Melenzana vince e carciofo
perde. E, come nel gioco delle tre carte, sul tavolo dei mercati del contadino
si gioca d’azzardo. La prima puntata è del governo Prodi con la Finanziaria
2007 che autorizza per la prima volta i farmer’s market. Gli agricoltori possono
vendere i propri prodotti direttamente al consumatore. Dove? E innanzitutto:
come? Le amministrazioni comunali, in mancanza di regolamenti attuativi,
concedono per le vie brevi con iter tipici delle manifestazioni promozionali
occasionali, spazi pubblici per la vendita dei prodotti della terra. Ma di
quale terra si tratta? Andiamo con ordine. I farmer’s market, nati con
l’obiettivo dichiarato di assicurare prezzi equi, nell’intenzione del
legislatore nazionale rappresentano una forma di vendita che rafforza il legame
del prodotto con il territorio.
Tracciabilità inesistente
Come nel più classico compito di
matematica delle scuole elementari di qualche decennio fa, “un contadino va al
mercato e vende dieci chili di pesche”. Ma oggi, se le pesche sono della terra
del contadino nessuno può saperlo. Anche perché nel decreto legge non si
accenna alla tracciabilità e, nel mercato del contadino potrebbero comparire
anche esotici caschi di banane provenienti dal continente nero. E ancora: il
mercato non è quello degli ambulanti, con gli spazi riservati e le
infrastrutture di supporto (acqua, luce e scarichi) concesse dall’ente locale,
ma un gruppo di tavolini e qualche sedia dove scambiare i “prodotti dell’orto”
con il denaro. Senza passaggi intermedi, senza rete commerciale e senza regole.
Ma soprattutto senza scontrini fiscali e pesatura obbligatoria con bilance
omologate.
Zero vantaggi per il consumatore
In sintesi allora, quali sono i
vantaggi per il contadino, o meglio, per le associazioni di rappresentanza
agricola che incentivano le aperture dei farmer’s market nelle piazze
cittadine? Tasse zero per
l’occupazione di suolo pubblico; elusione delle norme tributarie sulla
rendicontazione obbligatoria; spese zero per l’adeguamento dei locali di
vendita alle norme igienico-sanitarie. Inoltre questi mercatini, insistono in
aree comunali la cui destinazione, secondo le previsioni dei piani commerciali,
non è mercatale. E quindi a nulla valgono le prescrizioni a tutela del
commercio di vicinato, laddove è fatto divieto di insediare mercatini ambulanti
a meno di 500 metri da strutture commerciali.
E i vantaggi per il consumatore?
Prezzi più bassi, è la risposta più naturale. Ma anche su questo tavolo si
gioca d’azzardo. Secondo una recente indagine di Nomisma sulla filiera
agroalimentare, per ogni 100 euro di spesa, ben 97 sono i costi sostenuti dai
diversi operatori, interni ed esterni. La filiera, secondo l’autorevole
istituto, è fortemente zavorrata e polverizzata. Energia, trasporti, incidenza
dell’imposizione fiscale sono costi tutti sulle spalle del commerciante e
praticamente inesistenti per i venditori dei farmer’s market. Ma, portafoglio
alla mano, il risparmio sparisce. Proprio come nel gioco delle tre carte.
Il teorema di Coldiretti
Ma secondo Coldiretti, la sigla
di rappresentanza degli agricoltori più attiva nel promuovere questi mercati, i
prodotti del contadino restano i preferiti dagli italiani anche perché,
l’acquisto diretto è sinonimo di tutela dalle frodi alimentari.
A smontare questo teorema ci
pensa la Fipe, la federazione dei pubblici esercizi aderente a
Confcommercio: “Gli unici
trattamenti sui prodotti agro-alimentari – afferma Edi Sommariva, direttore
generale Fipe-Confcommercio -
avvengono al momento della produzione, non certo nella filiera
distributiva che è naturalmente obbligata a conservare bene la merce”. Per
Sommariva, anzi, il consumatore è mano garantito da questa modalità d’acquisto:
“è del tutto evidente che il consumatore si rivolge direttamente al contadino
solo con l’idea, ma non con la certezza, di acquistare un cibo più genuino e
scevro da alterazioni o frodi alimentari. Non a caso il latte fresco preso dai
distributori automatici va bollito prima di essere ingerito, come ben sanno i
consumatori e come sostenuto in una circolare del ministero della Salute”.
Concorrenza sleale
“Bisogna evitare attentamente
che i farmer’s market diventino una forma di concorrenza sleale nei confronti
di altre forme di commercio. Bisogna stare attenti che quella dei cosiddetti
mercati agricoli non si trasformi in qualcosa di diverso rispetto alla vendita
diretta intesa come tale”. L’allarme non arriva dalle categorie commerciali ma
direttamente dal padre del decreto legge sui mercati del contadino, l’ex
ministro per le Politiche agricole e attuale presidente della Commissione
Agricoltura del Parlamento europeo. Ad attirare l’attenzione dell’ex ministro,
una pratica comune osservata dagli organizzatori di questi mercati, ovvero la
cassa comune. Un sistema questo che contrasta palesemente con la vendita
diretta in senso stretto e presuppone un’organizzazione commerciale ben
strutturata. “La cassa comune – aggiunge
De Castro – non deve essere un meccanismo nascosto per fare concorrenza
sleale ad altre forme di commercio. E il testo di legge non parla di alcuna
cassa comune e condivisa. E comunque – insiste l’ex ministro – i farmer’s
market non sono destinati a risolvere il problema del settore agroalimentare
sia in termini di abbassamento dei prezzi che in termini di reddito. Basti
pensare che negli Stati Uniti ci sono 4.500 mercati degli agricoltori, e
rappresentano solo il 3 per cento del prodotto lordo vendibile”.
L’assalto agli scaffali della grande distribuzione
Se il trucco del prezzo comunque
alto è presto svelato, più complesso invece è il sistema adottato da produttori
associati per tentare l’assalto agli scaffali della grande distribuzione. Prima
attraverso operazioni di marketing locale, con appositi corner nei supermercati
del tipo “l’angolo del contadino” e fino alla dichiarazione di guerra, ancora
una volta siglata da Coldiretti insieme ad alcune sigle di associazioni di
consumatori che sparano ad alzo zero e chiedono la “testa” della filiera
agroalimentare, puntando alla vendita diretta dei prodotti dell’orto
direttamente all’interno della grande distribuzione.
Un’imposizione questa, che trova
uno sbarramento convinto da parte di Federdistribuzione, la federazione
aderente a Confcommercio che rappresenta gli interessi delle grandi strutture
di vendita. “ La grande distribuzione organizzata è disponibile a valutare la
compatibilità di punti vendita di produttori all’interno dei supermercati –
afferma il presidente Paolo Barberini – ma senza obbligo alcuno e a patto che
questa formula commerciale possa affermarsi presso i consumatori senza godere
di forme di incentivazione o di ‘protezione’ da parte delle istituzioni”.
Barberini sottolinea che i prodotti locali e di qualità sono già da tempo sugli
scaffali della grande distribuzione e l’attività dei farmer’s market deve
essere effettuata nel pieno rispetto delle normative amministrative,
igienico-sanitarie e fiscali. Poi l’affondo finale: “C’è poi da chiedersi –
aggiunge Barberini – se un agricoltore che diventa anche commerciante debba
continuare a godere dei sussidi dedicati al settore agricolo. Una volta
rispettate regole e norme comuni, ed eliminati i sussidi, andrà verificata
l’effettiva competitività del prodotto”.
L’’INTERVISTA
Abbascià (Fida): Illegali e poco convenienti
Più che sostenere i consumi, queste nuove forme di commercio si
prefigurano come l’ennesimo aiuto agli agricoltori e non mantengono spesso le
promesse per cui sono nate, cioè di attuare prezzi più bassi. Lo afferma Dino
Abbascià, presidente della Fida-Confcommercio, la federazione dei dettaglianti
dell’alimentazione che aggiunge: “I farmer market di fatto promuovono la
concorrenza sleale”.
Presidente partiamo dai prezzi nei farmer market. E’ davvero
conveniente fare la spesa in questi mercatini?
No. E lo abbiamo dimostrato dati
alla mano, con una comparazione effettuata qualche mese fa a Milano, tra i
prezzi praticati dagli esercizi di vicinato e questi mercati. Con corredo di
materiale fotografico. E i media ci hanno dato ragione e sconfessato il luogo
comune del risparmio.
Una delle principali accuse è la concorrenza sleale. Perché?
Gli agricoltori che partecipano
a questi mercati non pagano l’occupazione di suolo pubblico e le relative
concessioni. E non sono soggetti al rispetto delle normative igienico-sanitarie
per il trattamento e la conservazione di generi alimentari. Praticamente i
costi sono più che dimezzati.
Quali sono le irregolarità fiscali che contestate?
Di regola chi vende all’interno
di questi mercati non emette lo scontrino fiscale e non è tenuto al rispetto
delle normative fiscali sul commercio al dettaglio. Queste forme di vendita
poi, vengono effettuate al di fuori delle aree mercatali stabilite dalle
singole amministrazioni comunali. E quindi non valgono le prescrizioni sulle
distanze minime dagli esercizi di vicinato. In pratica è possibile autorizzare
un farmer market anche a pochi metri da un negozio che vende gli stessi
prodotti, pagando però le tasse locali e nazionali e osservando tutte le
prescrizioni per il commercio al dettaglio.
L’INDAGINE
Su cento euro di spesa, solo 3 rappresentano l’utile di tutti gli
operatori della filiera
Su 100 euro di spesa
alimentare in Italia, 97 euro rappresentano i costi sostenuti dalle imprese
dell’agroalimentare dell’intera filiera. L’utile complessivo (per tutti gli
operatori interni ed esterni) è solo di 3 euro, ovvero una parte molto
marginale del prezzo finale. Lo rileva Nomisma, che ha effettuato un’indagine
lungo tutta la filiera dell’agroalimentare e mette la parola fine alle
polemiche innescate all’indomani dell’introduzione dei farmer market in Italia
con apposito decreto governativo allegato alla Finanziaria del 2007.

(Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat,Eurostat,
Aida)
La formazione del prezzo
di un prodotto alimentare coinvolge una pluralità di attori. Tra questi i
protagonisti sono senz’altro gli operatori della filiera agroalimentare
(agricoltura, industria alimentare, grossisti, distribuzione a libero servizio,
dettaglio tradizionale e ristorazione) a cui si affiancano un insieme di
soggetti esterni alla filiera che ad essa offrono servizi essenziali
(trasporto, packaging, energia, ecc…).
Questo elevato livello
dei costi, secondo Nomisma, potrebbe ridursi in presenza di una filiera
agroalimentare meno polverizzata e più efficiente e di un sistema
infrastrutturale (sistema di trasporto e reti energetiche ad esempio) più
vicino agli standard europei.
In questo scenario si
profilerebbe un recupero di valore che potrebbe tradursi in una riduzione dei
prezzi al consumo e in un contestuale incremento degli utili dei vari operatori.