Ci sono indizi e prove.
Tra i primi, si fa spazio la considerazione che parole
come Basmati, kebab, felafel, halal, kosher, misteriose fino ad appena pochi
anni fa oggi sono diventate di uso comune e ci rimandano immediatamente a
cucine esotiche. Cucine che tanto esotiche non sono più, se è vero quanto
dicono (ecco le prove) sempre più ricerche e studi su un’ormai acquisita
dimestichezza con prodotti un tempo rari. Una delle ultime indagini in ordine
di tempo, quella della Swg, certifica che nel 2009 un italiano su tre ha
consumato più o meno regolarmente cibi etnici. Numeri che si vanno ad
aggiungere all’abituale consumo delle varie comunità di immigrati. Sarà per
questo che l’etnico tira, come un treno ad alta velocità? Di certo c’è che, pur
rimanendo ancora un prodotto di nicchia, nei negozi e supermercati italiani i
cibi “altri” stanno facendo registrare tassi di crescita impressionanti: il 71%
dal 2003 al 2009. Un dato che si fa ancora più spettacolare se confrontato con i
consumi alimentari complessivi che, ci dice l’ISMEA, Istituto
di servizi per il mercato agricolo alimentare, nel 2009 sono cresciuti appena
dello 0,6% rispetto all’anno precedente.
E
i supermercati si stanno organizzando
Insomma
un vero e proprio boom. Che sta facendo di questo comparto di gran lunga il più
dinamico della distribuzione commerciale. Anche perché ad alimentarlo non sono
solo e tanto gli italiani, quanto chi quel cibo lo mangiava già a casa sua,
essendo parte integrante di una tradizione gastronomica e a volte religiosa.
Parliamo naturalmente degli immigrati che sempre più numerosi giungono nel
nostro paese. È soprattutto pensando a loro che nei supermercati della grande
distribuzione stanno comparendo interi banchi dedicati a prodotti etnici. Come
il cibo halal (parola che in arabo significa consentito, ammesso) conforme alla
legge islamica, da poco in vendita in appositi spazi in alcuni supermercati
coop: cioè di animali quali polli, vitelli e agnelli (il maiale è naturalmente
escluso) uccisi per sgozzamento da un musulmano adulto seguendo un preciso
rituale (per altro mutuato dalla tradizione ebraica, che a sua volta detta
tutta una serie di prescrizioni per preparare cibo kosher).
L’immigrato?
Se può mangia il cibo di casa sua
Indicazioni
gastronomiche-religiose, dunque, ma anche culturali, di gusti e tradizioni.
Costumi destinati a trovare in Italia sempre più cittadinanza. Non fosse altro
per una ragione di numeri. Su 60 milioni di persone che abitano in Italia,
circa un 10% è fatto ormai di immigrati. Persone che guadagnano relativamente
poco, i più tra i 1000 e i 1500 euro al mese, ma per le quali la spesa
alimentare per i prodotti di casa provenienti da casa loro sembra essere una
priorità. Al riguardo, uno studio del Centro studi politica internazionale, pur
se limitato alla comunità senegalese, dice due cose interessanti. La prima è
che gli immigrati provenienti dal paese africano che mangiano solo o
soprattutto senegalese sono pochi, ma sarebbero molti di più se avessero
occasione di comprare più facilmente gli ingredienti dei loro piatti tipici. La
seconda è che la crisi economica ha complessivamente gli immigrati a limitare
la spesa. Con una vistosa eccezione: la quota destinata al cibo acquistato
presso i negozi etnici. Come a dire che al cibo delle origini difficilmente si rinuncia, se non si è
proprio costretti.
Un
affare da 5 miliardi di euro. E crescerà.
Quanto
“vale” oggi la spesa alimentare degli stranieri? Non meno di 5 miliardi di euro
l’anno, dice Federalimentare. Ed è destinata a crescere. Non stupisce quindi
che i “grandi” comincino a fiutare l’affare e che la Coop e Auchan, Carrefour e
Lidl stiano cominciando a mettere sempre più prodotti etnici sui loro scaffali.
A contendere il mercato dei cibi esotici ai Golia della grande distribuzione
c’è una miriade di Davide, cioè gli esercizi e negozietti aperti dagli stessi
immigrati, spacci dagli orari allargati che si stanno moltiplicando nelle città
del Nord (a Milano sono "straniere" il 13% delle botteghe alimentari
e il 15% delle macellerie) e che, con prezzi bassi e offerta multietnica,
stanno conquistando anche molti italiani.
L’aspetto
igienico-sanitario: un problema da risolvere
La sempre maggiore richiesta di
prodotti esotici potrà senza dubbio offrire nuove opportunità a produttori e
imprenditori italiani. Già vediamo l’introduzione in alcuni campi di coltivazioni poco tradizionali
come quella del cavolo cinese e industrie alimentari, nuove o riconvertite, che
producono cibo etnico. Detto questo, è però indubbio che, allo stato
delle cose, la maggior parte di questo cibo oggi viene dai paesi di origine,
oppure è preparato con materie prime di importazione extracomunitaria. Prodotti
che devono “fare i conti” con gli altissimi standard di sicurezza a cui siamo
abituati, che non sempre trovano una rispondenza negli altri paesi. Paesi dove
le regole in materia spesso non sono all’altezza delle normative comunitarie e
di una legislazione, la nostra, che in materia di prodotti alimentari ha messo
in piedi una rete di garanzie che è probabilmente la più rigorosa nel mondo.
Sonni tranquilli dunque? Sì e no. È un fatto che gli alimenti in entrata negli
stati membri della comunità europea siano sottoposti a controlli a campione
volti ad accertarne la conformità e che, una volta in Italia si possa contare,
tra gli altri, sui rigorosi controlli dei NAS, i Nuclei antisofisticazione dei
carabinieri. Ma non sempre basta, se è vero che un reato su quattro legato alla
frode e alla sofisticazione alimentare ha a che vedere con esercizi, bar e
ristoranti stranieri.
Insomma, è chiaro che qui non si
tratta di demonizzare
nessuno, ma solo di prendere atto che siamo in presenza di un aspetto da
tenere sotto osservazione e che nel tempo, se seguiterà il trend di crescita
del cibo etnico, dovrà essere oggetto di sempre maggiore attenzione.