CONFCOMMERCIO
La bilateralità
efficace
Roma, 25 marzo 2009
note ECONOMICHE: STORIA E CONGIUNTURA
Mariano Bella
Direttore Ufficio Studi
* * *
Vorrei sinteticamente verificare in quali condizioni siamo
giunti a questa crisi finanziaria internazionale, sostenendo che il Paese ha sì
elementi differenziali di forza ma che essi sono controbilanciati da debolezze
strutturali; in questo ambito la fiducia delle famiglie, almeno fino a febbraio
non era drammaticamente deteriorata mentre c’è stato un crollo della fiducia
delle imprese, innescato dalla restrizione creditizia; pertanto, è dalle
famiglie che bisognerebbe ripartire; fornirò qualche indicazione anche sul
fatto che da questa crisi nessuno uscirà indenne e che, quindi, anche i nostri
settori ne stanno gravemente soffrendo in termini di chiusure nette di imprese
e di incremento della disoccupazione. Così, anche la bilateralità può
effettivamente essere una risposta utile per mitigare gli effetti più
perniciosi della crisi: in particolar modo evitando effetti irreversibili sulla
struttura micro-produttiva e sul tessuto commerciale delle nostre migliaia di
amate città.

Affrontiamo, oggi, una crisi doppia, con caratteristiche, in
parte, tutte italiane. La crisi importata si sovrappone alle debolezze
strutturali del Paese, che conosce già da molti anni una riduzione della
dinamica della produttività totale dei fattori e, addirittura, una sua
contrazione assoluta.
Di fronte alla crisi mondiale, è facile e molto pericoloso
dimenticare i nostri problemi strutturali. La fine della nostra crescita risale
all’inizio degli anni 2000, datando alla seconda parte degli anni ’80 l’ultimo
ciclo fortemente espansivo. Oggi la variazione del Pil pro capite potenziale -
che è quanto, in media, ciascuno di noi può ragionevolmente attendersi in
termini di miglioramento del reddito personale - è addirittura negativa. I
rilevanti sprechi di cui soffriamo riducono il frutto del lavoro immesso nel
processo produttivo, data l’attuale quantità e qualità del capitale privato e
pubblico. E i consumi, conseguentemente, si contraggono. Di più. La figura
indica come potremmo trovarci alla fine di questa specifica crisi finanziaria:
esattamente come ci siamo entrati, cioè con incrementi della ricchezza pro capite
assolutamente insoddisfacenti.

Ammesso che la parte eminentemente finanziaria della
recessione sia meno grave in Italia, il resto della peggiore performance
complessiva è dato, in ogni caso, dall’insufficiente dinamica del prodotto pro
capite. Stiamo meglio sul circuito banche, stiamo peggio sul circuito della
ricchezza prodotta: la somma di queste due condizioni è però a noi sfavorevole.
In sintesi, sta semplicemente accadendo, durante questa
crisi, quello che è già successo almeno dal 2001 al 2007: quando l’economia
mondiale cresceva molto, l’Italia cresceva poco; quando l’economia mondiale
rallentava, la crescita economica dell’Italia si azzerava. Tale differenziale
permane anche oggi.
E si vede subito. Posto a 100, per ogni Paese, il livello di
prodotto pro capite nel 1992, nel 2008 l’Italia registra una crescita
largamente inferiore a quella degli altri partner. E’ un discorso che oggi si
tende a rimuovere. Il peso della recessione è ben diverso per chi è cresciuto
molto in passato. Questa malattia da bassa crescita non solo non è risolta ma
rischia di acuirsi. Infatti, nonostante si dica che gli altri stiano peggio di
noi, il rapporto del Pil pro capite nel 2010 (forse anno di fine crisi)
rispetto al Pil pro capite del 2007 (anno pre-crisi) in Italia non è diverso da
quello dei nostri partner e in molti casi è anche peggiore (secondo previsioni
della Commissione Europea).

Medesimo risultato si ottiene in termini di consumi. Certo, consumi
o Pil non danno la felicità, ma,
come si suole dire, aiutano. La crescita lenta dell’Italia nel passato e la
crisi estesa a tutti i sistemi economici maturi fa sì che il nostro Paese
perderà qualcosa come 10 anni di progresso economico, in termini di prodotto e
di consumi per abitante. Mentre i nostri partner faranno un passo indietro
molto più accettabile e probabilmente molto meno doloroso (intorno al
2005-2006).

Guardiamo alle famiglie più da vicino. Il loro atteggiamento
appare solido e razionale. Considerato il periodo 2001-2007, le famiglie
italiane, con quanto risparmiato, oltre ad acquistare gli immobili residenziali
effettivamente comprati, avrebbero potuto comprare tutto il nuovo debito
pubblico. Non così per Spagnoli o Inglesi.
In Italia, la questione consumi non costituisce, almeno per
adesso, il problema strategico dei nostri giorni. Rispetto alle dinamiche del
reddito disponibile reale (stagnante), della ricchezza finanziaria (in forte e
prolungata riduzione) e immobiliare (in moderata riduzione), i consumi, e
soprattutto i consumatori, stanno reagendo molto bene. In altre parole, se ci
fosse stata e ci fosse attualmente una vera e propria crisi di fiducia delle
famiglie, avremmo assistito, nel corso del 2008, a una riduzione della spesa
per consumi privati ben più marcata di quella effettivamente osservata (diciamo
una riduzione di 1,5-2 punti percentuali rispetto al -0,9% che ha certificato
l’ISTAT). Insomma, la crisi strutturale è di produttività e quindi di reddito,
ma non dei consumi delle famiglie. Queste ultime, oggi come durante tutti gli
anni ’90, quando subirono l’incremento della pressione fiscale per permettere
al Paese di partecipare al sistema della moneta unica, stanno mostrando una
buona capacità di reazione.
Dei due cavalli, le imprese e le famiglie, solo quest’ultimo
aveva e ha voglia di bene e avrebbe bevuto se ad esso fosse stata fornita la
poca e preziosa acqua di cui si disponeva (per esempio al tempo dell’ipotesi di
detassazione delle tredicesime). Sgravi fiscali alle famiglie farebbero poi
bene anche alle imprese: infatti i comportamenti dei due cavalli sono
correlati: se le famiglie spendono comincia a bere anche il cavallo-imprese.
Conferma di queste riflessioni si ha dalle risultanze di
alcune indagini di fonte ufficiale pubblica o privata. Il clima di fiducia
delle famiglie, misurato dall’ISAE, è in risalita a gennaio e a febbraio 2009.
Anche l’indagine Censis-Confcommercio (febbraio 2009) chiarisce che a fronte di
lucide e spassionate previsioni di ulteriori riduzioni dei consumi, le
famiglie, in maggioranza (53%), si dichiarano ottimiste e fiduciose per i
prossimi mesi.
Dunque, per adesso, la crisi dei redditi ha implicato minori
consumi ma non una depressione del sentiment rispetto al futuro.
La tenuta della fiducia delle famiglie dovrebbe trovare
ulteriore rafforzamento nella generale tendenza dei prezzi a contrarsi
nell’attuale frangente e, soprattutto, nelle prospettive di riduzione di quella
parte delle spese obbligate legate all’andamento dei corsi delle materie prime
energetiche ed ai tassi d’interesse (tra risparmi sul costo dei carburanti,
dell’energia elettrica e del gas, stimiamo un risparmio nel 2009 rispetto alla
media del 2008 pari a 280 euro per nucleo familiare).
Il problema congiunturale oggi di maggior rilievo è il crollo
della fiducia delle imprese da correlarsi inequivocabilmente alla progressiva
restrizione sul fronte del credito (vedete la correlazione negativa e palese
tra contrazione della fiducia nella manifattura e indice di restrizione al
credito, ottenuto aggregando dichiarazioni dei banchieri!). Possiamo
ipotizzare, sulla base di queste evidenze empiriche, che l’impulso negativo sul
sistema delle imprese sia partito dal sistema bancario il quale, naturalmente,
aveva maggiore contezza dei problemi sui crediti inesigibili. Trasmesso al
settore produttivo, esso ha fatto rapidamente crollare la fiducia delle imprese
che hanno ridotto gli investimenti in modo rilevante.

Una recentissima indagine Confcommercio fornisce, sulla
restrizione creditizia, risultati preoccupanti: un’azienda su tre, tra le PMI
dei servizi non riesce ad ottenere oggi credito o se ci riesce deve sottostare
a condizioni molto più vincolanti che in passato; ad analoghi risultati
perviene ISAE. Anche Unioncamere ha attestato la restrizione al credito (non è
in figura perché avevo finito lo spazio).
Non si tratta di fare polemica o di chiedere al sistema
bancario di fare cattivo credito: dare, cioè, soldi indiscriminatamente a
tutti. Bensì di prendere atto di una situazione reale, gravida di conseguenze
negative. E’ necessario sia ripristinare l’agibilità dei circuiti creditizi per
le imprese, tutte le imprese e, al contempo, evitare che questi impulsi
depressivi si trasmettano completamente anche alle famiglie consumatrici.

La sintesi macroeconomica, che ci permettiamo di effettuare
in termini ancora ottimistici, dice che il profilo di contrazione dei consumi
potrebbe non eccedere l’1% in termini reali, con una modestissima crescita alla
fine del 2010, a condizione che la disoccupazione non ecceda l’8-8,5% nel 2009
(cioè che non si superino i 2,1-2,2 milioni di persone in cerca di
occupazione). Il profilo del Pil si palesa flettente nell’anno in corso per
almeno il 2,3% e sostanzialmente piatto nel 2010 (qui devo dire che non ho
capito se i previsori delle istituzioni internazionali calcolano qualche
effetto delle manovre messe in campo dal Governo: secondo noi dovrebbero avere
effetti positivi per qualche decimo di punto di Pil: cioè senza di esse la
contrazione del prodotto nel 2009 sarebbe superiore).
La caduta degli investimenti si avvicina al 10%, correlata a
una caduta della fiducia degli imprenditori, come visto, del 34% circa a
partire dal picco ciclico del terzo trimestre 2007. Quella che è oggi una
recessione potrebbe trasformarsi in depressione (Pil a -4% nell’anno in corso)
se a causa di un crollo della fiducia dei consumatori dovesse venire a mancare
il contributo dei consumi delle famiglie (a questo punto vedete che è una
questione aritmetica).
Si può ipotizzare che una riduzione di mezzo punto degli
interessi sul debito pubblico che andasse a finanziarie riduzioni della
pressione fiscale sul lavoro, potrebbe generare maggiori consumi e redditi tali
da contenere la caduta del Pil nel 2009 nei limiti dell’1,5%.
In ogni caso, appare necessario valutare con attenzione la
possibilità che la crisi comporti alcuni gravi effetti irreversibili sul
tessuto produttivo e su quello commerciale. Sostanzialmente, cambierebbero i
connotati della nostra bella Italia, non solo le sue potenzialità di crescita.

Possiamo facilmente apprezzare l’impressionante sviluppo del
saldo negativo delle imprese in alcuni particolari settori. Questo è il
problema della potenziale desertificazione dei centri storici e delle prime
periferie (con possibile effetto banlieue, cioè un sistema urbano il cui primo
segnale di degrado oggettivo è fornito dalla scomparsa del tessuto commerciale
che di solito innerva le città sane e costituisce la prima infrastruttura per
le relazioni economiche dei cittadini).
In prospettiva questo trend potrebbe risultare enfatizzato. A
nostro avviso le evidenze empiriche non raccontano più di una competizione
virtuosa che seleziona i migliori: esiste oggi una dimensione patologica legata
all’insufficiente crescita economica.
Larga parte di questi saldi negativi tra aziende nate e
cessate è dovuta alla stagnazione dei consumi e alla compressione delle spese
commercializzabili a causa di costi fissi che per le famiglie sono crescenti.

Coloro che sono convinti che sia un semplice effetto della
competizione, non si accorgono delle implicazioni pericolose del fenomeno sui livelli
occupazionali (oltre che sulla fisionomia delle nostre città); mentre in
passato la grande distribuzione era in grado di assorbire quote crescenti di
occupazione - fenomeno che riscontriamo nello sviluppo della quota di
lavoratori dipendenti nel commercio - oggi la compressione dei margini che essa
ha subito (per diverse ragioni tra le quali la prima è la riduzione dei consumi
commercializzabili) non glielo consente più. Questo per lo specifico settore
del commercio al dettaglio. Ma, più estesamente, potrebbe palesarsi oggi un
problema prima soltanto immaginato: l’espulsione di competenze e
professionalità dal mondo della distribuzione, dell’accoglienza, della
ristorazione, della delivery logistica e dei servizi in generale, senza
possibilità di re-impiego.
Sarebbe una perdita secca che l’Italia, per come è fatta, non
credo possa permettersi.
Una prima risposta, immediata ed efficace, può giungere,
appunto, dagli enti bilaterali, oggi investiti di nuove competenze e,
naturalmente, di maggiori responsabilità.