviluppi molto lenti (in pratica a ritmi di crescita inferiori a
quelli con i quali siamo “entrati” nella crisi).
Il peggio è dunque passato ma
il meglio non si vede ancora con chiarezza e quando si vedrà potrebbe risultare
poco soddisfacente.