Per tutti è ormai Basilea 3 e si tratta del nuovo
accordo, approvato dal comitato dei governatori delle banche centrali, che
impone requisiti patrimoniali più severi per l'operatività delle banche.
L’obiettivo è di “costringere” gli istituti di credito a provvedersi di
maggiori risorse per resistere anche alle crisi più gravi, quale quella recente
dei mutui subprime, capace di mettere in ginocchio il sistema finanziario
internazionale.
Un’iniziativa
s’imponeva. Le cifre spese dai paesi occidentali per salvare le proprie banche
sono state talmente iperboliche da rendere impensabile il mantenimento della
vecchia regolamentazione.
Per
capire in cosa consista l’accordo e quali materie intenda regolamentare,
occorre partire dal dato ovvio che gli istituti di credito debbano
necessariamente avere alcune regole a cui rifarsi. Altrimenti potrebbe capitare
ciò che purtroppo è già successo diverse volte. E cioè che nei momenti critici
chi ha ricevuto soldi in prestito non sia in grado di restituirli alla banca;
banca che, a sua volta non riuscirebbe a fare altrettanto con quanti le hanno
affidato il proprio denaro. Con il risultato di fallire facendo perdere ai
risparmiatori i soldi investiti. Oppure dovrebbe scendere in campo lo stato,
soprattutto se il fallimento non è un caso isolato, per evitare che si sparga
il panico. Come? Cominciando a pompare montagne di denaro negli istituti di
credito, nella speranza di riuscire a chiudere la falla e pregando che nel
frattempo non vada all’aria tutto.
Basilea
3 vuole essere un tentativo di evitare simili venti di burrasca. In realtà, le
banche hanno già l’obbligo di mantenere una quota di capitale come riserva. Da
tempo si sono dovute provvedere di una sorta di tesoretto a cui poter attingere
in caso di emergenza per far fronte alle insolvenze. Un tesoretto evidentemente
troppo piccolo se, alla prova dell’ultima crisi, per più di un istituto si è
rivelata insufficiente. Da qui l’esigenza dell’accordo, voluto dalle banche centrali, che
imponga requisiti patrimoniali più severi per le banche, a cominciare da un rimpinguamento della cassaforte di “scorta”.
Il
pacchetto dei provvedimenti approvati prevede un rapporto tra capitale e
rischio ponderato del 4,5% (oltre il doppio dell’attuale 2%) più un ulteriore
margine del 2,5%; misure che portano a fissare al 7% la nuova soglia sotto la
quale è vietato andare. Le banche il cui capitale dovesse scendere nella zona
cosiddetta di sicurezza andrebbero infatti incontro a restrizioni sui pagamenti
dei dividendi e dei bonus discrezionali.
Con l’accordo di Basilea 3 non saranno neanche più
possibili quei “make-up” finanziari che hanno consentito fino ad oggi agli
istituti di credito di rispettare gli impegni nella forma, ma non nella
sostanza. Come nel caso delle cosiddette “obbligazioni subordinate” contate
come capitale. Si tratta di obbligazioni troppo simili a quelle normali, quindi
del tutto inadatte ad assorbire eventuali perdite, che le nuove regole
impongono di sostituire con titoli che prevedano la possibilità di perdere
parte del capitale in caso di problemi (è evidente che, una volta presente tale
elemento di rischio, la banca dovrà allettare i risparmiatori con buoni
interessi se vorrà convincerli a sottoscrivere questi titoli).
Tutto insomma lascia pensare che Basilea 3 possa
essere un importante passo in avanti verso l’introduzione di parametri e regole
di vigilanza che consentano di evitare il ripetersi di crisi finanziarie come
quella che ci stiamo lasciando alle spalle. Dovranno
sottomettersi alla “cura” anche le banche italiane, che pure non hanno fatto
ricorso come altri istituti di credito europei al massiccio aiuto da parte
degli stati. Non sarebbe stato giusto “premiare” chi si è comportato bene?
Forse sì. Ma si è preferita la
strada della legge uguale per tutti.
Allo stesso tempo, però, occorre tener presente che
l’adozione di regole e parametri di bilancio
rigidi per gli operatori finanziari potrebbe comportare il rischio di limitare
i flussi creditizi destinati all’economia reale. Se è infatti necessario definire regole
internazionali per un’adeguata stabilità e liquidità delle banche, è allo
stesso tempo fondamentale continuare a garantire adeguati flussi di
finanziamento dal sistema bancario a imprese e famiglie. “Ciò significa che nel periodo transitorio – dice Ernesto Ghidinelli responsabile del settore credito
–bisognerà trovare il modo perché non
diminuiscano gli impieghi destinati a quei soggetti più difficili da valutare
quali le piccole e medie imprese. Questo perché la stabilizzazione del sistema
finanziario internazionale non può tradursi in un nuovo credit crunch a danno
di quella parte dell’economia reale che ha già subito gli effetti della recente
crisi”.
Per
evitare questo rischio Rete Impresa Italia, il soggetto di rappresentanza che
riunisce Confcommercio, Confartigianato, Cna, Confesercenti, Casartigiani,
auspica che banche, associazioni di impresa e consorzi fidi costruiscano un più
stretto rapporto di collaborazione. Questo per far sì che i piccoli imprenditori trovino in banca gli stessi criteri,
semplici e rigorosi, applicati dai consorzi fidi che, grazie all’approfondita conoscenza della realtà produttiva,
sanno valutare
la reale affidabilità degli imprenditori. Cosa che ha consentito loro di
ottenere ottimi risultati sul piano della solvibilità delle imprese. Soprattutto in questa delicata fase in
cui occorre sostenere la ripresa, gli imprenditori che chiedono finanziamenti
per investire e produrre, dovrebbero poter trovare negli
istituti di credito la necessaria fiducia e non, come spesso invece
capita, vedersi sbarrare la strada
da rigidi automatismi e modelli matematici che aumentano costi e difficoltà di
accesso al credito.
Strada,
quella della collaborazione, ampiamente percorribile, visti anche i tempi
“biblici” concessi per mettersi in regola. L’entrata in vigore della riforma, che vedrà il via
libera con la ratifica del G20 di Seul in novembre, sarà graduale: dal 1°
gennaio 2013 fino ad arrivare alla piena attuazione al 1° gennaio 2019.