Con
la conferenza stampa di presentazione delle ricerche “Innovo dunque
cresco (e consumo)”, a cura dell’Ufficio Studi Confcommercio, ed “Innovazione
nei Servizi”, realizzata da Confcommercio in collaborazione con il
Politecnico di Milano, si è aperta a Venezia la seconda edizione del workshop “Innovazione, crescita, consumi: per
un’Italia più Europea” organizzato dai Giovani Imprenditori di Confcommercio,
in collaborazione con Ambrosetti.
Interessanti i dati che emergono
da entrambi gli studi. Secondo il primo, illustrato dal responsabile
dell’Ufficio Studi Confcommercio Mariano Bella, nel
2008, per la prima volta, i servizi valgono più della metà del totale dei
consumi: la loro quota di spesa sul totale è, infatti, pari al 50,1% (contro il
32,3% del 1970). Si tratta di un trend di crescita che si registra anche in
termini di valore aggiunto: il contributo dei servizi al Pil è oggi, infatti,
pari al 71% (l’industria è solo al 27%) rispetto al 52% del 1970.
Dall’altro lato, però,la bassa produttività dei fattori, la carenza e inadeguatezza
delle infrastrutture, le mancate liberalizzazioni, le inefficienze della
macchina pubblica collocano l’Italia molto al di sotto delle performance degli
altri Paesi europei e la proiezione al 2011, in termini di dinamica del Pil pro
capite, vede il nostro Paese in fondo alla classifica dell’Ue27. In termini di consumi pro capite, ciò
significa che a fine 2011 ci troveremo allo stesso livello del 2000, mentre per
tornare ai livelli di consumo pre-crisi (cioè del 2007) bisognerà attendere la
fine del 2012.
Dalla ricerca, insomma, emerge che, da un lato, siamo in
presenza di sempre più marcata terziarizzazione della nostra economia cui non
ha corrisposto, dall’altro, un’evoluzione del modello produttivo e del sistema
degli incentivi pubblici tendente a sviluppare il ruolo dei servizi,
dell’innovazione immateriale, dell’economia della conoscenza e a migliorare
qualità e quantità del capitale umano. Tutti assets strategici – che vanno
sotto la definizione di soft innovation - su cui occorre invece puntare,
insieme ad un’evoluzione culturale che coinvolga istituzioni, imprese e
consumatori, per agganciare la ripresa e colmare il gap che ci separa dagli
altri Paesi.
La
seconda ricerca, illustrata da Giorgio Casoni del Politecnico di Milano, “disegna”
una via italiana all’innovazione dei servizi sostenendo la quale
sarebbe possibile la competitività del nostro Paese. Quattro i fattori-chiave in questa direzione: massimizzare
l’autenticità attraverso il design di processo o di servizio; passare da una
cultura della manifattura ad una cultura del servizio; puntare sull’estetica
del servizio; assicurare un elevato grado di customizzazione del servizio. Sono
tutti elementi indispensabili non solo per creare valore aggiunto per il
consumatore final,e ma anche per facilitarne la sua percezione. L’obiettivo,
secondo lo studio, è raggiungibile cambiando il sistema di incentivi
all’innovazione. E sono tre sono le proposte in questo senso: più formazione,
sostegno mirato al settore dei servizi, creazione di un percorso ottimale da
seguire, una sorta di “repertorio di innovazione” a disposizione delle imprese.