
Il turismo è in affanno, altro che tassa di soggiorno
Il presidente di Confturismo, Bernabò Bocca, ha presentato
oggi il “Dossier turismo e competitivita’”. Il settore turistico
italiano sta perdendo sempre più competitività a causa della mancanza di una
vera e propria politica di rilancio. Secondo i dati contenuti nel dossier, il
saldo della bilancia turistica nazionale da due anni è in discesa, gli
stranieri scelgono sempre meno l’Italia come meta delle loro vacanze, gli
operatori del settore si lamentano, e la paventata reintroduzione della tassa
di soggiorno non è certo lo strumento per rilanciare un comparto che necessita
di ben altre misure. Il primo problema evidenziato da Confturismo è la mancanza
di promozione del prodotto turistico: solo 24 milioni di euro nel 2004 contro i
103 della vicina Spagna o i 74 della Francia. Altra “sofferenza” è quella
dell’Iva: su alberghi e ristoranti italiani grava per il 10% contro, ad
esempio, il 7% della Spagna o l’8% della Grecia. Nonostante ciò, la ricerca evidenzia
che il turismo in Italia continua ad essere un comparto produttivo in ascesa in
termini di posti di lavoro a dispetto delle esigue agevolazioni che riceve: nel
2003, infatti, il settore, pur ricevendo un quarto degli incentivi economici
dati dalla legge 488 all’industria, ha generato quasi il 17% di posti di lavoro
in più. Per questo motivo Confturismo chiede una ristrutturazione profonda del
settore. Queste le priorità: no alla tassa di soggiorno, istituzione di una
autorità nazionale di governance per il turismo, coinvolgimento delle
associazioni di categoria e delle Regioni in quello che sarà il nuovo Enit,
armonizzazione dell’Iva rispetto ai competitors europei, deduzione Iva per il
turismo congressuale, credito d’imposta per l’installazione di impianti di
aerazione nei locali pubblici, credito
d’imposta del 10% per la realizzazione di cataloghi e altri strumenti per la
promozione e commercializzazione, ottenimento della concorrenza di tutte le
forme di lavoro (stagionali, temporanei) in fase di compuuto ai fini di sgravi
ed incentivi.
La crisi perdurante del settore turistico italiano è
facilmente individuabile attraverso la lettura relativa all’andamento della
bilancia turistica italiana e al numero complessivo di presenze. Nel primo caso
l’andamento per gli anni 1991-2002 dimostra un trend in costante diminuzione
dall’anno 1994, tranne che per l’anno 2000 (Giubileo). Il valore del 2002
(ultimo dato disponibile), pari a 10.396 milioni di euro, riporta il valore
assoluto della bilancia turistica italiana indietro di 7 anni, senza
dimenticare che sicuramente i dati relativi al 2003 e 2004 non saranno in grado
di invertire la rotta. Anche il dato relativo alla spesa turistica dei turisti
stranieri in Italia (Fonte UIC 2000-2003), oltretutto, dimostra le sofferenze
del settore rispetto al contesto internazionale con una diminuzione media dal
2000 pari al –2,6%. Per quanto riguarda il numero complessivo delle presenze
totali, invece, l’Italia nel 2003 ha un dato nettamente inferiore al 2001 con
una stima del 2004 ancora peggiore. La variazione percentuale, inoltre,
raffigura un trend in costante diminuzione (anche in questo caso con
l’eccezione dell’anno giubilare). Da
sottolineare, infine, come sia molto grave la diminuzione dei turisti stranieri
nel 2003 rispetto all’anno precedente sia in termini di arrivi (-4,25%) che di
presenze (-4,4%). L’origine di questa profonda crisi, che rischia di
coinvolgere tutta la filiera turistica e il relativo indotto diretto ed
indiretto, affonda le proprie radici in una pluralità di cause che da molti
anni non trovano risposte adeguate nella politica economica e di settore in
Italia. L’ammontare totale degli investimenti destinati all’ENIT, ad esempio,
vede il nostro paese nettamente in ritardo rispetto ai diretti competitors
europei. La Francia, infatti, in promozione turistica spende tre volte
l’Italia, mentre la Spagna investe nel settore addirittura più del quadruplo.
In più, in Italia manca una vera e propria politica nazionale: oggi, ogni
Regione, in relazione alla promo-commercializzazione, all’organizzazione ed
alla progettazione di settore, marcia in una direzione propria sminuendo
l’incisività delle politiche di settore. Ne sono testimonianza diretta i
Sistemi Turistici Locali, ovvero quei soggetti pubblico/privati demandati dalla
nuova legge quadro (L. 135/2001) a promuovere ed organizzare il turismo in
ambito locale. Laddove sono previsti, questi organismi trovano una propria
organizzazione specifica, mentre nelle Regioni che non si sono dotate di questo
strumento e, oltretutto, non intendono farlo nemmeno in futuro,
l’organizzazione turistica regionale risulta essere fortemente eterogenea nella
distribuzione delle competenze territoriali e delle funzioni amministrative.
Oltre a questi fattori di carattere prettamente strutturale, sono da
evidenziare altri elementi di contesto che penalizzano pesantemente le nostre
imprese nei confronti dei competitors europei: il costo del carburante
in Italia (benzina verde e diesel) è mediamente più alto, anche fino al 33% in
più rispetto alla Grecia; il costo relativo al transito sulla rete autostradale
ci vede nettamente penalizzati soprattutto nei confronti della Spagna e
Germania (gratuito) e della Francia (dove il costo è simile, ma la qualità
della rete stradale è migliore); gli alberghi e i ristoranti hanno un’aliquota
Iva fortemente penalizzante rispetto alla media europea che costituisce una
vera e propria tassa sulla competitività. Analogo problema riguarda l’Iva sulle
agenzie di viaggio e sugli stabilimenti balneari. A fronte delle problematiche
appena esposte, il turismo continua ad essere indiscutibilmente uno dei settori
trainanti dell’economia nazionale, sia in termini di contribuzione al PIL che
in termini di creazione di occupazione. I dati relativi alle performance create
in seguito alle agevolazioni della legge 488 del 92, infatti, parlano chiaro:
al settore è destinato solo il 21,4% dell’ammontare complessivo delle risorse
(il 75,5% all’industria e il restante al commercio) ma, rispetto all’industria,
è in grado di creare il 16% di occupati in più per ogni milione di euro
investito.
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