Energia
& innovazione
Tre
volte venti, la formula europea per salvare l’ambiente
Tre
volte venti. E’ la risposta dell’Unione europea al grido d’allarme lanciato,
nei giorni scorsi all’Onu, dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama
sull’emergenza ambientale. “Si rischia la catastrofe irreversibile se non
adotteremo misure vigorose contro il surriscaldamento del pianeta”. Ma il
vecchio continente sembra aver ha già deciso: Meno 20 per cento di gas serra
rispetto al 1990; 20 per cento del fabbisogno energetico attraverso le fonti
rinnovabili e aumento del 20 per cento dell’efficienza energetica.
Abbattere nei prossimi dieci anni il 20 per cento dei gas
serra, aumentando della stessa percentuale sia l’utilizzo di fonti rinnovabili
di energia che l’efficienza energetica. Un piano ambizioso quello varato
dall’Unione europea per contrastare il surriscaldamento del pianeta, attraverso
un accordo che succeda al protocollo di Kyoto, in scadenza nel 2012.
Ma quanto costa il “raffreddamento globale” e soprattutto,
è possibile coniugare la tutela dell’ambiente e la competizione sui mercati?
In Italia, la premessa a questa domanda, sta tutta in una
cifra inquietante: i combustibili fossili (petrolio e carbone) incidono per il
78 per cento sul bilancio energetico nazionale. Quindi: ad ogni balzo in alto
delle quotazioni del petrolio, l’effetto immediato è un picco di inflazione.
Più cresce la domanda di energia in Italia e più l’economia è esposta
all’aumento dei prezzi dei combustibili.
Per il presidente Obama, i costi delle politiche
ambientali sono compensati dalla creazione, nel giro di dieci anni, di 5
milioni di posti di lavoro nel settore dell’energia pulita. Ma nell’immediato,
i costi del caro elettricità, sono tutti a carico delle piccole e medie
imprese.
In termini di consumi aggregati, ad esempio, il settore
terziario rappresenta più di un quarto della domanda nazionale. Inoltre,
secondo i dati a disposizione della commissione Ambiente di Confcommercio, per
le utenze di dimensioni maggiori (grande distribuzione, imprese import-export o
aziende turistiche), la voce energia, nei bilanci 2008, ha rappresentato anche
la seconda voce di costo, dopo quella del personale.
CONFRONTO SPESA ELETTRICA 2005-2008

ENERGIE
RINNOVABILI TROPPO CARE
Allora non ci resta che puntare sulle energie rinnovabili
per risparmiare sulla bolletta energetica. Ma i costi sono del 35 per cento in
più in Italia rispetto agli altri paesi europei. Lo rivela una studio
dell’Aper, l’associazione dei produttori di energia da fonti rinnovabili che
individua una serie di criticità, le quali aggiungono extra-costi e oneri
aggiuntivi alle Pmi che vogliono innovare in questo settore. Al primo punto c’è
l’incertezza sugli iter autorizzativi degli enti locali. A seguire le
difficoltà tutt’ora esistenti sulle procedure e sui costi di allacciamento. E
non da ultima, l’assenza di produttori nazionali. Lo studio evidenzia il forte
contagio, da parte delle comunità locali, della cosiddetta “sindrome di Nimby”
(not in my back yard) nei confronti dell’eolico e delle biomasse. Senza questi
extracosti – sempre secondo l’Aper – il costo di produzione dell’energia da
fonti rinnovabili è compreso tra 11 e 15 centesimi di euro a chilowattora. Il
costo di produzione tende invece a salire fino a 40-50 centesimi per l’energia
elettrica prodotta dai pannelli solari e dalle centrali solari fotovoltaiche.
Ma a complicare la situazione, c’è l’inquinamento da
troppe leggi ambientali, che generano un clima di confusione ed incertezza tra
i piccoli imprenditori. E l’adeguamento alle disposizioni normative in campo
ambientale, comporta un impegno aggiuntivo sia di risorse umane che
finanziarie, difficilmente reperibili per le piccole e medie imprese.
LE
PRIORITA’ DI CONFCOMMERCIO SU AMBIENTE ED ENERGIA
Il 2008 si è contraddistinto per un brusco innalzamento
dei prezzi di tutti i prodotti energetici, i quali hanno raggiunto livelli
record indebolendo tutte le economie europee. In sostanza, il caro energia ha
contribuito a ridurre la competitività delle imprese e contraendo la
propensione al consumo dei cittadini. E’ necessario quindi, pianificare una
serie di interventi di politica energetica per la crescita economica del nostro
paese. In quest’ottica, Confcommercio ha elaborato due manifesti, dedicati
all’energia e all’ambiente. Nel primo si evidenzia in particolare la necessità
di:
-
realizzare politiche che indirizzino più
investimenti in tecnologia ecocompatibile e più ricerca;
-
attuare una forte semplificazione
amministrativa e normativa;
-
aprire tavoli di confronto tra istituzioni
e mondo delle imprese per valutare il reale impatto delle disposizioni
comunitarie, le peculiarità ed i riflessi applicativi nel cotesto del tessuto
imprenditoriale nazionale;
-
chiarire la mancata specificazione dei
termini e delle modalità di implementazione degli oneri ricadenti sui
distributori/commercianti per quanto riguarda alcune rilevanti normative come
quella relativa ai rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche e
quella relativa alle pile ed accumulatori;
-
incrementare il peso competitivo delle
imprese, in termini di innovazione e sviluppo, agendo sull’ambiente quale
principale leva strategica;
-
innescare un grande processo di
transizione per conseguire insieme profitto economico, sostenibilità ambientale
che incentivi e sviluppi nuova imprenditorialità con conseguente creazione di
posti di lavoro.
Queste invece le principali indicazioni contenute nel
manifesto per l’energia:
-
ridurre la domanda di energia puntando sul
risparmio energetico
-
accrescere l’utilizzo di fonti rinnovabili
-
promuovere con decisione la generazione
distribuita decentralizzata
-
mantenere un corretto equilibrio nella
produzione di energia da fonti fossili convenzionali diversificando i canali
d’importazione.
Secondo
i due documenti elaborati da Confcommercio, è rilevante
l’aspetto fiscale in
quanto il gettito raccolto tramite il prelievo fiscale sui prodotti petroliferi
e sulle commodities dell’elettricità e del gas rappresenta oramai una prassi
consolidata dai governi per raccogliere risorse non sempre finalizzate allo
sviluppo della politica energetica e ambientale.
LA
SOLUZIONE DELL’ENI: INTRODURRE LA CARBON TAX
“Efficienza energetica e ricerca e sviluppo su fonti
complementari di energia sono i due principali strumenti a nostra disposizione
per ridurre le emissioni di anidride carbonica. Sono giganti dormienti che
soltanto prezzi finali stabili e relativamente alti dei combustibili fossili
possono risvegliare. L’Occidente, che in passato ha letteralmente divorato
energia, dovrebbe essere il primo a mettersi a dieta”. Sono parole pronunciate
da Paolo Scaroni, amministratore delegato Eni durante
ll “Lederaship Forum on climate change” tenutosi a New York durante l’assemblea
dell’Onu e alla presenza del segretario generale Ban Ki Moon. L’intervento ha
messo in luce una questione al centro degli attuali dibattiti climatici,
l’introduzione di una “carbon tax” come strumento rapidamente attuabile per
contrastare le emissioni climalteranti. “I combustibili fossili continueranno a
essere la nostra principale fonte energetica per i prossimi decenni. La sfida è
quella di trovare il modo per continuare a fare uso di queste fonti riducendo
le emissioni di gas serra. Una cosa è certa: un’energia a basso prezzo non ci
aiuta”. Ed ecco perché utile risulterebbe per Scaroni “una piccola carbon tax”
che “attribuendo un costo stabile alla CO2 influisca immediatamente sulle
decisioni di investimento.
L’INTERVISTA
L’appello
del presidente Obama a fare presto deve essere ascoltato, ma i costi delle
energie rinnovabili per le aziende sono ancora troppo alti e gli incentivi
statali sono insufficienti e poco allettanti. Lo afferma Errico Risaliti,
presidente della commissione nazionale per le politiche energetiche di
Confcommercio e per anni al vertice di Assopetroli.
E’ possibile
limitare la dipendenza dal petrolio puntando sulle energie rinnovabili, senza
alterare le condizioni di mercato per le Pmi che scelgono di innovare in questo
settore?
E’ difficile. Perché in Italia i costi per l’approviggionamento energetico alternativo sono ancora troppo elevati. E il documento varato dal governo sulla strategia energetica nazionale non scioglie tutti i dubbi delle imprese.
Quindi
la strategia del venti per cento dell’Ue sarà un flop in Italia?
Ci auguriamo di no e anzi, stiamo lavorando affinché le
nostre aziende siano consapevoli dell’importanza delle energie alternative e
siano in grado di programmare interventi per passare all’eolico o ad altre
fonti. Ma i costi sono ancora elevati.
Perché?
Scontiamo un ritardo notevole nell’approccio al tema
energie alternative e piccole e medie imprese. Troppi i passaggi burocratici.
Legislazione ancora incerta e meccanismi attuativi complicati, impediscono alle
aziende di alleggerire la bolletta energetica. Ma a scoraggiare gli imprenditori
sono i costi degli investimenti e le agevolazioni statali sono di modesta
entità.
Secondo
il governo però con il ritorno del nucleare, pagheremo di meno l’energia e, per
le imprese, sarà un’occasione per fare nuovi investimenti, visto che in un anno
l’aumento medio della bolletta per una piccola azienda è di circa seimila euro…
Il ritorno al nucleare per l’Italia è una scelta che non
risolve i principali interrogativi sulla sicurezza delle centrali di terza
generazione e sulla dipendenza nell’approviggionamento dell’uranio. Penso che
si debba dare priorità alla messa in sicurezza delle vecchie centrali, prima di
costruirne nuove che saranno comunque operative tra molti anni.