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Roma, 4.04.09
Analisi dell’evoluzione della distribuzione commerciale tra
il 2002 e il 2008
RAPPORTO
SULLE ECONOMIE TERRITORIALI
Aumenta il numero di esercizi del piccolo dettaglio
(+5,4%) ma con andamenti differenziati tra il comparto food e non food; si
riduce, infatti, il numero degli esercizi al dettaglio alimentare di oltre
11.500 unità ed aumentano di oltre 63mila unità quelli del comparto non food.
In aumento anche la grande distribuzione, soprattutto al
Sud con un incremento di oltre 1.800 strutture (+55%).
A livello regionale, il piccolo dettaglio alimentare
registra le maggiori flessioni in Friuli Venezia Giulia (-17,3%), Trentino Alto
Adige (-16,3%), Lombardia (-14,9%) e Piemonte (-14%); i negozi di
abbigliamento-calzature-cosmetici crescono di più nel Lazio (+28,8%), Sicilia
(+17,4%), Sardegna (+16,7%), Campania (+14,4%).
Oltre 160mila i punti vendita del commercio ambulante ed
itinerante con un incremento di poco superiore alle 35mila unità di cui quasi
la metà concentrate nel Mezzogiorno.
Questi i principali risultati dell’analisi sull’evoluzione
e sulla struttura territoriale tra il 2002 e il 2008 della distribuzione
commerciale al dettaglio contenuta nel “Rapporto sulle economie territoriali”
realizzato dall’Ufficio Studi Confcommercio.
La versione integrale del rapporto, che approfondisce
anche gli aspetti relativi ai principali indicatori economici e le dinamiche
del valore aggiunto nel territorio, è consultabile sul sito di Confcommercio
all’indirizzo www.confcommercio.it.
Pur
nell’incertezza della crisi che perdurerà ancora a lungo, oggi l’Italia è
ancora caratterizzata da un ampio e diffuso pluralismo dei formati e delle
formule commerciali e contempera anche elementi di vitalità - il fiorire di
nuove imprenditorialità - assieme a elementi di debolezza (primo fra tutti la
questione della produttività totale che, nel 2008, si è ridotta di circa 1,5
punti percentuali).
Il dato
più preoccupante in assoluto riguarda, comunque, la riduzione netta, negli
ultimi sette anni (tra il 2002 e il 2008), del numero dei piccoli esercizi
alimentari specializzati al dettaglio di oltre 11.500 unità (Tab. 1). Un dato
che, rapportato alla crescita della popolazione italiana nello stesso arco di tempo
(pari a circa due milioni), evidenzia due aspetti contrapposti: da un lato la
crescita potenziale del bacino di utenza per singolo negozio; dall’altro, la
riduzione, per questa tipologia distributiva, del suo peso commerciale, a causa
soprattutto dell’incremento dei costi fissi di gestione e della progressiva
riduzione dei margini unitari dovuta alla stagnazione dei consumi.
Anche
l’analisi e il confronto tra grandi aree geografiche sulla densità attuale e le
variazioni nel numero di punti vendita e delle superfici d’offerta fornisce
risultati contrastanti: alla maggiore densità (numero esercizi su popolazione)
di punti di vendita di piccole dimensioni nel Mezzogiorno corrispondono minori
dotazioni di esercizi di grandi superfici (Tab. 2); mentre in termini di
variazioni assolute e percentuali di esercizi di grandi dimensioni, sono
proprio le regioni del Sud a mostrare risultati più accentuati con un
incremento di oltre 1.800 unità locali nel periodo considerato (Tab. 1).
Tab.
1 - Unità locali (esercizi commerciali) - var. assolute 2002/2008

(*) Per i minimercati la variazione è
riferita al 2005
Fonte:
elaborazioni Ufficio Studi Confcommercio.

Fonte:
elaborazioni Ufficio Studi Confcommercio.
La
modernizzazione, dunque, c’è e prosegue. E fanno ben sperare, a questo
proposito, le recenti dichiarazioni dei rappresentanti di importanti gruppi
italiani e multinazionali di volere confermare, anche nel contesto critico
congiunturale, la pianificazione degli investimenti per nuove grandi strutture
di vendita, in particolare nel Mezzogiorno area che, in prospettiva, presenta
ancora buone opportunità di sviluppo.
Sui
piccoli negozi, sui grandi specializzati e non, sull’intero settore
dell’ingrosso, sull’intera filiera della distribuzione, insomma, pesano, in
prospettiva, le tensioni, ancora solo abbozzate, di uno sviluppo competitivo
esclusivamente basato sul prezzo o sulle estensioni di referenze trattate. Il
margine unitario, comprensibilmente, è oggi lasciato in secondo piano. Ma una
sua contrazione prolungata deve fare riflettere già oggi sulle implicazioni
negative in termini di sostenibilità del business.
Le
strade per uscirne sono di competenza dei manager e degli imprenditori. Appare
sempre più stringente, però, l’idea che la formula, più che il formato, vada
messa al centro del nuovo punto vendita. Il servizio al cliente, la
cooperazione con esso per creare valore aggiunto, la segmentazione del mercato
e l’identificazione di nicchie adeguate per la sostenibilità del business, sono
oggi molto più importanti di ieri. Anzi, vista la riduzione netta dei negozi
specializzati alimentari, uno sforzo secondo linee innovative è semplicemente
indispensabile per superare la crisi in modo vitale. Le evidenze numeriche
chiariscono che le strategie di sopravvivenza, bastevoli forse nel recente
passato, anche dopo la liberalizzazione sostanziale del commercio, non sono più
adeguate: supereranno questa crisi solo i soggetti vitali in assoluto, quelli
in grado di generare profitti da reinvestire.
L’attuale rete distributiva degli
esercizi al dettaglio oggi conta 972.188 punti vendita (in sede fissa e in
forma ambulante), compresi i distributori di carburante, le farmacie, le
rivendite di tabacco e altri generi di monopolio e le forme speciali di vendita
che vanno dalla vendita per corrispondenza via internet, al porta a porta e ai
distributori automatici.
L’alimentare,
area in cui operano circa il 25% degli esercizi al dettaglio (il rapporto è tra
l’insieme degli esercizi del piccolo dettaglio alimentare, dei minimercati, dei
supermercati, degli iper e degli ambulanti alimentari con il totale degli
esercizi di tutte le forme distributive), è il settore che in questi anni ha
registrato la ristrutturazione più profonda. Se da un lato i continui
investimenti delle grandi catene della distribuzione a diffusione nazionale e
regionale hanno aumentato le tipologie più moderne non specializzate,
dall’altro vi è stato un ridimensionamento numerico degli esercizi
specializzati, sia al dettaglio che in forma ambulante a posto fisso, che ha
interessato quasi tutte le merceologie (in particolare i comparti di frutta e
verdura, carne, pane e dell’aggregato che comprende punti vendita
dall’assortimento non precisamente identificabile (c.d. “altri esercizi
specializzati”).
Diversa,
invece, è la situazione nel settore che aggrega le diverse merceologie del non
alimentare, la cui rete degli esercizi, con poche eccezioni, tende sempre a
crescere (+63.477 unità dal 2002 al 2008 per quanto riguarda, in particolare, i
settori: abbigliamento, non specializzati non alimentari, ferramenta, mobili ed
altro). Questo aggregato di negozi è interessato solo marginalmente, almeno per
adesso, da incisivi processi di concentrazione e trova nei minori vincoli posti
dalla normativa sul commercio condizioni di mercato favorevoli alla crescita di
iniziative imprenditoriali che spesso si avvalgono della partecipazione a reti
tra imprese (franchising, gruppi di acquisto) per migliorare il posizionamento
competitivo dell’azienda.
L’unico
settore nel quale si riscontra un calo di esercizi nel lungo periodo è quello
degli elettrodomestici ed elettronica di consumo (-6.339 unità): qui si sono
verificati cambiamenti profondi nei rapporti di forza tra i negozi
specializzati dei centri urbani e le grandi superfici, in forte crescita su
tutto il territorio, capaci con un’offerta ampia e aggiornata, di attrarre
fasce significative di consumatori.
Piccolo
dettaglio (distribuzione relazionale)
La
realtà numericamente più significativa della rete di vendita è costituita dagli
esercizi del “piccolo dettaglio”. Quest’aggregazione comprende gli esercizi al
dettaglio in sede fissa di tutte le merceologie a cui sono stati scorporati sia
i supermercati e gli iper compresi nella voce “non specializzati alimentari”,
sia i grandi magazzini compresi della voce “non specializzati a prevalenza non
alimentare”. In questo modo si è voluto circoscrivere la vasta realtà di
piccole imprese, generalmente a conduzione familiare, localizzate in maniera
diffusa sul territorio, con un assortimento specializzato, assistenza alla
vendita e, per quanto riguarda in particolare l’alimentare, in grado svolgere un
indispensabile servizio di prossimità che oggi più che mai tende a rispondere
alle esigenze di fasce sempre più ampie di consumatori anziani, dotati di
minore mobilità o nuclei familiari per i quali si riduce il tempo disponibile
per gli acquisti.
Le merceologie
che compongono quest'aggregato sono state raggruppate in nove settori che hanno
una diversa quota rappresentativa rispetto al totale degli esercizi: non
specializzati alimentari (10,5%), specializzati alimentari (13,2%), tabacchi
(3,7%), carburanti (3,2%), farmacie (2,4%), abbigliamento-calzature-cosmetici
(26,6%), mobili-elettrodomesticiferramenta (14,2%), libri-giornali-cartolerie
(5,8%), altri prodotti non alimentari (20,3%).
A
giugno 2008 gli esercizi del “piccolo dettaglio” in sede fissa erano oltre 766
mila (Tab. 3); rispetto al 2002, quando il numero degli esercizi era oltre 727
mila, vi è stato un incremento dello stock di oltre 39 mila punti vendita, pari
a +5,4%, ma con andamenti differenziati tra negozi food e non food.

Questo
incremento della rete non è stato uniforme sul territorio, ma ha rispecchiato
processi evolutivi differenti, se non contrapposti, tra le regioni del Nord e
quelle del Centro e del Mezzogiorno, aree con caratteristiche specifiche e
differenti per quanto riguarda il livello di competitività del sistema e le
condizioni socio-economiche della popolazione.
In
particolare, la modesta crescita dei punti vendita nel Nord-Ovest (+2,0%) e nel
Nord-Est (+1,6%), al di sotto del dato medio italiano (+5,4%) fa supporre la
presenza di condizioni di mercato particolarmente difficili per lo sviluppo di
questa tipologia di esercizi, specie nel comparto dell’alimentare
specializzato, dove la competizione tra formule distributive è elevata (Tab.
4).
Tab.
4 – I punti vendita del piccolo dettaglio per merceologia
Var.
% 2002/2008

(*) cfr. nota Tab. 3
Fonte: elaborazioni Ufficio Studi
Confcommercio su dati dell’Osservatorio Nazionale del Commercio
Una
forte crescita di punti vendita si è avuta sia nel Centro (+8,3%), da
attribuire all’andamento del Lazio (+17,0%), ovvero all’area metropolitana di
Roma, sia nelle regioni del Sud (+7,3%). Qui sono intervenuti due fattori che
hanno favorito questo sviluppo: da un lato la necessità di ampliare la rete
d'offerta dei servizi commerciali spesso carente in molte aree, dall’altro il
superamento di una condizione di precarietà per molte persone in cerca di
occupazione attraverso iniziative imprenditoriali in un settore, come il
commercio, ancora capace di offrire nuove opportunità.
Il
maggiore sviluppo numerico nel Sud ha ampliato in questi anni una rete già
diffusa in maniera molto capillare e questo costituisce un elemento di
differenziazione rispetto al resto del Paese anche se vanno tenuti presenti i
diversi contesti demografici e orografici che influiscono nella localizzazione
di tali esercizi. Nelle regioni del Sud e nelle Isole, infatti, sono
localizzati il 42,6% degli esercizi del piccolo dettaglio rispetto al Nord
(38%) e al Centro (19,8%).
Se
prendiamo in considerazione la densità (ovvero il rapporto tra il numero degli
esercizi e la popolazione residente per regione), questo dualismo Nord-Sud
appare con maggiore evidenza; e, nel confronto con il 2002, si rileva un netto
e generale calo della densità in tutte le regioni del Centro-Nord (escluso il
Lazio, favorito soprattutto dall’aumento della popolazione) e un aumento
significativo nel Mezzogiorno, condizionato da una maggiore dinamica
imprenditoriale e da una minore crescita della popolazione.
L’esame
dei raggruppamenti merceologici non può essere generalizzato ma deve essere
distinto tra punti vendita di prodotti food e quelli di prodotti non food.
Come
già accennato le trasformazioni più profonde sono avvenute nel comparto
dell’alimentare nel quale la concentrazione degli esercizi e lo sviluppo della
grande distribuzione ha modificato i rapporti di forza con la rete dei negozi
di tipo “tradizionale”, la cui consistenza tende a ridursi. Proprio in questo
settore, tra il 2002 e il 2008, gli esercizi specializzati (i piccoli punti
vendita di frutta e verdura e le macellerie a conduzione familiare), hanno
registrato un forte ridimensionamento pari a -10,2% a livello nazionale, che è
stato più pronunciato sia nel Nord-Ovest (-13,8%) che nel Nord-Est (-11,9%).
Tra le
regioni, la flessione più accentuata si è registrata nel Friuli Venezia Giulia
(-17,3%), nel Trentino-Alto Adige (-16,3%), in Lombardia (-14,9%), in Piemonte
(-14,0%) e in Toscana (-12,8%).
In
controtendenza è la dinamica degli esercizi non specializzati a prevalenza
alimentare che comprendono tipologie di vendita a libero servizio come piccoli
supermercati, superettes, discount, la cui consistenza aumenta in tutto il
Paese (+11,6%), ma in modo particolare nel Centro (+20,6%) e nel Sud (+11,55),
aree dove ancora permangono spazi per ampliare l’offerta già presente. Questo
andamento non è omogeneo in tutte le regioni: Lazio (+53,2%), Puglia (+24,3%) e
Sicilia (+17,8%) registrano gli incrementi più significativi mentre Valle
d’Aosta (-9,5%), Sardegna (-3,2%) e Calabria (-2,5%) i cali più accentuati.
Nel
comparto non alimentare tutti i settori hanno registrato un aumento dello stock
degli esercizi in tutte le regioni, ma si è trattato di una crescita di diversa
intensità. E’ stata, ad esempio, più accentuata nel settore dei tabacchi
(+18,5% a livello nazionale), nelle farmacie (+12,5%) e nel settore
abbigliamento-calzature-cosmetici (+10,1%) mentre è stata minore a causa
soprattutto della sostanziale ridefinizione del modello di business per quanto
riguarda mobili-elettrodomestici-ferramenta (+0,4%), libri-giornali-cartolerie
(+3,9%) e distribuzione di carburanti (+5,5%).
In
particolare i negozi dell’aggregato abbigliamento-calzature-cosmetici crescono
di più nel Lazio (+28,8%) e nelle regioni del Sud (Sicilia +17,4%, Sardegna
+16,7%, Campania +14,4%). Le variazioni si collocano molto al di sotto del dato
nazionale nelle altre regioni del Centro-Nord fino alla riduzione dello stock
in Valle d’Aosta (-8,0%) e in Friuli Venezia Giulia (-1,7%).
La
modesta crescita dell’aggregato mobili-elettrodomestici-ferramenta, da imputare
soprattutto all’andamento negativo dei negozi di elettrodomestici, è sintesi di
andamenti differenziati. Gli esercizi sono aumentati nel Lazio (+13,2%) e nelle
regioni del Mezzogiorno (+2,5%), in particolare Puglia (+4,6%) e Campania
(+4,0%); una riduzione di esercizi si è avuta in tutte le regioni del
Centro-Nord, in particolare in Friuli-Venezia Giulia (-13,2%), Toscana (-7,1%),
Trentino-Alto Adige (-7,7%).
Mini-mercati
Secondo
la definizione dell’Osservatorio Nazionale del Commercio[1]
questa tipologia opera nel campo alimentare con una superficie di vendita che
varia tra 200 e 399 mq. e che presenta le medesime caratteristiche di un supermercato.
La
rilevazione dei minimercati, che è iniziata solo nel 2005, risponde alla
necessità di individuare un ulteriore format, tra quelli che tradizionalmente
sono oggetto del monitoraggio annuale dell’Osservatorio Nazionale del
Commercio. Esso ha una sua specificità in termini di dimensione, assortimento e
servizi, rimanendo distinto sia dal supermercato, che ha una dimensione più
grande, sia dal negozio specializzato alimentare di tipo tradizionale, che ha
un assortimento meno ampio e profondo. La sua collocazione è nelle aree di
vicinato; il minimercato presenta poche casse e non ha necessariamente il
parcheggio.
A
gennaio 2008 il numero dei minimercati era pari a 5.183 unità, concentrati
nelle regioni del Nord, in particolare in Lombardia (631 unità), Veneto (482
unità), Emilia Romagna (337 unità); un’altra quota significativa è localizzata
nelle regioni del Sud (1.973 unità,) soprattutto in Puglia (574 unità) e
Campania (368 unità).
Rispetto
al 2005, i minimercati sono cresciuti di 1.467 unità e l’incremento ha
riguardato tutte le regioni, con una accentuazione nel Mezzogiorno (+892 unità)
specie in alcune aree per le quali il dato della prima rilevazione
probabilmente era sottostimato.
Evolvendosi
nel corso degli anni dal punto di vista dimensionale ed estetico, per la gamma
dell’offerta e dei servizi messi a disposizione del consumatore, il
supermercato rimane uno dei luoghi più frequentati dalle famiglie per
l’acquisto di prodotti di largo e generale consumo.
La sua
presenza si è continuamente ampliata in tutto il Paese ed attualmente si
contano, secondo la rilevazione dell’Osservatorio Nazionale del Commercio che
identifica in questa tipologia quegli esercizi a libero servizio con una
superficie che varia tra 400 e 2.500 mq., 8.814 punti vendita, per oltre la
metà concentrati nelle regioni del Nord, mentre il 27,7% è localizzato nel Sud
e il 19,1% nel Centro.

Rispetto
al 2002, quando si contavano 6.892 supermercati (Tab. 5), l’incremento è stato
di 1.922 unità ed ha interessato tutte le regioni, ma in alcune la crescita è
stata più accentuata come in Lombardia (+260 unità), Veneto (+231 unità),
Sardegna (+188 unità), Sicilia (+188 unità) e Emilia Romagna (+119 unità).
Nel
corso degli anni lo sviluppo numerico dei supermercati ha seguito una
direttrice Nord-Sud: dopo aver rafforzato la presenza nei bacini di consumo
densamente abitati e con buone capacità di spesa del Nord, le aperture si sono
poi intensificate nelle regioni del Sud che presentano buone prospettive di
sviluppo.
La
crescita numerica, come visto, si è associata anche allo sviluppo della
superficie complessiva di vendita che tra il 2002 e il 2007 è stato, per
l’Italia, pari a +27,6% con un’elevata eterogeneità territoriale nei casi di
Sardegna +146,6%, Umbria +49,9%, Calabria +47,6%, Piemonte +41,9%, Puglia
+38,8%.
Che le
regioni del Sud rappresentino ancora oggi un mercato dalle potenzialità ancora
ampie lo si vede dal dato sulla densità di queste strutture: attualmente
esistono in termini di superficie di vendita 13 mq. ogni 100 abitanti a livello
nazionale, con una significativa differenziazione tra le diverse aree del
Paese. Ad un Nord-Est con il più alto valore di dotazione di queste strutture
(18 mq. ogni 100 abitanti) si contrappongono le regioni del Sud dove la densità
si avvicina ai 9 mq. ogni 100 abitanti, valore comunque in crescita rispetto
agli anni precedenti.
A
livello regionale diversi sono gli aspetti da segnalare. Il Trentino Alto
Adige, il Veneto, il Friuli Venezia Giulia e l’Umbria si distinguono per un
rapporto mq./popolazione molto elevato (21mq. ogni 100 abitanti ). La Campania,
la Puglia e la Basilicata hanno i valori più bassi (tra i 6 e gli 8mq. ogni 100
abitanti), ma ci sono, comunque, altre regioni del Sud che presentano valori
molto superiori alla media nazionale come nel caso dell’Abruzzo (16mq. ogni 100
abitanti) e della Sardegna (15mq. ogni 100 abitanti).
Ipermercati
“Tutto
sotto un unico tetto”: questa definizione può sintetizzare in maniera efficace
la funzione dell’ipermercato, tipologia di vendita comprensiva che dà con
maggiore evidenza il senso di cosa significhi il consumo di massa. A partire
dagli anni novanta le aperture nel nostro paese di queste strutture sono state
continue.
L’attuale
consistenza in Italia degli ipermercati è di 520 unità, di cui 327 sono
localizzati nelle regioni del Nord, in particolare in Lombardia (128), Piemonte
(72) e Veneto (55) dove la presenza di aree di intensa urbanizzazione e con
livelli di reddito molto elevati ha favorito lo sviluppo di queste strutture,
fin dal loro apparire nel nostro paese (Tab. 6).

Rispetto
al 2002, quando si contavano 381 iper, l’incremento è stato di 139 unità: si è
trattato di una crescita significativa diffusa in tutto il Paese, ma è nel Sud
che queste strutture hanno registrato lo sviluppo maggiore in quanto lo stock
di questi esercizi è passato da 55 a 112 unità (+57). Particolarmente numerose
le aperture in Sicilia (+12), Puglia (+12) e Sardegna (+9) mentre per quanto
riguarda le regioni del Nord i maggiori incrementi sono avvenuti in Piemonte
(+26), Lombardia (+20), Emilia Romagna (+11) e Friuli Venezia Giulia (+10).
Lo
sviluppo del formato, compatibilmente con gli indirizzi delle normative
regionali sul commercio, è partito dalle regioni del Nord, dove vi è stata una
corsa ad occupare il maggior numero di spazi, e si è spostato nelle aree,
specie del Sud, che presentano un maggiore potenziale di modernizzazione.
Essendo
esercizi di grandi dimensioni (i dati si riferiscono a strutture superiori a
2.500 mq. di superficie di vendita), lo sviluppo in termini di superficie di
vendita rende in maniera più evidente la diffusione che vi è stata degli iper
soprattutto nelle regioni del Sud presso cui erano scarsamente presenti fino a
qualche anno fa.
Tra il
2002 e il 2008 la superficie di vendita è aumentata del 37% a livello
nazionale, ma nel Sud l’incremento è stato del 123,3%, un valore molto distante
dalla crescita registrata dal Nord-Est (+23,7%). Sviluppi sensibilmente più
elevati della media del Mezzogiorno si sono avuti in Calabria (+199,6%), in
Molise (+187,3), in Sicilia (184,8%) e in Puglia (163,2%).
Il
divario Nord-Sud emerge anche se si considera la disponibilità della superficie
di vendita in rapporto alla popolazione. Attualmente esistono, in termini di
superficie di vendita, 5mq. ogni 100 abitanti a livello nazionale, con una
forte differenziazione tra aree del Nord (8mq. ogni 100 abitanti nel Nord-Ovest
e 6 nel Nord-Est), dove ci sono bacini di utenza con un livello di dotazione di
ipermercati molto elevato, al limite del sovraffollamento, e le regioni del
Centro e del Sud (4mq. ogni 100 abitanti) dove la presenza di queste strutture
è più contenuta anche se, come visto, tende ad aumentare.
A
livello regionale Valle d’Aosta, Lombardia, Piemonte, Abruzzo hanno un rapporto
mq./popolazione molto elevato (rispettivamente 12mq., 9mq., 8mq., 8mq.) mentre
nel Lazio, in Basilicata e Sicilia tale valore è tra i più bassi, pari a 2mq.
ogni 100 abitanti.
Grandi
magazzini
Con il
termine “grande magazzino” sono rilevati quegli esercizi che operano nel campo
non alimentare, hanno una superficie di vendita superiore a 400 mq. e
dispongono di almeno cinque distinti reparti (alimentare escluso) con una
specializzazione spinta verso l'abbigliamento e i prodotti semidurevoli.
In questi
esercizi, generalmente localizzati nel centro città e in edifici di pregio, la
vendita è assistita e l’assortimento si posiziona su un livello medio-alto sia
per quanto riguarda la qualità dei prodotti sia i prezzi.
L’evoluzione
recente di questa formula è segnata da alterne vicende. Vi è stata una fase di
crisi di identità che ha colpito molte insegne storiche da quando i luoghi
privilegiati dello shopping si sono spostati nelle periferie extra urbane ed è
aumentata la presenza e la concorrenza dei grandi centri e parchi commerciali.
Negli
ultimi anni assistiamo a un’inversione di tendenza ed a un rilancio dei grandi
magazzini in forma rinnovata per quanto riguarda l’offerta e l’ambiente di
vendita, sulla spinta, tra l’altro, di una maggiore valorizzazione dei centri
storici e delle attività commerciali presenti.
Attualmente
il numero di grandi magazzini è di 1.292, concentrati per oltre il 65% nelle
regioni del Centro e del Sud; in queste ripartizioni Lazio, Toscana e Sicilia
sono le regioni con il numero più alto di queste strutture (rispettivamente
165, 124 e 121 unità).
Rispetto
al 2002, quando si contavano 1.108 grandi magazzini, lo stock è cresciuto di
appena di 184 unità, un’evoluzione modesta che racchiude andamenti
differenziati. La maggior parte dei nuovi esercizi sono concentrati al Sud
(+110 unità) e sono andati ad incrementare una dotazione carente. Il resto
della variazione è distribuito soprattutto nel Centro (+59 unità) e in misura
minore nelle regioni del Nord, aree dove la crisi della formula - più che del
formato – ha prodotto effetti negativi più evidenti sia con chiusure di
esercizi sia con ristrutturazioni e riqualificazioni delle strutture esistenti
rinunciando ad aprirne di nuove.
Gli
incrementi più significativi si sono registrati in Toscana (+51 unità), Sicilia
(+35 unità), Abruzzo (+25 unità) e Puglia (+24 unità). Diverse sono, inoltre,
le regioni dove lo stock dei grandi magazzini tra il 2002 e il 2008 si è
ridotto: Lazio -20 unità, Molise -8 unità, Friuli Venezia Giulia -7 unità,
Emilia Romagna -5 unità.
Dal
punto di vista della dimensione, tra il 2002 e il 2008, la superficie di
vendita è cresciuta a livello nazionale del 4,0%, un valore che sintetizza da
una lato la crescita soprattutto del Sud (+28,4%) e del Centro (+4,3%),
dall’altra un ridimensionamento della superficie nelle regioni del Nord
(-15,0%) per effetto della ristrutturazione della rete dei punti vendita.
Grandi
superfici specializzate
La
rilevazione dell’Osservatorio Nazionale del Commercio identifica nelle Grandi
Superfici Specializzate quegli esercizi al dettaglio che operano nel settore
non alimentare, spesso appartenenti ad una catena distributiva a succursale,
che tratta in modo esclusivo o prevalente una specifica gamma merceologica di
prodotti su una superficie di vendita di grande dimensione, in genere non
inferiore a 1.500 mq. Oltre all’ampiezza del punto vendita e alla
specializzazione dal punto di vista dell’assortimento, le GSS si distinguono
per i prezzi competitivi e per prestazioni di servizio elevate nei confronti
dei consumatori, che vanno dall’assistenza alla vendita a forme di pagamento
rateizzato.
I
settori merceologici maggiormente interessati da queste strutture sono il
tessile/abbigliamento, il bricolage, le attività sportive, i mobili, gli
elettrodomestici, l’elettronica di consumo, il tempo libero, il giardinaggio, i
giocattoli, i prodotti per l’infanzia e i prodotti per l’auto. L’indagine ha
rilevato al 1° gennaio 2008 1.400 grandi superfici specializzate (Tab. 7)
concentrate in modo particolare nelle regioni del Nord dove si trovano molti
territori ad intensa urbanizzazione: qui si contano 922 punti vendita mentre il
resto è localizzato nel Centro (204 unità) e nel Sud (274).

Dal
2002 al 2008 le aperture si sono susseguite ad un ritmo sostenuto come sta a
dimostrare l’incremento di 491 GSS dello stock esistente al 2002 (909 unità),
con uno sviluppo piuttosto omogeneo per le grandi ripartizioni geografiche +151
unità nel Nord-Ovest, +128 unità nel Nord-Est, +274 unità nel Sud e +204 unità
nel Centro.
A
livello regionale, escludendo il Molise che non presenta strutture di questo
tipo, la crescita più significativa è avvenuta in Lombardia (+111 unità),
Veneto (+59 unità), Emilia Romagna (+46 unità), Puglia (+46 unità) e Campania
(+40 unità).
Le
nuove aperture di esercizi sempre di dimensione elevata, hanno determinato un
incremento della superficie di vendita che ha registrato, rispetto al 2002, una
crescita del 51,2% per quanto riguarda l’Italia, ed è stata ancora più elevata
nel Sud (+124,3%) dove le aperture sono andate ad incrementare uno stock di
esercizi poco numeroso.
Il
rapporto tra superficie di vendita e popolazione mette in evidenza quanto già
emerso con le altre tipologie di grande dimensione già esaminate, ovvero un
divario nella disponibilità di queste strutture tra regioni del Nord e il resto
del Paese.
La
presenza di poche strutture, ma con una superficie molto grande, porta la Valle
d’Aosta ad avere il rapporto mq./popolazione più elevato, pari a 25mq. ogni 100
residenti; segue il Friuli Venezia Giulia (15mq. ogni 100 abitanti), il Veneto
(11mq.), la Lombardia, il Trentino-Alto Adige, le Marche e l’Abruzzo tutte con
10mq. ogni 100 abitanti. In Basilicata, Calabria e Sicilia tale valore è tra i
più bassi (non superiore a 3mq. ogni 100 abitanti).
Ambulanti
e itineranti
Spesso
considerato come una forma distributiva minore e residuale, il commercio
ambulante e su aree pubbliche costituisce nel panorama della distribuzione
commerciale italiana un canale di vendita rilevante sia dal punto di vista
numerico sia sul piano del servizio reso ai consumatori attraverso i mercati
quotidiani e settimanali, le fiere, i chioschi isolati, i posteggi a rotazione,
tutti canali di acquisto largamente utilizzati dalle famiglie.

Pur
ridimensionato rispetto alla forza numerica che il settore aveva negli anni
’80, nel 2008 il commercio ambulante conta 162.269 imprese, di cui 99.647
ambulanti su posteggio fisso e 62.622 ambulanti operanti su posteggio mobile o
in forma itinerante (Tab. 8).
La
localizzazione territoriale di queste imprese, dipendente dai diversi contesti
sociodemografici e orografici del nostro Paese, rispecchia le stesse
caratteristiche già evidenziate per il piccolo dettaglio, ovvero una presenza
capillare nelle regioni del Sud e nelle Isole (46% del totale punti vendita
ambulanti), rispetto al Nord (36%) e al Centro (18%).
Da un
punto di vista del territorio l’incremento complessivo nel periodo 2002-2008
non è stato uniforme ma ha evidenziato dinamiche più accentuate nelle regioni
del Sud (per entrambe le tipologie di impresa, posteggio fisso e itinerante)
dove la maggior crescita registrata è stata favorita dalla ricerca diffusa di
nuove opportunità di lavoro in un contesto di forte precarietà dei processi di
produzione del reddito.
Circa
la metà dell’incremento totale dello stock degli esercizi ha interessato,
infatti, il Sud, concentrandosi soprattutto in Campania (+5.831 unità), Sicilia
(+4.328 unità) e Calabria (+2.152 unità); nelle altre ripartizioni la crescita
maggiore è avvenuta nel Lazio (+3.791 unità), in Lombardia (+ 3.586 unità), in
Piemonte (+2.666 unità) e in Veneto (+2.037 unità).
[1] L’Osservatorio – organismo
istituito presso il Ministero dello Sviluppo Economico - ha per obiettivo la
realizzazione di un sistema di monitoraggio sull'entità e l'efficienza non solo
della rete distributiva ma dell’intera filiera
produttiva, comprensiva delle fasi di produzione, trasformazione e
distribuzione di beni e servizi, attraverso la partecipazione di rappresentanti
degli enti locali, delle organizzazioni dei consumatori, delle associazioni di
categoria delle imprese industriali e dei servizi, delle imprese artigiane e
delle imprese del commercio, dei lavoratori dipendenti.