Cosa succede se un’impresa fatica a riscuotere un credito?
Se a non pagare è un privato lo si può portare in tribunale con qualche
speranza di esito positivo. Ma quando a latitare è un’amministrazione pubblica
la situazione si complica parecchio e il rischio è che il credito viene
rinviato sine die. Con il risultato che ai creditori, soprattutto se sono
piccole e medie imprese, non resta che “entrare in sofferenza”. Un effetto che
viene ovviamente amplificato da contesti quali quello attuale, con un quadro economico
caratterizzato da una grave fase di crisi. La stretta sul credito operata dal
sistema bancario ha di fatto ridotto la circolazione di liquidità nei mercati,
con evidenti ripercussioni negative per le imprese, come appunto le pmi, che
non dispongono della capacità finanziaria adeguata per farvi fronte.
Un andazzo, quello delle pubbliche amministrazioni, non
solo scorretto, ma anche più volte sanzionato. Anche una recente pronuncia del
Consiglio di Stato nel febbraio 2010, in merito ad un ricorso presentato
proprio da Confcommercio, ha ribadito che la pubblica amministrazione non può
derogare dalle disposizioni che impongono il pagamento a trenta giorni dal
ricevimento della fattura, nonchè la decorrenza e l’importo degli interessi per
il ritardato pagamento. Pronunce rimaste fino ad oggi lettera morta. Come
dimostra il fatto che secondo recenti stime la nostra pubblica amministrazione
ha un debito di 60-70 miliardi di euro verso i propri fornitori e che la
maggior parte delle pubbliche amministrazioni, sia a livello centrale che
locale (ministero della Giustizia, numerose asl, aziende ospedaliere, etc.)
continua a pubblicare bandi di gara contenenti clausole sui pagamenti in
contrasto con la vigente normativa.
Se l’Italia piange, l’Europa non
ride
Un problema, quello dei ritardati pagamenti, certo
molto avvertito da noi, data una storicamente scarsa efficienza in materia, che
ci fa apparire roba da marziani l’obbligo imposto alla pubblica amministrazione
britannica di pagare le fatture entro 10 giorni. Ma anche nel resto del
continente comunque non si ride, se è vero che nell’Unione Europea i pagamenti
in ritardo ammontano a quasi 2 miliardi di euro all'anno. Non a caso solo il 5%
delle grandi società in Europa e appena l’1,3 per cento delle piccole e medie
imprese afferma di non essere colpito dal fenomeno. Fenomeno che, secondo la
Commissione Europea, oltre ad ostacolare lo sviluppo delle aziende è
all'origine del fallimento di imprese altrimenti sane, soprattutto se di
imprese di ridotte dimensioni. I ritardi nei pagamenti su tutto il territorio
Ue ammontano mediamente a 65 giorni, con
picchi fino che arrivano a 180 giorni.
E le cose non sono certo migliorate nel tempo. Anzi. In Italia, ricorda un
sondaggio Ue, i ritardi nei pagamenti sono aumentati dai 138 giorni del 2008 ai
170 di oggi. Il 50% delle imprese lamenta ritardi medi che vanno dai 2 ai
4 mesi, mentre il 25% parla di dilazioni che toccano i 6 mesi.
Ma per il futuro niente più ritardati pagamenti
Questo fino ad oggi. Perché la buona notizia è che ora le
cose dovrebbero finalmente cambiare. La Commissione Europea ha infatti
raggiunto l'accordo con l'Europarlamento e con il Consiglio dei ministri Ue per
il varo di una direttiva contro i ritardi nei pagamenti da parte della pubblica
amministrazione.
La necessità di una disciplina ad hoc si è resa necessaria
per via dei numeri, dal momento che le amministrazioni pubbliche da sole sono
responsabili di circa i 2/3 del totale dei ritardi di pagamento.
Il negoziato per arrivare all'accordo è stato tutt'altro
che facile. La Commissione Europea premeva all'inizio perché il limite di
“morosità” fosse fissato ai 30 e non ai 60 giorni, come poi è stato, mentre i
governi volevano ottenere deroghe. Quattro i paesi che hanno votato contro la
direttiva: Germania, Italia, Lituania, Portogallo.
Il ritardo ultimo è stato fissato ai 60 giorni. E non
saranno ammesse deroghe. O meglio, la pubblica amministrazione potrà anche
seguitare a nicchiare, ma bisognerà vedere se le conviene, dato che dal
sessantunesimo giorno in poi, sul debito dell’ufficio macchiatosi di «morosità»
verranno calcolati interessi dell'8%.
Il provvedimento dovrebbe sbloccare una liquidità di
almeno 180 miliardi e saranno in particolare le piccole e medie imprese a
beneficiarne. La direttiva riguarderà anche le unità sanitarie locali, gli
ospedali e ogni altra branca della sanità pubblica.
Ai paesi membri sono stati concessi due anni per recepire
la direttiva. Nel frattempo, c’è il modo per non rimanere con le mani in mano.
Il Taiis (Tavolo Interassociativo Imprese servizi) di cui fanno parte tra gli
altri LegaCoop, Fipe, Confindustria, Confcooperative, Confesercenti,
Confcommercio, Confapi ed i sindacati di categoria di Cgil e Uil, ha infatti
chiesto che si definisca rapidamente la quantificazione dei debiti e si approvi
una soluzione in grado di sanare la situazione pregressa compatibilmente con i
conti pubblici, passando per una certificazione obbligatoria del debito e la
relativa classificazione. Un percorso che, pur richiedendo una preventiva
interlocuzione con Bruxelles, appare praticabile con un piano di rientro
decennale del debito che non inciderebbe sul Pil più dello 0,4% annuo. Questo a
fronte degli indubbi vantaggi che ne deriverebbero. Essendo il peso del totale
dei debiti commerciali pari a quattro punti di Pil, sono evidenti gli effetti
macroeconomici positivi legati ad una recuperata capacità di spesa e di
investimento da parte delle imprese.