inchiesta
Indovina chi viene a
cena?
Ovvero gli italiani
e la tavola raccontati da un’indagine della FIPE
Gli italiani e la tavola.
Come dire un duo famoso nel mondo, un binomio ritenuto
inscindibile. Innanzitutto da noi stessi. Che al riguardo nutriamo davvero
pochi dubbi. Noi italiani infatti non ci sentiamo solo 56 milioni di CT della
nazionale di calcio: ci crediamo anche (e forse prima di tutto) un popolo di gourmet.
A ragion veduta? Beh, è innegabile che nel nostro paese il
cibo, per altro associato da sempre a valori forti come la convivialità, la
qualità della vita, la famiglia (che si ritrova intorno alla tavola) occupi
storicamente, sul piano economico e su quello simbolico, un posto sicuramente
più significativo che in altri paesi.
Molte cose, però, rispetto al passato sono cambiate e
altre sono in via di sistemazione. Nuove abitudini e diversi stili di vita
stanno ridefinendo la relazione degli italiani con il cibo. Sono tanti gli
aspetti che vanno mutando: dalle competenze in cucina, alla sensibilità verso
la tavola, da quanto si consuma tra le pareti domestiche a quello che si mangia
al ristorante.
Fermo restando, si diceva, l’autoreferenziale convinzione
di una storica competenza in materia. Un’indagine della FIPE, Federazione Italiana Pubblici Esercizi
(“Gli italiani a tavola: prodotti, ricette, luoghi”) presentata qualche giorno
fa, mostra che in effetti gli italiani ritengono più che sufficienti le loro
conoscenze riguardo alla capacità di scelta dei prodotti, alle caratteristiche
nutrizionali degli alimenti e alle competenze tecniche per la loro
preparazione. In ogni caso, sono persuasi (probabilmente a ragione) di saperne
di più dei propri genitori, di avere maggiore consapevolezza di loro nel ramo
alimentazione.
Ma è davvero così?
“Sì e no –
commenta il direttore generale della FIPE Edi Sommariva – Il quadro che emerge è infatti piuttosto contraddittorio. Se è vero
che rispetto ai nostri genitori siamo più preparati in virtù di un più ampio
bagaglio di informazioni e conoscenze, è anche vero che c’è stata una parziale
perdita della memoria collettiva a tavola e nella trasmissione dei ‘segreti’
delle ricette tradizionali. Il che alla lunga potrebbe scalfire la forza della
tradizione culinaria italiana”.
Se di progressi è il caso di parlare, il risultato risulta
dunque ambivalente: dimostriamo di essere più bravi a leggere le etichette,
meno a far da mangiare. A conferma di ciò, c’è l’aumento delle competenze
riguardo i prodotti, mentre scendono quelle legate alle tecniche. Insomma, per
dirla in altre parole, siamo migliorati a livello della teoria, ma stiamo
perdendo punti sotto il profilo pratico. Una prova? Se non potesse far ricorso
alla data impressa sulle confezioni, Il 65% degli italiani confessa che non
saprebbe capire quando un uovo è fresco (se siete tra questi, vi riveliamo che
i metodi tradizionali sono due: 1) si scuote l’uovo: se “sciacqua” è vecchio 2)
si immerge l’uovo in acqua e sale: è freschissimo se si appoggia sul fondo, è
fresco se sta poco distante dal fondo, è ormai immangiabile se galleggia).
Al momento di fare la spesa non sorprende che, in tempi di
crisi quali quelli attuali, nel processo d’acquisto a farla da padrone sia il
prezzo. Subito seguito, però, dall’importanza che gli italiani non smettono di
attribuire alla marca (a denotare un buon rapporto di fiducia con i produttori)
e all’elenco ingredienti, a conferma di quanto detto prima, cioè dell’aumento
delle informazioni in possesso dei consumatori e della loro consapevolezza.
Due aspetti, questi ultimi, che portano ad un tema, quello
della sicurezza, molto sentito nel nostro paese. È forte tra gli intervistati
nell’indagine FIPE la sensazione che le condizioni igienico-sanitarie dei
prodotti alimentari siano in costante miglioramento, come dimostra il dato che
quasi la metà di loro è convinta che oggi siano più sicuri di una volta. Anche
perchè si avverte che l’attenzione prestata a questo aspetto dall’industria sia
sempre maggiore, come dimostra il fatto che oltre il 50% del campione pensa che
i prodotti migliori risultano essere anche quelli più sicuri (ma non
necessariamente i più buoni). Dove emerge una forte discontinuità con il
passato è nell’equazione prezzo alto/ qualità: due terzi degli italiani non la
dà più per scontata. Se un aspetto negativo viene ravvisato rispetto al
passato, è nella minore genuinità lamentata nei prodotti di oggi.
Ma gli italiani cucinano ancora? Nonostante i vistosi
cambiamenti intervenuti nei nostri usi e costumi, nelle abitudini e in campo
lavorativo, la risposta è: certo meno di una volta, ma complessivamente sì,
ancora cuciniamo. Durante la settimana stiamo mediamente davanti ai fornelli
un’ora per pasto, tempo che nel week end arriva all’ora e mezza. Con una
curiosità: pur in presenza di una tendenza lenta ma inarrestabile a dedicare
meno tempo ai fornelli, ancora resiste il “pranzo della domenica”. È evidente
perché: anche chi lavora, durante il fine settimana può dedicarsi con più
facilità a mantenere questa tradizione.
Tradizione che sembra resistere anche quando si passa a
cucinare. Intanto, per quanto riguarda i cibi più consumati: ancora e sempre pane e pasta. Per tre italiani su quattro si tratta a
tutt’oggi di alimenti irrinunciabili, così come lo sono frutta e di verdura,
altri due baluardi di quella dieta mediterranea che tutto sommato ancora
“tiene” sulle nostre tavole. Come dimostra anche un'indagine Nielsen di
qualche tempo fa, che vede la frutta fresca al terzo posto nella classifica tra
i prodotti più consumati dagli italiani e tra quelli caratterizzati da
un’elevata ripetizione d’acquisto (indice di un consumo regolare). Se è vero
che oltre il 60% di frutta e verdura viene comprata nei supermercati e
ipermercati, il buon, vecchio mercato rionale seguita ad avere una sua ragione di
essere. Ad esso si rivolgono ancora la metà delle famiglie italiane almeno una
volta al mese, mentre l’acquisto diretto dal produttore rimane un fenomeno di
nicchia.
La tradizione dimostra di essere ancora viva, infine, anche
quando si parla di preparazione dei piatti. Secondo il rapporto FIPE, la
maggioranza dei “cuochi” domestici dichiara di ispirarsi alle ricette della zona in cui si vive
o a quelle del luogo di origine. Con punte più alte al Sud, a testimonianza di
un legame più solido con le vecchie usanze. E indovinate da chi hanno imparato
a spadellare? Ma dalla mamma, naturalmente (vedi box). E se l’orgogliosa
rivendicazione di un percorso da autodidatti si insedia (ma ben lontano ...) al
secondo posto, al terzo, sorpresa! Troviamo una seconda donna di casa: la
nonna.
Dove mangiamo e con chi è un’altra delle domande a cui ha
cercato di dare una risposta l’indagine FIPE. Non ci piace mangiare da soli,
questo è poco ma sicuro. Più dell'80% degli
italiani, oltre a tenerci a mettersi a tavola tutti assieme, ama consumare il
pasto con familiari ed amici. E anche con la tecnologia, se è vero che a tavola solo uno
su quattro riesce a fare a meno del telefonino e uno su due tiene il televisore
acceso. Quanto alle
modalità organizzative, c’è una netta divisione tra giovani e adulti: mentre
tra i primi prevale la suddivisione dei compiti, nelle fasce d’età più elevate
i padroni di casa tendono a farsi carico di tutto.
Un amore per la condivisione della tavola, il nostro, che
oggi deve fare i conti con una crisi che, oltre ad impattare sui consumi,
domestici ed extradomestici, sembra stia intaccando anche la sfera delle
relazioni personali e sociali. Come dimostra quel 14% di italiani che
attualmente consuma “meno spesso” pasti con parenti o amici.
“Legare questa riduzione dei pasti a carattere conviviale
alle difficoltà economiche è tutt’altro che una forzatura. – fa notare Lino
Stppani, presidente della Fipe – A parte che, anche fosse soltanto una
percezione non sarebbe comunque di buon auspicio, altri dati confermano le
motivazioni di carattere economico. Se infatti andiamo a vedere i luoghi
d’incontro, notiamo che pizzerie e ristoranti registrano un crollo del
45%. Anzi, direi che a tal
proposito gli intervistati hanno voluto spazzare qualsiasi dubbio: quando è
stato chiesto loro quanto l’attuale crisi abbia influito su questa diminuzione,
tre quarti di essi hanno risposto ‘abbastanza’ o ‘molto’ ”.
Questo nuovo stato di cose porta con sé la conseguenza di
selezionare le “visite” al ristorante: riservandole soprattutto alle ricorrenze
(e in questo segnando una sorta di ritorno al passato, quando si andava al
ristorante soprattutto se c’era da festeggiare un qualche evento); oppure, per
mangiare cose particolari, scelta invece che denota quale importanza venga oggi
attribuita all’aspetto prettamente culturale/culinario rispetto al passato.
In cucina, c’era una
volta la mamma…
e c’è ancora
Avvolta nel grembiule da cucina, con il mestolo in una
mano e la pentola nell’altra e magari qualche bigodino in testa: era questa la
foto che, nell’immaginario collettivo dell’italiano di una volta, fissava la
figura nella mamma: rigorosamente tra le pareti della cucina, ovviamente.
Molta acqua e un po’ di femminismo è da allora passata
sotto i ponti, tanti usi e costumi del tempo che fu sono stati spazzati
letteralmente via, le donne hanno da tempo lasciato le pareti domestiche per
entrare nel mondo del lavoro. Eppure eppure… Certo, oggi ha smesso di essere
l’angelo del focolare. Però, non c’è dubbio che il referente famigliare in
cucina, la vivandiera e la cuoca, seguiti ad essere lei: la mamma. È lei a
rappresentare il riferimento delle competenze in cucina, dice l’indagine della
FIPE, è lei il perno della tradizione che continua: per i maschi, ma
soprattutto per le femmine.
Le quali femmine, in una sorta di circolo virtuoso (o
vizioso…) seguitano a regnare sovrane davanti ai fornelli. La donna si conferma
il riferimento primario anche nel menage quotidiano. Prova ne sia che in sette
famiglie su dieci è la moglie a fare la spesa. E la fa con maggiore
determinazione, con una maggiore sicurezza di sé. Come prova il fatto che, in
caso di incertezza durante un acquisto, decide comunque da sola, mentre un uomo
su due sente il bisogno di consultarsi.
Un bel vantaggio il saper fare da sé, un elemento
diventato determinante da quando, con l’avvento dei supermercati e dei
discount, è diventato sempre più difficile trovare nei negozi personale,
perdipiù competente, a cui chiedere supporto.
Da chi altri, oltre alle mamme, gli italiani sono disposti
a farsi dispensare scienza in cucina? Sorprendentemente, il secondo maestro di
cucina sono i libri e le riviste. Sorprendentemente, perché il profluvio di
programmi che slavina quotidianamente dalle reti televisivi lascerebbe
immaginare che a rivestire questo ruolo fossero piuttosto le trasmissioni
gastronomiche. Le quali invece sono vissute come momenti che dispensano
spettacolo ma poca educazione e/o
formazione. Con il risultato che, rimanendo appiccicati al teleschermo, la
cucina si arricchisce di immagini e di parole, ma il piatto rischia di venire
male perché le competenze non crescono.
E al ristorante il
pasto completo diventa un ricordo del passato
La
ristorazione italiana è in
evoluzione. Sotto la spinta di difficoltà economiche e di nuovi stili di vita,
le abitudini alimentari degli italiani stanno cambiando anche al tavolo del
pubblico esercizio.
A pranzo è crollato il pasto completo. Il 50% dei
ristoranti lamenta una forte flessione in questo senso. La tendenza è senza
dubbio il consumo di massimo 2 portate. A mezzogiorno sui tavoli dei ristoranti
continuano a prevalere decisamente
primi e secondi abbinati ad un antipasto. Meno richiesti sono i dessert
e bassa è la percentuale di chi sceglie un contorno.
Tendenza, questa della diminuzione di pasti completi,
evidente anche all’ora di cena, dove rappresenta senza dubbio un fatto nuovo.
Pochi decidono di consumare un solo piatto, ma l’alternativa “pizza” conquista
sempre più terreno anche nella cosiddetta ristorazione tradizionale.
A cena il piatto che alletta maggiormente i clienti è il
secondo, magari in abbinamento soltanto ad un antipasto o ad un primo piatto.
Perdono terreno i contorni: sembrano essere quell’optional di cui si può fare a
meno per non appesantire la “pancia”
(e invece sono importanti sotto il
profilo nutrizionale) e, magari, per non alleggerire
troppo il…portafogli.
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