A
volte ritornano.
Rammentate
(magari con una stretta di nostalgia) la frutteria di fronte casa dove
trovavate sempre la verdura pulita? E l’alimentari che stava proprio lì,
all’angolo del palazzo? Ricordate il negozio sotto il portone, quella tipologia
commerciale che l’avanzata irresistibile di supermercati, centri commerciali e
outlet sembrava aver condannato a morte certa quanto rapida? Beh, pare proprio
che bisognerà mettere via il de profundis e rimandare le esequie. Perché i
negozi di vicinato (adesso è così che si chiamano) stanno tornando di moda e si
riaffacciano in sempre maggior numero, soprattutto nelle città mediograndi (a
Bologna, tanto per fare un esempio, in poco tempo ne sono sorti oltre 140).
Oddio,
non è che questi esercizi siano rimasti proprio gli stessi di un tempo. Anzi,
più di una cosa è cambiata rispetto al passato. A cominciare dai proprietari.
Andati in pensione i vecchi gestori, al loro posto molto spesso oggi siedono
sorridenti signore indiane in sari o a qualche giovanotto di chiare ascendenze
mediorientali. E diversi sono anche i negozi, dal momento che quella sorta di
specializzato d’antan, la “monotipologia” di una volta, ha lasciato il posto a
piccoli market alimentari con prodotti generalisti, che offrono la comodità di
chiusure a tarda ora e l’apertura anche nei fine settimana.
Un ritorno, quello del negozio
di vicinato, che per la verità non sembra trovare ancora riscontro nei dati
statistici. Secondo le ultime rilevazioni di Unioncamere, le vendite al
dettaglio hanno infatti registrato una flessione pari allo 0,9% rispetto al
2004. In particolare, sono state proprio le imprese commerciali di piccole
dimensioni (cioè gli esercizi con meno di sei addetti) a registrare i cali
maggiori (—2,2%) a fronte di una maggiore capacità di tenuta evidenziata dagli
esercizi di maggiori dimensioni (+1,4% nella grande distribuzione alimentare).
Ma,
nonostante i numeri con il segno meno, ci sono segnali che il vento sta in
qualche modo cambiando. A testimoniarlo tra l’altro ci sono tutta una serie di
iniziative, di campagne di sensibilizzazione, di incentivi. È di questi giorni
il bando della regione Sicilia che mette a disposizione 20 milioni di euro come
incentivo all’apertura di esercizi commerciali che rientrino in questa
tipologia. Senza dimenticare il ruolo guida svolto dalle strutture territoriali
della Confcommercio, soprattutto in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, regioni
dove si vanno moltiplicando le iniziative di stimolo a fare la spesa sotto
casa.
Ma vediamo più da vicino le
cause di questo revival del commercio di prossimità. Innanzitutto, va
considerato il ruolo svolto da una congiuntura economica negativa, che induce
le famiglie a spendere solo piccole cifre di volta in volta. Ci sono poi le
necessità di una popolazione anziana in rapido aumento. Non è certo una novità
che l’Italia sia sempre più un paese di vecchi. Persone avanti con gli anni,
con una mobilità ridotta, che utilizzano poco l’automobile e quindi vanno poco
volentieri nei grandi supermercati situati in periferia, preferendo di gran
lunga fare la spesa in piccoli punti vendita, soprattutto se li trovano a breve
distanza dalla propria abitazione. Oltre all’innalzamento dell’età media, ha
certo un peso il fatto che le famiglie italiane si stanno “restringendo” sempre
di più. Sono cioè in costante aumento singoli e nuclei familiari di piccole
dimensioni, categorie per le quali la grande spesa all’ipermercato finisce per
diventare al massimo un fatto episodico. Infine, occorre prendere in esame
anche un dato extraeconomico: i piccoli esercizi vengono valutati (e quindi
rivalutati) non più esclusivamente in base alle politiche di prezzo che
adottano, ma anche per la possibilità di stabilire rapporti interpersonali, di
stima e di fiducia con il proprietario o con quanti ci lavorano dentro.
Rapporti che, per tutta una serie di ragioni, non è possibile intrecciare negli
ipermercati.
A rendere possibile questo
“ritorno” del negozio di vicinato è stato anche il profondo mutamento del
profilo dei consumatori. Consumatori dalle molte sfaccettature, verrebbe da
dire, che non disdegnano di andare, magari una volta a settimana, nei grandi
centri dove trovano maggiori occasioni di risparmio, ma che poi per i piccoli
acquisti o per il prodotto particolare finiscono per trovare più comodo
infilarsi nel negozio sotto casa. Abitudini di spesa, quelle attuali delle
famiglie italiane, molto più articolate che in passato, destinate a fare
giustizia di quanti pensano che ipermercati e mercatini rionali, supermarket o
negozi di vicinato siano in competizione fra loro. Pare evidente, insomma, che
stia ormai vincendo il pluralismo distributivo, come per altro qualcuno
sospettava da tempo.
Ma il commercio di prossimità
sta suscitando interesse anche per motivi che vanno al di là del suo ambito
specifico. A motivare la rinnovata attenzione per il negozio di vicinato non ci
sono infatti solo questioni di convenienza economica (per imprenditori e
consumatori) ma anche aspetti che investono campi decisamente più ampi, di
carattere addirittura storico e sociologico, legati al territorio e alla sua
gestione.
È un fatto che non tiri una gran
bella aria nei nostri centri abitati (e non solo letteralmente, come denuncia
l’abituale rilevazione della qualità ambientale delle città italiane, stilata
dal Sole 24 Ore e Legambiente, che sotto questo aspetto consegna un quadro
tutt’altro che esaltante). A certificarlo è un confronto con il resto del
mondo. La Mercer, una società di risorse umane, ha recentemente stilato una
classifica delle città dove si vive meglio, prendendo a parametri la situazione
politica ed economica, i servizi culturali e sanitari, la vivibilità
dell'ambiente urbano, l’habitat, gli spazi verdi, il traffico e l’inquinamento
atmosferico. Bene: per trovare tracce dell’Italia bisogna arrivare al 51esimo
posto (Milano).
Ma come? Le nostre città, quelle
che da secoli rappresentano gloria e orgoglio nazionale e da molti (soprattutto
italiani…) sono ancora considerate le migliori del pianeta? Intendiamoci, molti
aspetti positivi permangono. Tanto per dire: quanto a criminalità, i nostri
centri abitati risultano essere ancora i più sicuri d’Europa e molti paesini
non hanno di sicuro smesso di essere luoghi incantevoli. Ma allo stesso tempo,
è come se tutto un quadro di riferimento si andasse disfacendo. Mentre tante
piccole località, non solo di montagna, si spopolano o muoiono, i più grandi
tra gli aggregati urbani lo diventano sempre di più, con centri storici ormai
trasformati in quinte teatrali e periferie che si riempiono di case
inguardabili mixate con centri commerciali senza anima.
Una tendenza mondiale,
d’accordo. Ma è evidente che davanti a questo “nuovo che avanza”, Chicago o
Sydney abbiano ben poco da perdere. A differenza non solo di città come Roma o
Venezia, ma anche del piccolo paese trevigiano o del borgo pugliese andati
impregnandosi nei secoli di modi di vita e di cultura, di saperi e di sapori.
Perché su questo non può esserci davvero dubbio: carattere fondante, parte
essenziale del nostro humus, ci deriva dal fatto che il nostro è stato (e per
molti versi continua a essere) soprattutto un “paese fatto di paesi”. È un
dato: a mille anni dalle glorie di Amalfi, Pisa e Genova, seguitiamo a rimanere
per molti versi l’Italia dei comuni. Spesso di piccole e piccolissime
dimensioni. Il totale di 8.101, messo in rapporto con i 58,7 milioni della
popolazione, fa una media di appena 7.250 abitanti per comune, con solo 43
comuni hanno oltre 100.000 abitanti e appena 12 oltre 250.000. Un nugolo di
centri abitati, spesso vecchi di secoli, una ricchezza di municipi, piazze e
campanili. Un patrimonio che anche volendo non potrebbe ridursi a una mera
questione di folklore, visto che rappresenta anche un’indubbia ricchezza
insediativa. Dal punto di vista amministrativo e funzionale, tanto per dire, i
piccoli comuni rimangono una risorsa strategica per la gestione del territorio
e dei servizi (alla popolazione, alle imprese, ai turisti). Al punto che in
alcune regioni, come ad esempio il Piemonte (94,7%) e la Valle d’Aosta (98,6%),
rappresentano in pratica la quasi totalità.
Un struttura estesa, dunque, un
vero e proprio apparato circolatorio capace di trasmettere in passato linfa e
vita al paese. Ma un sistema che appare oggi malato, sempre più percorso da
quello che un rapporto di Confcommercio e Legambiente di alcuni anni fa ha
efficacemente definito “disagio insediativo”. Un disagio di cui nel ’96
soffrivano 2.830 comuni, diventati dieci anni dopo circa 3.500, con la
previsione di arrivare a oltre 4.000 nel 2016 (in pratica, uno su due) con
quasi 2.000 a rischio di diventare qualcosa di simile alle città fantasma del
Far West americano. Un fenomeno da territori marginali? Qualche anno fa, forse.
Oggi non più, dal momento che comincia a interessare aree di più ampie
dimensioni e sta mettendo a rischio, non solo i comuni più piccoli, ma più
della metà di quelli con meno di 10.000 abitanti.
In
un quadro di questa portata, cosa possono fare i negozi di vicinato? Hanno la
possibilità di dare un qualche contributo? Beh, oggi sono in molti a ritenere
che potrebbero finire per svolgere un ruolo per molti versi importante. Su più
fronti. Potrebbe infatti rivelarsi utili per provare a rivitalizzare il centro
e le periferie (evitando per quest’ultime l’effetto banlieu) delle città. Ma il
commercio di prossimità potrebbe dare un grande contributo anche nell’arginare
la frana apparentemente inarrestabile che sta travolgendo tante piccole realtà.
Potrebbe cioè, aiutando a mantenere movimento e luci, scambi economici e
interpersonali, in una parola la vita nei piccoli comuni, rappresentare per i
paesi a rischio di desertificazione qualcosa di simile al ruolo svolto dagli
alberi che impediscono al terreno circostante di venir dilavato via.
Certo, si tratterebbe solo un
primo, timido passo, sicuramente insufficiente di per sé nel fermare la fuga,
ma decisivo per invertire l’ordine di marcia, per immaginare poi di poter
pensare più in grande. Di costruire cioè sistemi-rete e decentramenti
produttivi che, attraverso una maggiore diffusione del benessere, tornino a
ridare “attrattività insediativa” a luoghi e contrade altrimenti condannate
all’emarginazione e alla scomparsa.
Perché su questo non c’è veramente da dubitare: come ha detto efficacemente il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli, quando si spegne un’insegna, è un pezzo di città che muore.